Marco 的个人资料• LA CITTÀ DEL RE (terre...照片日志列表更多 工具 帮助

• LA CITTÀ DEL RE (terremotato) •

www.lacittadelre.tk


 
 
Domande, dubbi, perplessità o semplice voglia di scrivere qualcosa? La bacheca è a vostra disposizione!
 
 
请稍候...
很抱歉,您输入的评论太长。请缩短您的评论。
您没有输入任何内容,请重试。
很抱歉,我们当前无法添加您的评论。请稍后重试。
若要添加评论,需要您的家长授予您相应权限。请求权限
您的家长禁用了评论功能。
很抱歉,我们当前无法删除您的评论。请稍后重试。
您已超过了一天之内允许提供的评论数上限。请在 24 小时后重试。
因为我们的系统表明您可能在向其他用户提供垃圾评论,您的帐户已禁用了评论功能。如果您认为我们错误地禁用了您的帐户,请联系 Windows Live 支持部门
完成下面的安全检查,您提供评论的过程才能完成。
您在安全检查中键入的字符必须与图片或音频中的字符一致。
F.Marco发表:

Sempre graditi, mia ottima amica, sempre graditi!

8 月 30 日
Alkestis发表:
Buongiorno Re, viaggiavo nei pressi della Vostra Città, dunque mi sono quivi recata per porVi i migliori omaggi.
8 月 29 日
F.Marco发表:

Oooh, Veronica! Ben passata e benvenuta nella Città del Re!

8 月 27 日
Veronica发表:
ciaoooooooo marcolinooo...........il mio amichetto del campo....va bene ora vado  ciaoooooooooooo!!!!
8 月 27 日
F.Marco发表:

Vero, La lingua perduta delle gru mi sta conquistando... anche se ha le sue pecche. Vedremo nella mia recensione.

8 月 27 日

Contatore Shiny

2009/11/9

Editto reale numero CXXI – Succose novità editoriali

 
  Come da titolo, vi anticipo l'uscita di due importanti novità editoriali che vedranno la luce nei prossimi mesi.
  La prima novità riguarda il nuovo romanzo di Diana Wynne Jones, celebre scrittrice de Il castello errante di Howl. Quest'ultimo è il primo di una trilogia, definita dall'autrice 'Castle series', che comprende anche Il castello in aria e The House Of Many Ways.
I primi due sono già reperibili in Italia presso Kappa Edizioni, mentre il terzo e ultimo verrà pubblicato a gennaio 2010 con il titolo La casa per ogni dove. Ricordo che da Il castello errante di Howl è stato tratto l'omonimo e celeberrimo film di Hayao Miyazaki.
 
  In
relazione a questo articolo, segnalo la ripubblicazione, dopo ben diciassette anni, del romanzo Il battello del deliro, di George R. R. Martin, autore già noto per la fortunata saga Le cronache del ghiaccio e del fuoco. Si tratta di una storia a tema vampiresco dall'ambientazione davvero affascinante e ricca di personaggi a dir poco indimenticabili. Ne attendevo con ansia l'uscita, annunciata tempo fa sul sito dello stesso Martin, per la quale si ringrazia la Gargoyle Books, casa editrice emergente specializzata nella pubblicazione di romanzi gotici/horror, di cui un gentile collaboratore mi ha fornito anche la copertina in anteprima assoluta.
  La data d'uscita è fissata a febbraio 2010.
 
2009/10/7

Editto reale numero CXX – 6

 
  Mi piacerebbe dire 'Sì, ma guarda, tutto bene, tutto tranquillo e tutto a posto! Stiamo alla grande, siamo tornati a casa e siamo felici come alla mattina di Natale'.
  Col cavolo, gente. Qua è cambiato ben poco. Ben poco.
  Sei fottuti mesi fa. Sei cazzo di mesi che abito in una tenda, con quel coglione di Silvio che ci dice di far finta di essere in campeggio. Finora non ho detto nulla. Finora sono stato zitto e buono, ho tessuto lodi di qua e complimenti di là, ho crocifisso gente e condannato ideali. Ho sorriso quando avrei voluto urlare. Ho alzato le spalle quando avrei voluto scappare come un disperato. E solo poche persone sanno cosa è stato quella notte. Cosa è successo e come è stato vissuto. Sì, indubbiamente a molta gente è andata peggio. Sono morte 308 persone. Morte. Non ferite, non contuse, non svenute. Morte, crepate, spente, dipartite, via, puff. Crack. Non puff, crack. Bum. Crash. Mi dispiace, mi dispiace sentitamente. Essere vivi non significa però che sia una pacchia, perché non la è. Quindi, ecco qua. Questo è quello che è successo al sottoscritto. E siccome oggi mi sento particolarmente cafone, ci metto un sacco di brutte parole.
 
  Le scosse, come si sa, iniziarono a dicembre. Dicembre. Del 2008. Ma erano piccole. Ci spaventarono, certo, chi cavolo l'aveva mai sentito un terremoto? Che cazzo era un terremoto, all'epoca? Terra che trema. Le zolle tettoniche che si muovono. Le minchiate che ci fanno studiare a scuola. E grazie a questa ceppa. Andarono avanti per quattro mesi, e tutti ci dissero che andava tutto bene, che eravamo tutti al sicuro. Niente paura, sono scossette, passeranno. Emergenza di che? Ah ah ah ah ah ah! Simpatici, questi aquilotti! Mammut, Gran Sasso e scossette. Tutti a vedere L'Aquila. Che culo.
  In quattro mesi, tuttavia, uno si abitua. Abitudine. Si può fare l'abitudine a un terremoto? Paradossale, ma sì. Si può, certo, quando la gente ti dice che va tutto benone. Passarono Natale, Capodanno, l'Epifania (feste cristiane dei miei stivali infangati), il Carnevale, il compleanno di mia cugina e ci si avviò alla Pasqua.
  E ora lo dico.
  Noi aquilani fummo anche sciocchi. Quanto? Vediamo. Sì, c'erano scosse. Sì, dei deficienti ci dicevano di non preoccuparci. Però sentivamo più che bene che l'intensità stava aumentando. Poco alla volta, ma aumentava. Non ci muovemmo. Ma è naturale, non incolpo nessuno. La gazzella messa all'angolo dal leone può fare tre cose: avere un infarto, impazzire oppure offrire la gola. La offrimmo. Ce la tagliammo, scoprendo bene la giugulare. E andammo a letto, il 6 aprile. A letto. Dormivamo, nervosi, stanchi, elettrici. Dormivamo.
  Con il leone non fummo fortunati. Non sempre i leoni attaccano per fame, lo sapevate? Alcuni cacciano per dimostrare alle prede la propria supremazia. Chi è che comanda. Allora il leone mette al solito angolo la solita gazzella, che alza il muso e fa vedere la gola. Il leone la guarda, ci gode, e se ne va.
  Noi abbiamo avuto una splendida gola, e il leone affondò le zanne.
  Che palle, la savana. Il leone m'ha scocciato, non lo uso più.
  Eravamo a letto, si diceva. Intorno alle 23.30 ci fu una nuova scossa. Forte, la ricordiamo tutti. Molti furono saggi, andarono via di casa. Dormirono in auto, passarono una notte fuori città, andarono a trovare i parenti di quel paese.
  Noi ci provammo. Mia madre, mio padre, la nonna, Alice gatta e io, tutti in macchina nel vialetto di casa. Fino alle due circa. Provammo a dormire, mentre le piccole scosse si spegnevano. Iniziò la nonna. Le dolevano le ossa, a ottantadue anni non si può pretendere che dorma in auto. Tirò fuori le solite cazzate del tipo 'La mia vita tanto
l'ho vissuta', 'Se crepo io non fa niente', 'Voi avete tutta la vita davanti' e via discorrendo. Risultato, scese dalla macchina e tornò in casa. Alice gatta ne approfittò per accasarsi in giardino. Mica scema, lei. Mio padre decise di seguire la nonna, sua madre, perché in caso di scossa avrebbe potuto prenderla e portarla di nuovo fuori in tutta fretta. Cribbio, pensava intanto mia madre, mio marito è in casa. Che coraggio, che ardore (che idiota, dico io). Anche lei tornò in casa. E Marco rimase un attimo da solo. Il ragionamento.
  Okay, se resto qua sono al sicuro. Se torno sono un cretino, ma almeno posso dare una mano e aiutare qualcun altro.
  Evvai. Tornai dentro pure io. Ci infilammo a letto, col bel pigiamino.
  Dormii della grossa. Alle 3.32, il casino più totale. Non collegai subito, venni svegliato dagli occhiali da sole. Ironico, di notte. Sopra il mio letto c'è una mensola, e da lì mi caddero in testa. "Ahia!", dissi. Poi mi resi conto. Tremava. No, di più. Sussultava. No, di più, oscillava e roteava. Chi cazzo se ne frega, la mia casa si stava muovendo, cristo barbone! Sentii che parecchie cose stavano cadendo, nella mia stanza. Al buio, intorno a me. Lateralmente, rispetto al letto, c'è la mia libreria. Pesantissima, ci ho messo centinaia di libri. Se fosse caduta quella, addio Marco. Ma non stava cadendo, era troppo pesante pure per il terremoto. Senza accendere la luce (non volevo) afferrai il mio hard-drive sul comodino e uscii dalla stanza. In corridoio la luce era accesa. Tutto tremava ancora, e tutti facevamo fatica a tenerci in equilibrio. Mia madre era sulla soglia della sua stanza, si spostava da uno stipite all'altro per non cadere. Di fronte alla mia stanza c'è la porta della camera della nonna, giusto sotto l'architrave.
  Mia madre fece per percorrere il corridoio. "Ma dove vai?", gridai. "Vieni sotto l'architrave, così non ti cade niente addosso!" Non rispose, però obbedì. Dietro di noi, la nonna scese dal letto. Aveva calpestato i cocci della sua lampada, che era caduta, ma stava benone, senza un graffio. Guardammo il soffitto, che però stava reggendo alla
grande. Lo scossone sembrò finire, convergendo in un mugolio basso e lento. Il rombo però era forte quanto prima. Decidemmo di approfittare di quell'attimo. Percorremmo il corridoio, che sfocia nel salotto. Qui accadde una cosa particolare. Dopo sei mesi, non so dire se sia accaduto davvero o se sia stato un ingigantimento causato dalla
confusione. Propendo per la prima ipotesi, a essere sincero. La grossa... come si chiamerà? Vetrina? Mobile per esposizione? Armadio di legno con ante di vetro? In ogni caso, quelle ante si erano aperte, e tutti i piattini, i bicchieri e le bomboniere stavano cadendo sul pavimento. Non mi parve di udirli rompersi, perché il boato sovrastava ogni cosa. Non rimanemmo certo lì a far le fotografie. Imboccammo le scale e scendemmo di corsa. Vidi una crepa enorme su un muro, lungo le scale. Per i due giorni successivi, mia madre ed io avremmo giurato di averla vista aprirsi. Questo ricordo bene che non è vero. Era già lì, ma al vederla fummo terrorizzati. La nostra casa è piuttosto nuova, costruita con i cosiddetti criteri antisismici. Un tale danno non lo avremmo mai pronosticato. In seguito, all'alba, ci saremmo resi conto di cose molto peggiori. Comunque.
  Ci precipitammo sul vialetto di casa. Alice era sparita, non la vedevamo. Figurarsi se un gatto rimane fermo da qualche parte. Ero certo che stesse bene. I vicini di casa urlavano. Tutte le luci erano accese. Fummo molto fortunati. In pochissimi ebbero la luce funzionante, quella notte. Non oso immaginare cosa sarebbe accaduto, se da noi non avesse funzionato. Panico a tremila, come minimo. Chiedemmo se lì intorno stavano bene. Ci risposero di sì. Mia madre mi abbracciò e pianse sulla mia spalla. "Figlio mio", diceva. "Figlio mio, la nostra casa! Così tanti sacrifici e... e..." Singhiozzava violentemente. Io ero straordinariamente lucido, senz'altro per via dell'adrenalina. Mio padre fece il giro della casa, assicurandomi che Batuffolo, il nostro coniglio, stava alla grande nella sua gabbietta. Era agitato, ma sotto la tettoia, dove si trovava, non era caduta neanche la scopa, che stava appoggiata alla parete. Andai a controllare. Era vero, e lasciai il povero Batuffolo solo ma al sicuro. Ci infilammo tutti in macchina, di nuovo. Il telefonino di mia madre squillò. Non avremmo più sentito quel suono per due giorni, a causa dell'intasamento delle linee.
 
  Quello fu il principio di una cosetta stupida, ma che poi mi fece ridere. Era una nostra parente di Roma, che chiamava perché anche lì avevano ballato, e voleva sapere se stavamo tutti bene. Poi, evidentemente, chiese della casa. Mia madre: "Eeeh, cara mia! Cara mia! (Singhiozzi) E che ti devo dire? La nostra casa, la nostra bella casa... è distrutta! Rasa al suolo!" Sotto shock. Mia madre era tragicamente sotto shock. Alcuni giorni più tardi, quella parente venne a trovarci, e la portammo a vedere la casa. Ricordo ancora la sua faccia semisconvolta. "Paola... ma... credevo molto peggio! Mi avevi descritto la fine del mondo!" Non potei evitarlo, risi come una iena.
 
  Passammo la notte del 6 aprile sul vialetto d'ingresso. Anche i vicini si trovavano lì. I bambini piangevano. Ci raccontammo immediatamente tutto. Nel frattempo, la strada era diventata un inferno. Abitiamo (abitavamo?) non lontano dal casello autostradale, e da lì vedemmo arrivare i primi soccorsi da fuori. Dopo neanche mezz'ora. Furono rapidissimi. Dalla radio, intanto, sentivamo le edizioni speciali dei Tg notturni, che con voce ferma e rassicurante, ci aggiornavano sulla situazione del centro storico. Ma non occorreva. L'Aquila è una città molto antica, lo sapevamo bene cosa era successo in centro. In strada cominciarono a passare le prime conferme: camion pieni di macerie che venivano portate via. Sentimmo della Casa dello Studente, del crollo, delle vittime. Infine spegnemmo. Non potevamo più ascoltare.

  La persona più importante della mia vita telefonò in quel momento, riuscendo a superare l'intasamento delle linee. Anche a casa sua avevano sentito la scossa, ma i danni erano stati minori, e soprattutto stavano bene. Avrei voluto che fosse là con me, anche se questo fu un pensiero davvero egoista.

  Dormire in auto, per chi non lo sapesse, è scomodissimo. Mio padre occupò l'auto della mamma; io rimasi nella sua. Mi stesi sul sedile posteriore lasciando spazio alla nonna. Alice tornò. La feci salire. Una spinta qua, una là, in breve prese completo possesso del sedile, su cui si stese in posizione Paolina Bonaparte.
  Non dormimmo, eravamo troppo nervosi. Accendemmo di nuovo la radio. Altre vittime, altre macerie, altri aiuti sulla strada davanti a noi. Il nostro vialetto è in discesa. Ero terrorizzato all'idea che una nuova scossa avrebbe potuto sfrenare la macchina e farci schiantare in basso. La ebbi vinta.
  Al mattino, tornammo davanti a casa. Era piena di crepe. L'intonaco era caduto in più punti, il pavimento dell'ingresso era bianco. Entrammo rapidi come ladri, prendemmo delle sedie e qualcosa da mangiare. Ad aprile è molto caldo, di certo non potevamo restare in macchina, quindi ci sistemammo lì sul vialetto, all'ombra di un pino che cresce in giardino. Uno dei vicini, intanto, aveva rapidamente arredato il suo garage, fortunatamente costruito in cemento armato. Ci invitò a stare da lui con la sua famiglia, finché qualcuno non ci avesse detto cosa fare. Aveva una televisione, e da lì vedemmo l'avanguardia dell'Ade. Ciò che era accaduto al centro storico non lo avremmo potuto neanche immaginare. Mi chiesi se si potesse ancora parlare dell'esistenza stessa di un centro storico. Al diavolo, di un centro. La gente per le strade piangeva disperata, c'erano Vigili del Fuoco che scavavano e barelle coperte da lenzuola che venivano penosamente portate via dalle telecamere. Il gentile vicino ci raccontò ciò che avremmo visto con disgusto su YouTube. Dei giornalisti erano andati in giro per la città e avevano aperto le portiere delle automobili, a volte senza bussare, e ponendo domande da veri stronzi e pezzi di merda quali: "Ma lei perché si trova in macchina?", "Siete qui a causa del terremoto?", "Quindi si è sentito molto bene?" Ve ne prego. Qualcuno licenzi quella volgare gentaglia.
  Il secondo giorno mi resi davvero conto dell'enormità dello shock di mia madre. Eravamo seduti sotto il pino, come il giorno prima, e mangiavamo alcune fette di bruschetta cotte sul fornello elettrico. Mia madre di alzò di scatto.
  Mio padre: "Che c'è?"
  Mia madre: "Devo prendere una cosa."
  Io: "Ma... dentro?"
  Mia madre: "Sì."
  Io: "Sono due giorni che fai avanti e indietro. C'è davvero rimasto qualcosa da portare fuori? Guarda che è pericoloso."
  Mia madre: "Eh, lo so, però mi serve."
  Mio padre: "Ma che devi prendere?"
  Mia madre: "È che pare brutto..."
  Io: "Che cosa pare brutto?"
  Mia madre: "Queste bruschette..."
  Mio padre: "Le bruschette?"
  Io: "Sono buone, che hanno?"
  Mia madre: "Ma così... senza la salsa di carciofini! Io la vado a prendere!"
  Mio padre e io: "Stai fermaaa!"

  Al terzo giorno ottenemmo una tenda, prenotata in un campo vicino. Devo dirlo. Le tende della Protezione Civile sono dei mini-appartamenti. Brandine di ferro con materassi, coperte, federe, lenzuola, cuscini. In seguito ci diedero corrente elettrica, luce, stufa, condizionatore. Ci è stato donato di tutto: cibo, vestiti, libri, assistenza psicologica e pseudo-spirituale. L'università ha donato agli studenti residenti dei bellissimi mini PC. Si può scrivere, leggere, studiare. Nel campo c'è perfino una linea WiFi, e quindi abbiamo addirittura Internet.
 

 
  Insomma, tutto sembra carino e perfetto. Terremotati ricevono aiuti e sono contenti.
  Questa minchia, siamo contenti. Sì, abbiamo di tutto, buona cucina, friulani simpatici e carini, si sono organizzate chiese, cinema e sale da ballo, perfino gite. Tuttavia... quando si potrà tornare a casa? Sapete cosa cazzo significa abitare sei mesi dentro una tenda? A L'Aquila? Per carità, finché fa caldo tutto bene, ma questa città è celebre per il clima poco mite. Una sola notte può gelare interi raccolti. Potrebbe perfino far fuori qualcuno, se questo qualcuno vive in una tenda con un mini-termosifone. Le tende non hanno pareti. Sono di plastica, sono sottilissime. E cosa ci vengono a dire? Vediamo.
 
  Silvio, maggio 2009: "Non preoccupatevi. Prometto che entro fine settembre tutti avranno di nuovo un tetto sopra la testa."
  Silvio, agosto 2009: "Non preoccupatevi. Prometto che entro fine novembre tutti avranno di nuovo un tetto sopra la testa."
  Bertolaso: "Non preoccupatevi. Prometto che entro fine settembre vi sbatto fuori di lì e poi in qualche albergo sperduto."

  Ora la chiusura delle tendopoli è stata rinviata a data da stabilirsi. Chi ha avuto la casa totalmente distrutta ha avuto la sua casetta di legno. Ottimo, buon per lui/lei. Chi ha la casa da riparare sta ancora in tenda, aspettando che i benedetti lavori di ristrutturazione abbiano inizio.

  Ottobre 2009. Stiamo aspettando.
 

.

 
 
 
Unico indizio: la luna piena
(Stephen King, Cycle of the Werewolf, 1983)
 
  
  Nel paese di Tarker's Mills neanche gli omicidi seguono un percorso ordinato e preciso. La gente non muore per incidenti stradali o domestici, né per ragioni di vendetta. La gente muore sbranata. Non c'è una logica, in questo. Donne e uomini di qualunque età, in ogni parte del paese, indistintamente. La polizia non sa come agire, la paura dilaga. Nessuno sembra voler guardare la realtà, ma il piccolo Marty Coslaw è un'eccezione. Lui, che vede il mondo in modo differente. Non dall'alto verso il basso, ma dal basso verso l'alto. Lui, che perfino dalla sua sedia a rotelle, sottovalutato da tutti, si accorge di come la sola cosa nota dell'assassino sia anche l'unico indizio che riveli come combatterlo: agisce solo nelle notti di luna piena...
 

 
  Be', per la verità sono deluso. Certamente è vero che sono stato spinto a leggere questo libro dalla fama di King, che leggo per la prima volta, ma è vero anche che si tratta di un testo alquanto anomalo.
  La trama, come ho illustrato, è davvero semplice. Forse anche semplicistica. Lupo mannaro mangia gente, piccolo protagonista scopre tutto e si prepara all'azione. Non parlerò del finale, cliché di genere o meno, perché non voglio rivelare l'identità dell'assassino (l'unico colpo di scena).
  Come dicevo, la fama dell'autore è stata determinante. Ero alla ricerca di una storia di lupi mannari, una fatta come si deve. Sangue, oscurità, paura, delirio e fauci. Mi sono detto, chissà se il tanto acclamato maestro del terrore ne ha scritto uno? Non avendone mai avuto notizia, cercai sull'indispensabile Wikipedia, e lì mi parve di trovare il Nirvana. King aveva effettivamente scritto un'opera intitolata Cycle of the Werewolf. Gaudio. Cercavo un romanzo e avevo trovato un intero ciclo! Fu il mio secondo errore.
  Il terzo fu cercarlo in italiano. Sapevo che era stato tradotto con il titolo Unico indizio: la luna piena (e che esiste anche un film omonimo che fa pena a certi livelli), ma come sempre mi capita, è fuori commercio da parecchi anni. Ci sono modi alternativi per leggere un romanzo 'introvabile', e a uno di questi ho fatto ricorso.
  Ad ogni modo, me ne impossessai. Fu una delusione insopportabile. Non esisteva nessun ciclo, si trattava soltanto di un libro, così come nell'edizione in lingua madre. La parola "Ciclo" si riferiva al ciclo delle lunazioni in un anno, e di fatti la storia si svolge nel giro di un anno. Rimaneva la speranza della qualità – subito disillusa. Non solo il libro è di una brevità disarmante (anche se non si dovrebbe mai giudicare un libro dallo spessore), ma è a malapena organizzato come un libro. Un po' di storia.
  A Stephen King fu proposto un calendario. Che non si vada a pensar male, King è una persona seria. Dodici mesi, dodici pagine illustrate a tema mannaro, accompagnate ognuna da un breve racconto. Come scritto nell'introduzione, fu uno degli ostacoli più spinosi mai capitati allo scrittore. Trovò assurda l'idea di contrarre dodici trame in uno spazio tanto esiguo, e risolse il problema decidendo di collegare tra loro i singoli racconti. Illustrazioni a parte, ne venne fuori un romanzo breve in dodici capitoli, che piacque al punto di trarne un film.
  Ricapitolando: il libro è tragicamente breve, ha una trama prevedibile, è scritto 'faticosamente' – si nota alla perfezione lo scorno di King –, è impreciso riguardo ai cicli lunari (e per questo ci si scusa in una nota finale) e infine viene del tutto stroncato dall'autore nell'introduzione. King ci racconta infatti di come l'idea non sia stata sua, di come lo abbia fatto solo per soldi, di come lo abbia trovato difficile e di come abbia buttato giù la versione finale, cioè praticamente a caso. Il paese? Mah, sì, lo chiamo Tarker's Mills, un nome vale l'altro. Un licantropo? Mah, sì, è il tizio insospettabile. Il protagonista? Mah, sì, definiamolo pure così. Certo, se lo dipingo adulto e sano nessuno simpatizzerà per lui. Lo faccio piccolo e semi-paralizzato.
  Alé. La ricetta di un libro.
  Insomma, il mio primo approccio a Stephen King è stato un disastro, e sono ancora alla ricerca di un romanzo degno di questo nome sul tema dei lupi mannari.
 
2009/9/30

.

 
 
 
La ragazza con l'orecchino di perla
(Tracy Chevalier, Girl with a Pearl Earring, 1999)
 
  
  Delft, Olanda, XVII secolo.
  In una modesta casa del quartiere protestante vive il più rinomato decoratore di mattonelle della città con la sua famiglia. Rimasto cieco a causa dell'esplosione del forno utilizzato per il suo lavoro, l'uomo è stato costretto a ritirarsi dall'attività, gettando i suoi cari in uno stato miserevole e costringendoli a rimboccarsi le maniche come mai avevano dovuto fare. Viene stabilito che Griet, la maggiore dei tre figli, sia mandata a servizio presso la dimora del celebre pittore Vermeer, nel Quartiere dei Papisti.
  La vita in casa Vermeer è più ardua del previsto: Catharina, moglie dell'artista, fa di Griet l'oggetto delle proprie antipatie, mentre Cornelia, una delle bambine, fa di tutto pur di farla cacciare. Solo Tanneke, domestica come Griet, sembra volerla aiutare, così come Maria Thins, l'anziana donna madre di Catharina. Il rapporto con il padrone di casa, invece, è assolutamente enigmatico. Griet è l'unica in tutta la casa cui sia consentito l'accesso nell'atelier, e deve fare attenzione a pulirlo ogni mattina senza spostare nulla. Sarà proprio durante queste pulizie che Vermeer chiederà a Griet l'inimmaginabile: posare per lui. Sulle prime la ragazza rifiuta, timorosa che Catharina possa ingelosirsi e licenziarla, ma l'uomo le offre la sua protezione, complice il fatto che la ragazza possiede innate doti artistiche. Al culmine della situazione, quando il ritratto si avvia ormai alla conclusione, l'uomo chiede a Griet di indossare in gran segreto gli orecchini della moglie. Perfino Maria Thins collabora al furto temporaneo, preoccupandosi in prima persona di riporre i gioielli al loro posto una volta usati.
  Tutto sembra andare a buon fine; Griet può abbandonare le paure e tornare a sognare che possa nascere qualcosa tra lei e il suo padrone, anche se non lo ammette neanche a se stessa.
  L'imprevisto giunge sotto forma di Cornelia, la quale, visto il quadro, informa immediatamente Catharina...
 

 
  Originale.
  Prima di leggere questo romanzo, non avevo mai sentito parlare di libri ispirati a dei quadri. Normalmente una storia d'amore tra serva e padrone non stupirebbe, ma qui ci sono due elementi che abbattono il cliché. Primo, il contesto storico e il divario religioso tra i due quartieri della città rendono i timori di Griet del tutto leciti, e il suo pudore giustificato, ovverosia non c'è modo di pensare che lei possa permettersi di dichiarare i propri sentimenti a Vermeer; semplicemente non si può. Secondo, paradossalmente è una storia d'amore che ha ben poco da spartire con due personaggi innamorati, e su questo mi vorrei soffermare.
  Chiudendo il libro, ho pensato alla parola 'delicato'. Perché? Perché è un romanzo inconsueto. Griet non se ne rende conto, ma è innamorata del suo padrone. Tuttavia non fa nulla di diverso da ciò che ci si aspetta da una serva. Pulisce, sopporta, soffre e obbedisce a qualunque richiesta. Quando Vermeer le chiede di posare, lei tentenna, ma poi accondiscende. Né sembra preoccuparsi troppo d'essere ricambiata, cosa che all'epoca sarebbe stata impossibile, in quanto avrebbe costituito un grande scandalo. Dal canto suo, il pittore nutre per lei null'altro che indifferenza, almeno a un primo sguardo superficiale. Si scopre infatti che il suo interesse è dettato esclusivamente dall'arte. Quando si sofferma a osservare Griet, non è perché sta contemplando l'oggetto di un amore impossibile, ma perché sta contemplando un oggetto. O, per meglio dire, un soggetto. Non più di questo, non meno di questo. Griet deve essere ritratta, poiché questa è la decisione di Vermeer.
  Il pittore si offre di proteggerla dalle ingiustizie che avvengono in casa, ma solo per entrare nelle sue grazie e fare in modo che non rifiuti poi di posare. In realtà si può addirittura pensare che lui sia un individuo senza cuore. È un uomo il cui solo obiettivo è dipingere, e pur di continuare a farlo sacrifica tutto, forse anche con un certo piacere. Attrezza un atelier nella sua casa, vietando l'accesso a tutti fuorché la donna di servizio; è estremamente schivo e silenzioso, nell'intero romanzo parla pochissime volte; non trascorre il proprio tempo libero in famiglia, preferendo recarsi alla gilda; tiene occupata la moglie mettendola sistematicamente incinta; è geloso delle attenzioni che il suo mecenate mostra nei confronti di Griet, ma solo finché il quadro non è compiuto. Infine, la cosa più grave tra tutte, che rende Vermeer non più il buon padrone di casa, ma quasi l'avversario, l'antagonista. Griet gli fa notare di non avere fori nei lobi, e lui risponderà soltanto: "Dovrai rimediare." E Griet obbedisce di nuovo, praticandone uno sul lobo sinistro, quello che verrà dipinto. Vermeer, impietoso, le ingiunge di farne uno anche nel lobo destro.
  Il lettore resta spiazzato.
  Qual è la ragione di questo gesto? Perché una simile cattiveria? Viene in mente un solo motivo, se motivo può chiamarsi. Mi si passi il termine: Vermeer è un gran bastardo. Dipingere, per lui non esiste altro, non persone, né amore, né rispetto. Griet non esiste se non sulla tela; non è un essere umano, è bellezza.
  Per questo ho pensato alla parola 'delicato'. Non è un romanzo d'amore, bensì un romanzo sull'amore per l'arte.
  Eccezionale, da questo punto di vista.
 
  Non si può evitare l'analogia con il romanzo La morte a Venezia, di Thomas Mann. Anche lì si parla di amore per le esteriorità. Il protagonista ama il giovane Tadzio (anche se i due non si conoscono affatto e non si parlano mai), sostenendo chiaramente di amarne i canoni di bellezza.
  Romanzi abilmente costruiti sull'illusorietà delle apparenze.
 
  Due noti finali per concludere, che prescindono la validità dell'intreccio.
  1. È stato chiarito come il Vermeer del romanzo possegga una morale a dir poco dubbia, e di come Griet quasi lo veneri, per questo. Be', non sia mai che lei subisca senza ritegno. In bilico tra una vita da sola e una (tutta immaginaria) con il suo padrone, decide di tutelarsi e farsela con il macellaio, grazie alle cui prestazioni sessuali possiamo goderci una Griet sempre più... ma sì, 'imputtanita', che solleva la gonna nei vicoli e si fa sbattere allegramente contro un muro;
  2. appurato il successo del romanzo all'estero, non posso credere che la penuria di congiuntivo trapassato sia dovuta all'autrice, anche perché nell'edizione italiana manca solo di tanto in tanto. Colpa imputabile alla traduttrice o al correttore di bozze? Attenzione, Neri Pozza Editore.
  Buona lettura.
 
 
  Approfondimento:
 
  La ragazza con l'orecchino di perla o Ragazza col turbante, quadro di Johannes Vermeer, 1665 ca.
 
2009/9/19

.

 
 
 
Il misterioso manoscritto di Nostratopus
(Elisabetta Dami, 2000)

 

  

  Premessa

 

  Per quale accidenti di motivo il sottoscritto, all'età di ventun anni, ha preso in mano un... libro come questo? Uno: l'ho avuto gratuitamente insieme al Corriere della sera. Due: è il primo titolo di una serie che ha venduto e vende un numero osceno di copie da noi come all'estero, ergo dovrebbe essere quantomeno decente. Tre: sì, il protagonista è un topo, ma perché mai questo avrebbe dovuto farmi desistere dalla lettura? Quattro: cercavo conferma dell'inesistenza della letteratura infantile. Inizio l'analisi.

 

 

  La trama

 

  Il libro in questione è pessimo. La trama non occupa più spazio di quello che impiegherò io per riassumerla. Geronimo Stilton, il protagonista, è il direttore de 'L'eco del roditore', il giornale più famoso dell'Isola dei Topi. Durante la Fiera del Libro di Topoforte, gli viene sottoposto (come da titolo) il misterioso manoscritto di Nostratopus, che Geronimo decide subito di pubblicare, ma... oh, no!, viene rubato dalla direttrice della testata rivale. La, ehm, signora sarebbe la cattiva della situazione, e infatti non vuole restituire il maltolto. Sciattamente, tutta la sua redazione va in fiamme, e addio manoscritto. Solo, Geronimo la salva dall'incendio facendo la figura dello pseudo-eroe.

  Come più che evidente, la trama è stupida. Cosa intendo per "stupida"? Intendo piatta, insipida, priva di spessore, non interessante, non 'avventurosa' né intelligente. Per non parlare di uno dei tanti problemi di fondo. Sono l'unico che si chiede il motivo per cui una testata giornalistica dovrebbe voler stampare un manoscritto? Sono l'unico che conosce la differenza tra redazione di un giornale e casa editrice?

 

 

  I caratteri

 

  Da un libro, come minimo, ci si aspetta del testo. Qui, almeno il settantacinque percento delle pagine è costituito di disegni a colori che, a essere fortunati, invadono buona parte della pagina; nel peggiore dei casi, sono tavole a tutta pagina.

  Trattandosi di librominkia, adatto cioè ai bimbiminkie, questo è il minore dei problemi.

  I libri firmati Geronimo Stilton sono malati. Quasi alla lettera, sono butterati. Ogni pagina, escluse quelle totalmente occupate dalle tavole, sono costellate di scritte degne del diario scolastico di una dodicenne. Pardon, ho esagerato: di una bambina di otto anni. Non solo i caratteri di scrittura hanno del ridicolo, ma sono fusi con dei mini-disegni. Un esempio. A pagina 45, riga 17, si trova la parola "galleria". Be', questa singola parola ha uno sfondo tutto per sé, personalizzato, di colore nero e a forma di semicerchio, evidente richiamo all'imbocco di una galleria (guarda un po'). Altro esempio: a pagina 24 campeggia la parola "zigzagava", scritta un po' verso l'alto e un po' verso il basso, carattere molto grande e colore blu.

  Atroce, assolutamente.

  E tutto il libro, tutti i libri della serie (che ammontano attualmente alla sconvolgente cifra di 142) sono fatti allo stesso modo; alcuni, anzi, peggiorano, come quelli sulle cui copertine ci sono bollini che promettono qualcosa come venti pagine al profumo di cioccolato.

  La mia teoria in merito. Geronimo Stilton è nato come esperimento per insegnare ai bambini delle scuole elementari i vari significati delle parole. Non so in che scuola si sia svolto l'esperimento, sta di fatto che fu apprezzato dalle ignare cavie, e questo mi porta a pensare che fossero in larga maggioranza bimbiminkie.

  Ma io mi chiedo: perché mai, perché, perché, perché una casa editrice come Piemme (gruppo Mondadori!) dovrebbe decidere di pubblicare una simile spazzatura, un tale pattume?

  Certo, la risposta potrebbe essere 'Tempi pazzi, lo schifo vende parecchio.' OK, questo accade però dopo la pubblicazione. Il problema su cui vorrei spostare l'attenzione sta a monte, ed è probabilmente da ricercare nell'etica dell'editore. Immaginiamo. Scrittore incredibilmente presuntuoso invia il proprio scritto a un editore qualunque. Ora, l'editore, l'aiutante, il vice, il servo, la bidella o perfino il portinaio cui il testo viene fatto leggere di che genere di intelligenza subnormale dispongono per autorizzare la stampa di una infezione inguinale di questo tipo? Perché farlo? Un editore non dovrebbe stampare cultura, o quantomeno qualcosa di minimamente apprezzabile? Teoricamente. Ma suppongo che le migliaia di Meyer, Troisi, Cast e Strazzulla che vanno quotidianamente in stampa siano imputabili a un genere particolare di disperazione, per non dire di rapacità economica.

  Torniamo al libro.

 

 

  Le idiozie

 

  Essendo il protagonista un ratto con gli occhiali, cavolate come "Per mille mozzarelle" non dovrebbero stupire, anche se occupano mezza pagina.

  A proposito di pagine, neanche una raggiunge le venti righe di testo. Oh, ed è ovvio che non possono mancare le pubblicità per l'episodio seguente, infarcite di auto-apprezzamenti e auto-elogi. Cito testualmente: "Vi confesso un segreto (che rimanga tra noi, però!).

  Sto già pensando al prossimo libro.

  Vi dico solo che parlerà di piramidi, di antiche civiltà scomparse, di Atlantide, Shangri-là, Eldorado...

  Mi sto già documentando e non vedo l'ora di iniziare a scriverlo.

  Allora, cari amici roditori, arrivederci al prossimo libro: un libro Stilton, naturalmente!

  Squitttttttt!"

  Devo aggiungere altro?

 

 

  I tentativi di cultura

 

  Non mancano neppure i momenti di lucidità, in cui l'autore sembra rendersi conto della (dubbia) qualità di ciò che sta scrivendo. Da tali sprazzi di sole nasce il personaggio di, ehm, Topìa Van Ratten. Costui fa continuamente notare a Geronimo come ciò che pubblica in effetti non sia "cultura con la C maiuscola". La coscienza che si fa sentire, insomma. Puntualmente, Geronimo non sa cosa ribattere, perché non c'è modo di negare il senso e la ragione, e sclera. Conscio del fatto che questo comportamento avrebbe portato i lettori a chiedersi 'Lo scrittore è scemo o ci fa?', quest'ultimo ha cercato invano di infondere una ragion d'essere a Van Ratten. Sarà lui a dare il famoso manoscritto a Geronimo.

  In breve, l'autore stesso si vergogna di quel che scrive, sa di star producendo boiate. Per rimediare, tenta di inserire nel testo frasi moraleggianti come le seguenti due.

  "Il mondo è dei furbi."

  "Ebbi il tempo per riflettere su come ci fosse davvero una giustizia nella vita. Sì, non sempre i furbi vincono."

  E pensare che si tratta solo del primo volume!

 

 

  Il nome

 

  Infine, svelo l'arcano. L'autore... non è un topo, ma un essere umano! Pazzesco! Assurdo! Un simile inganno, per qual cagione? (Pianti di accorato dolore in sottofondo con accompagnamento di singhiozzi.)

  Non solo, l'autore è in realtà un'autrice! Il nome: Elisabetta Dami.

  Dunque, la scelta di un alter-ego maschile elimina(va) la possibilità di creare battutine come 'La protagonista è topa.' Troppa logica, non sia mai. Quindi, vi dico che esiste uno spin-off di Geronimo Stilton, Tea Stilton, la quale detiene una collana tutta sua. Sarebbe la sorella di Geronimo, dunque sorcio anche lei.

  Ad ogni modo – e qui voglio andare a parare –, riuscite anche lontanamente a concepire una vergogna così grande da giustificare l'autrice per non aver voluto firmare i propri libri?

 

  Senza parole, per il prodotto, la pubblicazione e le insensate vendite.

 

 
Indice delle recensioni

Mi trovi anche su



 

Premi ricevuti


Premio Brillante Weblog 2008




Premio Arte Ponto Vida



Premio Dardos