|
|
2009/11/9
Come da titolo, vi anticipo l'uscita di due importanti novità editoriali che vedranno la luce nei prossimi mesi. La prima novità riguarda il nuovo romanzo di Diana Wynne Jones, celebre scrittrice de Il castello errante di Howl. Quest'ultimo è il primo di una trilogia, definita dall'autrice 'Castle series', che comprende anche Il castello in aria e The House Of Many Ways. I primi due sono già reperibili in Italia presso Kappa Edizioni, mentre il terzo e ultimo verrà pubblicato a gennaio 2010 con il titolo La casa per ogni dove. Ricordo che da Il castello errante di Howl è stato tratto l'omonimo e celeberrimo film di Hayao Miyazaki. In relazione a questo articolo, segnalo la ripubblicazione, dopo ben diciassette anni, del romanzo Il battello del deliro, di George R. R. Martin, autore già noto per la fortunata saga Le cronache del ghiaccio e del fuoco. Si tratta di una storia a tema vampiresco dall'ambientazione davvero affascinante e ricca di personaggi a dir poco indimenticabili. Ne attendevo con ansia l'uscita, annunciata tempo fa sul sito dello stesso Martin, per la quale si ringrazia la Gargoyle Books, casa editrice emergente specializzata nella pubblicazione di romanzi gotici/horror, di cui un gentile collaboratore mi ha fornito anche la copertina in anteprima assoluta. La data d'uscita è fissata a febbraio 2010.
2009/10/7 Mi piacerebbe dire 'Sì, ma guarda, tutto bene, tutto tranquillo e tutto a posto! Stiamo alla grande, siamo tornati a casa e siamo felici come alla mattina di Natale'. Col cavolo, gente. Qua è cambiato ben poco. Ben poco. Sei fottuti mesi fa. Sei cazzo di mesi che abito in una tenda, con quel coglione di Silvio che ci dice di far finta di essere in campeggio. Finora non ho detto nulla. Finora sono stato zitto e buono, ho tessuto lodi di qua e complimenti di là, ho crocifisso gente e condannato ideali. Ho sorriso quando avrei voluto urlare. Ho alzato le spalle quando avrei voluto scappare come un disperato. E solo poche persone sanno cosa è stato quella notte. Cosa è successo e come è stato vissuto. Sì, indubbiamente a molta gente è andata peggio. Sono morte 308 persone. Morte. Non ferite, non contuse, non svenute. Morte, crepate, spente, dipartite, via, puff. Crack. Non puff, crack. Bum. Crash. Mi dispiace, mi dispiace sentitamente. Essere vivi non significa però che sia una pacchia, perché non la è. Quindi, ecco qua. Questo è quello che è successo al sottoscritto. E siccome oggi mi sento particolarmente cafone, ci metto un sacco di brutte parole. Le scosse, come si sa, iniziarono a dicembre. Dicembre. Del 2008. Ma erano piccole. Ci spaventarono, certo, chi cavolo l'aveva mai sentito un terremoto? Che cazzo era un terremoto, all'epoca? Terra che trema. Le zolle tettoniche che si muovono. Le minchiate che ci fanno studiare a scuola. E grazie a questa ceppa. Andarono avanti per quattro mesi, e tutti ci dissero che andava tutto bene, che eravamo tutti al sicuro. Niente paura, sono scossette, passeranno. Emergenza di che? Ah ah ah ah ah ah! Simpatici, questi aquilotti! Mammut, Gran Sasso e scossette. Tutti a vedere L'Aquila. Che culo. In quattro mesi, tuttavia, uno si abitua. Abitudine. Si può fare l'abitudine a un terremoto? Paradossale, ma sì. Si può, certo, quando la gente ti dice che va tutto benone. Passarono Natale, Capodanno, l'Epifania (feste cristiane dei miei stivali infangati), il Carnevale, il compleanno di mia cugina e ci si avviò alla Pasqua. E ora lo dico. Noi aquilani fummo anche sciocchi. Quanto? Vediamo. Sì, c'erano scosse. Sì, dei deficienti ci dicevano di non preoccuparci. Però sentivamo più che bene che l'intensità stava aumentando. Poco alla volta, ma aumentava. Non ci muovemmo. Ma è naturale, non incolpo nessuno. La gazzella messa all'angolo dal leone può fare tre cose: avere un infarto, impazzire oppure offrire la gola. La offrimmo. Ce la tagliammo, scoprendo bene la giugulare. E andammo a letto, il 6 aprile. A letto. Dormivamo, nervosi, stanchi, elettrici. Dormivamo. Con il leone non fummo fortunati. Non sempre i leoni attaccano per fame, lo sapevate? Alcuni cacciano per dimostrare alle prede la propria supremazia. Chi è che comanda. Allora il leone mette al solito angolo la solita gazzella, che alza il muso e fa vedere la gola. Il leone la guarda, ci gode, e se ne va. Noi abbiamo avuto una splendida gola, e il leone affondò le zanne. Che palle, la savana. Il leone m'ha scocciato, non lo uso più. Eravamo a letto, si diceva. Intorno alle 23.30 ci fu una nuova scossa. Forte, la ricordiamo tutti. Molti furono saggi, andarono via di casa. Dormirono in auto, passarono una notte fuori città, andarono a trovare i parenti di quel paese. Noi ci provammo. Mia madre, mio padre, la nonna, Alice gatta e io, tutti in macchina nel vialetto di casa. Fino alle due circa. Provammo a dormire, mentre le piccole scosse si spegnevano. Iniziò la nonna. Le dolevano le ossa, a ottantadue anni non si può pretendere che dorma in auto. Tirò fuori le solite cazzate del tipo 'La mia vita tanto l'ho vissuta', 'Se crepo io non fa niente', 'Voi avete tutta la vita davanti' e via discorrendo. Risultato, scese dalla macchina e tornò in casa. Alice gatta ne approfittò per accasarsi in giardino. Mica scema, lei. Mio padre decise di seguire la nonna, sua madre, perché in caso di scossa avrebbe potuto prenderla e portarla di nuovo fuori in tutta fretta. Cribbio, pensava intanto mia madre, mio marito è in casa. Che coraggio, che ardore (che idiota, dico io). Anche lei tornò in casa. E Marco rimase un attimo da solo. Il ragionamento. Okay, se resto qua sono al sicuro. Se torno sono un cretino, ma almeno posso dare una mano e aiutare qualcun altro. Evvai. Tornai dentro pure io. Ci infilammo a letto, col bel pigiamino. Dormii della grossa. Alle 3.32, il casino più totale. Non collegai subito, venni svegliato dagli occhiali da sole. Ironico, di notte. Sopra il mio letto c'è una mensola, e da lì mi caddero in testa. "Ahia!", dissi. Poi mi resi conto. Tremava. No, di più. Sussultava. No, di più, oscillava e roteava. Chi cazzo se ne frega, la mia casa si stava muovendo, cristo barbone! Sentii che parecchie cose stavano cadendo, nella mia stanza. Al buio, intorno a me. Lateralmente, rispetto al letto, c'è la mia libreria. Pesantissima, ci ho messo centinaia di libri. Se fosse caduta quella, addio Marco. Ma non stava cadendo, era troppo pesante pure per il terremoto. Senza accendere la luce (non volevo) afferrai il mio hard-drive sul comodino e uscii dalla stanza. In corridoio la luce era accesa. Tutto tremava ancora, e tutti facevamo fatica a tenerci in equilibrio. Mia madre era sulla soglia della sua stanza, si spostava da uno stipite all'altro per non cadere. Di fronte alla mia stanza c'è la porta della camera della nonna, giusto sotto l'architrave. Mia madre fece per percorrere il corridoio. "Ma dove vai?", gridai. "Vieni sotto l'architrave, così non ti cade niente addosso!" Non rispose, però obbedì. Dietro di noi, la nonna scese dal letto. Aveva calpestato i cocci della sua lampada, che era caduta, ma stava benone, senza un graffio. Guardammo il soffitto, che però stava reggendo alla grande. Lo scossone sembrò finire, convergendo in un mugolio basso e lento. Il rombo però era forte quanto prima. Decidemmo di approfittare di quell'attimo. Percorremmo il corridoio, che sfocia nel salotto. Qui accadde una cosa particolare. Dopo sei mesi, non so dire se sia accaduto davvero o se sia stato un ingigantimento causato dalla confusione. Propendo per la prima ipotesi, a essere sincero. La grossa... come si chiamerà? Vetrina? Mobile per esposizione? Armadio di legno con ante di vetro? In ogni caso, quelle ante si erano aperte, e tutti i piattini, i bicchieri e le bomboniere stavano cadendo sul pavimento. Non mi parve di udirli rompersi, perché il boato sovrastava ogni cosa. Non rimanemmo certo lì a far le fotografie. Imboccammo le scale e scendemmo di corsa. Vidi una crepa enorme su un muro, lungo le scale. Per i due giorni successivi, mia madre ed io avremmo giurato di averla vista aprirsi. Questo ricordo bene che non è vero. Era già lì, ma al vederla fummo terrorizzati. La nostra casa è piuttosto nuova, costruita con i cosiddetti criteri antisismici. Un tale danno non lo avremmo mai pronosticato. In seguito, all'alba, ci saremmo resi conto di cose molto peggiori. Comunque. Ci precipitammo sul vialetto di casa. Alice era sparita, non la vedevamo. Figurarsi se un gatto rimane fermo da qualche parte. Ero certo che stesse bene. I vicini di casa urlavano. Tutte le luci erano accese. Fummo molto fortunati. In pochissimi ebbero la luce funzionante, quella notte. Non oso immaginare cosa sarebbe accaduto, se da noi non avesse funzionato. Panico a tremila, come minimo. Chiedemmo se lì intorno stavano bene. Ci risposero di sì. Mia madre mi abbracciò e pianse sulla mia spalla. "Figlio mio", diceva. "Figlio mio, la nostra casa! Così tanti sacrifici e... e..." Singhiozzava violentemente. Io ero straordinariamente lucido, senz'altro per via dell'adrenalina. Mio padre fece il giro della casa, assicurandomi che Batuffolo, il nostro coniglio, stava alla grande nella sua gabbietta. Era agitato, ma sotto la tettoia, dove si trovava, non era caduta neanche la scopa, che stava appoggiata alla parete. Andai a controllare. Era vero, e lasciai il povero Batuffolo solo ma al sicuro. Ci infilammo tutti in macchina, di nuovo. Il telefonino di mia madre squillò. Non avremmo più sentito quel suono per due giorni, a causa dell'intasamento delle linee. Quello fu il principio di una cosetta stupida, ma che poi mi fece ridere. Era una nostra parente di Roma, che chiamava perché anche lì avevano ballato, e voleva sapere se stavamo tutti bene. Poi, evidentemente, chiese della casa. Mia madre: "Eeeh, cara mia! Cara mia! (Singhiozzi) E che ti devo dire? La nostra casa, la nostra bella casa... è distrutta! Rasa al suolo!" Sotto shock. Mia madre era tragicamente sotto shock. Alcuni giorni più tardi, quella parente venne a trovarci, e la portammo a vedere la casa. Ricordo ancora la sua faccia semisconvolta. "Paola... ma... credevo molto peggio! Mi avevi descritto la fine del mondo!" Non potei evitarlo, risi come una iena. Passammo la notte del 6 aprile sul vialetto d'ingresso. Anche i vicini si trovavano lì. I bambini piangevano. Ci raccontammo immediatamente tutto. Nel frattempo, la strada era diventata un inferno. Abitiamo (abitavamo?) non lontano dal casello autostradale, e da lì vedemmo arrivare i primi soccorsi da fuori. Dopo neanche mezz'ora. Furono rapidissimi. Dalla radio, intanto, sentivamo le edizioni speciali dei Tg notturni, che con voce ferma e rassicurante, ci aggiornavano sulla situazione del centro storico. Ma non occorreva. L'Aquila è una città molto antica, lo sapevamo bene cosa era successo in centro. In strada cominciarono a passare le prime conferme: camion pieni di macerie che venivano portate via. Sentimmo della Casa dello Studente, del crollo, delle vittime. Infine spegnemmo. Non potevamo più ascoltare.
La persona più importante della mia vita telefonò in quel momento, riuscendo a superare l'intasamento delle linee. Anche a casa sua avevano sentito la scossa, ma i danni erano stati minori, e soprattutto stavano bene. Avrei voluto che fosse là con me, anche se questo fu un pensiero davvero egoista.
Dormire in auto, per chi non lo sapesse, è scomodissimo. Mio padre occupò l'auto della mamma; io rimasi nella sua. Mi stesi sul sedile posteriore lasciando spazio alla nonna. Alice tornò. La feci salire. Una spinta qua, una là, in breve prese completo possesso del sedile, su cui si stese in posizione Paolina Bonaparte. Non dormimmo, eravamo troppo nervosi. Accendemmo di nuovo la radio. Altre vittime, altre macerie, altri aiuti sulla strada davanti a noi. Il nostro vialetto è in discesa. Ero terrorizzato all'idea che una nuova scossa avrebbe potuto sfrenare la macchina e farci schiantare in basso. La ebbi vinta. Al mattino, tornammo davanti a casa. Era piena di crepe. L'intonaco era caduto in più punti, il pavimento dell'ingresso era bianco. Entrammo rapidi come ladri, prendemmo delle sedie e qualcosa da mangiare. Ad aprile è molto caldo, di certo non potevamo restare in macchina, quindi ci sistemammo lì sul vialetto, all'ombra di un pino che cresce in giardino. Uno dei vicini, intanto, aveva rapidamente arredato il suo garage, fortunatamente costruito in cemento armato. Ci invitò a stare da lui con la sua famiglia, finché qualcuno non ci avesse detto cosa fare. Aveva una televisione, e da lì vedemmo l'avanguardia dell'Ade. Ciò che era accaduto al centro storico non lo avremmo potuto neanche immaginare. Mi chiesi se si potesse ancora parlare dell'esistenza stessa di un centro storico. Al diavolo, di un centro. La gente per le strade piangeva disperata, c'erano Vigili del Fuoco che scavavano e barelle coperte da lenzuola che venivano penosamente portate via dalle telecamere. Il gentile vicino ci raccontò ciò che avremmo visto con disgusto su YouTube. Dei giornalisti erano andati in giro per la città e avevano aperto le portiere delle automobili, a volte senza bussare, e ponendo domande da veri stronzi e pezzi di merda quali: "Ma lei perché si trova in macchina?", "Siete qui a causa del terremoto?", "Quindi si è sentito molto bene?" Ve ne prego. Qualcuno licenzi quella volgare gentaglia. Il secondo giorno mi resi davvero conto dell'enormità dello shock di mia madre. Eravamo seduti sotto il pino, come il giorno prima, e mangiavamo alcune fette di bruschetta cotte sul fornello elettrico. Mia madre di alzò di scatto. Mio padre: "Che c'è?" Mia madre: "Devo prendere una cosa." Io: "Ma... dentro?" Mia madre: "Sì." Io: "Sono due giorni che fai avanti e indietro. C'è davvero rimasto qualcosa da portare fuori? Guarda che è pericoloso." Mia madre: "Eh, lo so, però mi serve." Mio padre: "Ma che devi prendere?" Mia madre: "È che pare brutto..." Io: "Che cosa pare brutto?" Mia madre: "Queste bruschette..." Mio padre: "Le bruschette?" Io: "Sono buone, che hanno?" Mia madre: "Ma così... senza la salsa di carciofini! Io la vado a prendere!" Mio padre e io: "Stai fermaaa!"
Al terzo giorno ottenemmo una tenda, prenotata in un campo vicino. Devo dirlo. Le tende della Protezione Civile sono dei mini-appartamenti. Brandine di ferro con materassi, coperte, federe, lenzuola, cuscini. In seguito ci diedero corrente elettrica, luce, stufa, condizionatore. Ci è stato donato di tutto: cibo, vestiti, libri, assistenza psicologica e pseudo-spirituale. L'università ha donato agli studenti residenti dei bellissimi mini PC. Si può scrivere, leggere, studiare. Nel campo c'è perfino una linea WiFi, e quindi abbiamo addirittura Internet.
Insomma, tutto sembra carino e perfetto. Terremotati ricevono aiuti e sono contenti. Questa minchia, siamo contenti. Sì, abbiamo di tutto, buona cucina, friulani simpatici e carini, si sono organizzate chiese, cinema e sale da ballo, perfino gite. Tuttavia... quando si potrà tornare a casa? Sapete cosa cazzo significa abitare sei mesi dentro una tenda? A L'Aquila? Per carità, finché fa caldo tutto bene, ma questa città è celebre per il clima poco mite. Una sola notte può gelare interi raccolti. Potrebbe perfino far fuori qualcuno, se questo qualcuno vive in una tenda con un mini-termosifone. Le tende non hanno pareti. Sono di plastica, sono sottilissime. E cosa ci vengono a dire? Vediamo. Silvio, maggio 2009: "Non preoccupatevi. Prometto che entro fine settembre tutti avranno di nuovo un tetto sopra la testa." Silvio, agosto 2009: "Non preoccupatevi. Prometto che entro fine novembre tutti avranno di nuovo un tetto sopra la testa." Bertolaso: "Non preoccupatevi. Prometto che entro fine settembre vi sbatto fuori di lì e poi in qualche albergo sperduto."
Ora la chiusura delle tendopoli è stata rinviata a data da stabilirsi. Chi ha avuto la casa totalmente distrutta ha avuto la sua casetta di legno. Ottimo, buon per lui/lei. Chi ha la casa da riparare sta ancora in tenda, aspettando che i benedetti lavori di ristrutturazione abbiano inizio.
Ottobre 2009. Stiamo aspettando.
|
Unico indizio: la luna piena
(Stephen King, Cycle of the Werewolf, 1983)
Nel paese di Tarker's Mills neanche gli omicidi seguono un percorso ordinato e preciso. La gente non muore per incidenti stradali o domestici, né per ragioni di vendetta. La gente muore sbranata. Non c'è una logica, in questo. Donne e uomini di qualunque età, in ogni parte del paese, indistintamente. La polizia non sa come agire, la paura dilaga. Nessuno sembra voler guardare la realtà, ma il piccolo Marty Coslaw è un'eccezione. Lui, che vede il mondo in modo differente. Non dall'alto verso il basso, ma dal basso verso l'alto. Lui, che perfino dalla sua sedia a rotelle, sottovalutato da tutti, si accorge di come la sola cosa nota dell'assassino sia anche l'unico indizio che riveli come combatterlo: agisce solo nelle notti di luna piena...
Be', per la verità sono deluso. Certamente è vero che sono stato spinto a leggere questo libro dalla fama di King, che leggo per la prima volta, ma è vero anche che si tratta di un testo alquanto anomalo. La trama, come ho illustrato, è davvero semplice. Forse anche semplicistica. Lupo mannaro mangia gente, piccolo protagonista scopre tutto e si prepara all'azione. Non parlerò del finale, cliché di genere o meno, perché non voglio rivelare l'identità dell'assassino (l'unico colpo di scena). Come dicevo, la fama dell'autore è stata determinante. Ero alla ricerca di una storia di lupi mannari, una fatta come si deve. Sangue, oscurità, paura, delirio e fauci. Mi sono detto, chissà se il tanto acclamato maestro del terrore ne ha scritto uno? Non avendone mai avuto notizia, cercai sull'indispensabile Wikipedia, e lì mi parve di trovare il Nirvana. King aveva effettivamente scritto un'opera intitolata Cycle of the Werewolf. Gaudio. Cercavo un romanzo e avevo trovato un intero ciclo! Fu il mio secondo errore. Il terzo fu cercarlo in italiano. Sapevo che era stato tradotto con il titolo Unico indizio: la luna piena (e che esiste anche un film omonimo che fa pena a certi livelli), ma come sempre mi capita, è fuori commercio da parecchi anni. Ci sono modi alternativi per leggere un romanzo 'introvabile', e a uno di questi ho fatto ricorso. Ad ogni modo, me ne impossessai. Fu una delusione insopportabile. Non esisteva nessun ciclo, si trattava soltanto di un libro, così come nell'edizione in lingua madre. La parola "Ciclo" si riferiva al ciclo delle lunazioni in un anno, e di fatti la storia si svolge nel giro di un anno. Rimaneva la speranza della qualità – subito disillusa. Non solo il libro è di una brevità disarmante (anche se non si dovrebbe mai giudicare un libro dallo spessore), ma è a malapena organizzato come un libro. Un po' di storia. A Stephen King fu proposto un calendario. Che non si vada a pensar male, King è una persona seria. Dodici mesi, dodici pagine illustrate a tema mannaro, accompagnate ognuna da un breve racconto. Come scritto nell'introduzione, fu uno degli ostacoli più spinosi mai capitati allo scrittore. Trovò assurda l'idea di contrarre dodici trame in uno spazio tanto esiguo, e risolse il problema decidendo di collegare tra loro i singoli racconti. Illustrazioni a parte, ne venne fuori un romanzo breve in dodici capitoli, che piacque al punto di trarne un film. Ricapitolando: il libro è tragicamente breve, ha una trama prevedibile, è scritto 'faticosamente' – si nota alla perfezione lo scorno di King –, è impreciso riguardo ai cicli lunari (e per questo ci si scusa in una nota finale) e infine viene del tutto stroncato dall'autore nell'introduzione. King ci racconta infatti di come l'idea non sia stata sua, di come lo abbia fatto solo per soldi, di come lo abbia trovato difficile e di come abbia buttato giù la versione finale, cioè praticamente a caso. Il paese? Mah, sì, lo chiamo Tarker's Mills, un nome vale l'altro. Un licantropo? Mah, sì, è il tizio insospettabile. Il protagonista? Mah, sì, definiamolo pure così. Certo, se lo dipingo adulto e sano nessuno simpatizzerà per lui. Lo faccio piccolo e semi-paralizzato. Alé. La ricetta di un libro. Insomma, il mio primo approccio a Stephen King è stato un disastro, e sono ancora alla ricerca di un romanzo degno di questo nome sul tema dei lupi mannari.
| 2009/9/30
|
La ragazza con l'orecchino di perla
(Tracy Chevalier, Girl with a Pearl Earring, 1999)
Delft, Olanda, XVII secolo. In una modesta casa del quartiere protestante vive il più rinomato decoratore di mattonelle della città con la sua famiglia. Rimasto cieco a causa dell'esplosione del forno utilizzato per il suo lavoro, l'uomo è stato costretto a ritirarsi dall'attività, gettando i suoi cari in uno stato miserevole e costringendoli a rimboccarsi le maniche come mai avevano dovuto fare. Viene stabilito che Griet, la maggiore dei tre figli, sia mandata a servizio presso la dimora del celebre pittore Vermeer, nel Quartiere dei Papisti. La vita in casa Vermeer è più ardua del previsto: Catharina, moglie dell'artista, fa di Griet l'oggetto delle proprie antipatie, mentre Cornelia, una delle bambine, fa di tutto pur di farla cacciare. Solo Tanneke, domestica come Griet, sembra volerla aiutare, così come Maria Thins, l'anziana donna madre di Catharina. Il rapporto con il padrone di casa, invece, è assolutamente enigmatico. Griet è l'unica in tutta la casa cui sia consentito l'accesso nell'atelier, e deve fare attenzione a pulirlo ogni mattina senza spostare nulla. Sarà proprio durante queste pulizie che Vermeer chiederà a Griet l'inimmaginabile: posare per lui. Sulle prime la ragazza rifiuta, timorosa che Catharina possa ingelosirsi e licenziarla, ma l'uomo le offre la sua protezione, complice il fatto che la ragazza possiede innate doti artistiche. Al culmine della situazione, quando il ritratto si avvia ormai alla conclusione, l'uomo chiede a Griet di indossare in gran segreto gli orecchini della moglie. Perfino Maria Thins collabora al furto temporaneo, preoccupandosi in prima persona di riporre i gioielli al loro posto una volta usati. Tutto sembra andare a buon fine; Griet può abbandonare le paure e tornare a sognare che possa nascere qualcosa tra lei e il suo padrone, anche se non lo ammette neanche a se stessa. L'imprevisto giunge sotto forma di Cornelia, la quale, visto il quadro, informa immediatamente Catharina...
Originale. Prima di leggere questo romanzo, non avevo mai sentito parlare di libri ispirati a dei quadri. Normalmente una storia d'amore tra serva e padrone non stupirebbe, ma qui ci sono due elementi che abbattono il cliché. Primo, il contesto storico e il divario religioso tra i due quartieri della città rendono i timori di Griet del tutto leciti, e il suo pudore giustificato, ovverosia non c'è modo di pensare che lei possa permettersi di dichiarare i propri sentimenti a Vermeer; semplicemente non si può. Secondo, paradossalmente è una storia d'amore che ha ben poco da spartire con due personaggi innamorati, e su questo mi vorrei soffermare. Chiudendo il libro, ho pensato alla parola 'delicato'. Perché? Perché è un romanzo inconsueto. Griet non se ne rende conto, ma è innamorata del suo padrone. Tuttavia non fa nulla di diverso da ciò che ci si aspetta da una serva. Pulisce, sopporta, soffre e obbedisce a qualunque richiesta. Quando Vermeer le chiede di posare, lei tentenna, ma poi accondiscende. Né sembra preoccuparsi troppo d'essere ricambiata, cosa che all'epoca sarebbe stata impossibile, in quanto avrebbe costituito un grande scandalo. Dal canto suo, il pittore nutre per lei null'altro che indifferenza, almeno a un primo sguardo superficiale. Si scopre infatti che il suo interesse è dettato esclusivamente dall'arte. Quando si sofferma a osservare Griet, non è perché sta contemplando l'oggetto di un amore impossibile, ma perché sta contemplando un oggetto. O, per meglio dire, un soggetto. Non più di questo, non meno di questo. Griet deve essere ritratta, poiché questa è la decisione di Vermeer. Il pittore si offre di proteggerla dalle ingiustizie che avvengono in casa, ma solo per entrare nelle sue grazie e fare in modo che non rifiuti poi di posare. In realtà si può addirittura pensare che lui sia un individuo senza cuore. È un uomo il cui solo obiettivo è dipingere, e pur di continuare a farlo sacrifica tutto, forse anche con un certo piacere. Attrezza un atelier nella sua casa, vietando l'accesso a tutti fuorché la donna di servizio; è estremamente schivo e silenzioso, nell'intero romanzo parla pochissime volte; non trascorre il proprio tempo libero in famiglia, preferendo recarsi alla gilda; tiene occupata la moglie mettendola sistematicamente incinta; è geloso delle attenzioni che il suo mecenate mostra nei confronti di Griet, ma solo finché il quadro non è compiuto. Infine, la cosa più grave tra tutte, che rende Vermeer non più il buon padrone di casa, ma quasi l'avversario, l'antagonista. Griet gli fa notare di non avere fori nei lobi, e lui risponderà soltanto: "Dovrai rimediare." E Griet obbedisce di nuovo, praticandone uno sul lobo sinistro, quello che verrà dipinto. Vermeer, impietoso, le ingiunge di farne uno anche nel lobo destro. Il lettore resta spiazzato. Qual è la ragione di questo gesto? Perché una simile cattiveria? Viene in mente un solo motivo, se motivo può chiamarsi. Mi si passi il termine: Vermeer è un gran bastardo. Dipingere, per lui non esiste altro, non persone, né amore, né rispetto. Griet non esiste se non sulla tela; non è un essere umano, è bellezza. Per questo ho pensato alla parola 'delicato'. Non è un romanzo d'amore, bensì un romanzo sull'amore per l'arte. Eccezionale, da questo punto di vista. Non si può evitare l'analogia con il romanzo La morte a Venezia, di Thomas Mann. Anche lì si parla di amore per le esteriorità. Il protagonista ama il giovane Tadzio (anche se i due non si conoscono affatto e non si parlano mai), sostenendo chiaramente di amarne i canoni di bellezza. Romanzi abilmente costruiti sull'illusorietà delle apparenze. Due noti finali per concludere, che prescindono la validità dell'intreccio.
- È stato chiarito come il Vermeer del romanzo possegga una morale a dir poco dubbia, e di come Griet quasi lo veneri, per questo. Be', non sia mai che lei subisca senza ritegno. In bilico tra una vita da sola e una (tutta immaginaria) con il suo padrone, decide di tutelarsi e farsela con il macellaio, grazie alle cui prestazioni sessuali possiamo goderci una Griet sempre più... ma sì, 'imputtanita', che solleva la gonna nei vicoli e si fa sbattere allegramente contro un muro;
- appurato il successo del romanzo all'estero, non posso credere che la penuria di congiuntivo trapassato sia dovuta all'autrice, anche perché nell'edizione italiana manca solo di tanto in tanto. Colpa imputabile alla traduttrice o al correttore di bozze? Attenzione, Neri Pozza Editore.
Buona lettura. Approfondimento: La ragazza con l'orecchino di perla o Ragazza col turbante, quadro di Johannes Vermeer, 1665 ca.
| 2009/9/19
|
Il misterioso manoscritto di Nostratopus
(Elisabetta Dami, 2000)
Premessa
Per quale accidenti di motivo il sottoscritto, all'età di ventun anni, ha preso in mano un... libro come questo? Uno: l'ho avuto gratuitamente insieme al Corriere della sera. Due: è il primo titolo di una serie che ha venduto e vende un numero osceno di copie da noi come all'estero, ergo dovrebbe essere quantomeno decente. Tre: sì, il protagonista è un topo, ma perché mai questo avrebbe dovuto farmi desistere dalla lettura? Quattro: cercavo conferma dell'inesistenza della letteratura infantile. Inizio l'analisi.
La trama
Il libro in questione è pessimo. La trama non occupa più spazio di quello che impiegherò io per riassumerla. Geronimo Stilton, il protagonista, è il direttore de 'L'eco del roditore', il giornale più famoso dell'Isola dei Topi. Durante la Fiera del Libro di Topoforte, gli viene sottoposto (come da titolo) il misterioso manoscritto di Nostratopus, che Geronimo decide subito di pubblicare, ma... oh, no!, viene rubato dalla direttrice della testata rivale. La, ehm, signora sarebbe la cattiva della situazione, e infatti non vuole restituire il maltolto. Sciattamente, tutta la sua redazione va in fiamme, e addio manoscritto. Solo, Geronimo la salva dall'incendio facendo la figura dello pseudo-eroe. Come più che evidente, la trama è stupida. Cosa intendo per "stupida"? Intendo piatta, insipida, priva di spessore, non interessante, non 'avventurosa' né intelligente. Per non parlare di uno dei tanti problemi di fondo. Sono l'unico che si chiede il motivo per cui una testata giornalistica dovrebbe voler stampare un manoscritto? Sono l'unico che conosce la differenza tra redazione di un giornale e casa editrice? I caratteri Da un libro, come minimo, ci si aspetta del testo. Qui, almeno il settantacinque percento delle pagine è costituito di disegni a colori che, a essere fortunati, invadono buona parte della pagina; nel peggiore dei casi, sono tavole a tutta pagina. Trattandosi di librominkia, adatto cioè ai bimbiminkie, questo è il minore dei problemi. I libri firmati Geronimo Stilton sono malati. Quasi alla lettera, sono butterati. Ogni pagina, escluse quelle totalmente occupate dalle tavole, sono costellate di scritte degne del diario scolastico di una dodicenne. Pardon, ho esagerato: di una bambina di otto anni. Non solo i caratteri di scrittura hanno del ridicolo, ma sono fusi con dei mini-disegni. Un esempio. A pagina 45, riga 17, si trova la parola "galleria". Be', questa singola parola ha uno sfondo tutto per sé, personalizzato, di colore nero e a forma di semicerchio, evidente richiamo all'imbocco di una galleria (guarda un po'). Altro esempio: a pagina 24 campeggia la parola "zigzagava", scritta un po' verso l'alto e un po' verso il basso, carattere molto grande e colore blu. Atroce, assolutamente. E tutto il libro, tutti i libri della serie (che ammontano attualmente alla sconvolgente cifra di 142) sono fatti allo stesso modo; alcuni, anzi, peggiorano, come quelli sulle cui copertine ci sono bollini che promettono qualcosa come venti pagine al profumo di cioccolato. La mia teoria in merito. Geronimo Stilton è nato come esperimento per insegnare ai bambini delle scuole elementari i vari significati delle parole. Non so in che scuola si sia svolto l'esperimento, sta di fatto che fu apprezzato dalle ignare cavie, e questo mi porta a pensare che fossero in larga maggioranza bimbiminkie. Ma io mi chiedo: perché mai, perché, perché, perché una casa editrice come Piemme (gruppo Mondadori!) dovrebbe decidere di pubblicare una simile spazzatura, un tale pattume? Certo, la risposta potrebbe essere 'Tempi pazzi, lo schifo vende parecchio.' OK, questo accade però dopo la pubblicazione. Il problema su cui vorrei spostare l'attenzione sta a monte, ed è probabilmente da ricercare nell'etica dell'editore. Immaginiamo. Scrittore incredibilmente presuntuoso invia il proprio scritto a un editore qualunque. Ora, l'editore, l'aiutante, il vice, il servo, la bidella o perfino il portinaio cui il testo viene fatto leggere di che genere di intelligenza subnormale dispongono per autorizzare la stampa di una infezione inguinale di questo tipo? Perché farlo? Un editore non dovrebbe stampare cultura, o quantomeno qualcosa di minimamente apprezzabile? Teoricamente. Ma suppongo che le migliaia di Meyer, Troisi, Cast e Strazzulla che vanno quotidianamente in stampa siano imputabili a un genere particolare di disperazione, per non dire di rapacità economica. Torniamo al libro. Le idiozie Essendo il protagonista un ratto con gli occhiali, cavolate come "Per mille mozzarelle" non dovrebbero stupire, anche se occupano mezza pagina. A proposito di pagine, neanche una raggiunge le venti righe di testo. Oh, ed è ovvio che non possono mancare le pubblicità per l'episodio seguente, infarcite di auto-apprezzamenti e auto-elogi. Cito testualmente: "Vi confesso un segreto (che rimanga tra noi, però!). Sto già pensando al prossimo libro. Vi dico solo che parlerà di piramidi, di antiche civiltà scomparse, di Atlantide, Shangri-là, Eldorado... Mi sto già documentando e non vedo l'ora di iniziare a scriverlo. Allora, cari amici roditori, arrivederci al prossimo libro: un libro Stilton, naturalmente! Squitttttttt!" Devo aggiungere altro? I tentativi di cultura Non mancano neppure i momenti di lucidità, in cui l'autore sembra rendersi conto della (dubbia) qualità di ciò che sta scrivendo. Da tali sprazzi di sole nasce il personaggio di, ehm, Topìa Van Ratten. Costui fa continuamente notare a Geronimo come ciò che pubblica in effetti non sia "cultura con la C maiuscola". La coscienza che si fa sentire, insomma. Puntualmente, Geronimo non sa cosa ribattere, perché non c'è modo di negare il senso e la ragione, e sclera. Conscio del fatto che questo comportamento avrebbe portato i lettori a chiedersi 'Lo scrittore è scemo o ci fa?', quest'ultimo ha cercato invano di infondere una ragion d'essere a Van Ratten. Sarà lui a dare il famoso manoscritto a Geronimo. In breve, l'autore stesso si vergogna di quel che scrive, sa di star producendo boiate. Per rimediare, tenta di inserire nel testo frasi moraleggianti come le seguenti due. "Il mondo è dei furbi." "Ebbi il tempo per riflettere su come ci fosse davvero una giustizia nella vita. Sì, non sempre i furbi vincono." E pensare che si tratta solo del primo volume! Il nome Infine, svelo l'arcano. L'autore... non è un topo, ma un essere umano! Pazzesco! Assurdo! Un simile inganno, per qual cagione? (Pianti di accorato dolore in sottofondo con accompagnamento di singhiozzi.) Non solo, l'autore è in realtà un'autrice! Il nome: Elisabetta Dami. Dunque, la scelta di un alter-ego maschile elimina(va) la possibilità di creare battutine come 'La protagonista è topa.' Troppa logica, non sia mai. Quindi, vi dico che esiste uno spin-off di Geronimo Stilton, Tea Stilton, la quale detiene una collana tutta sua. Sarebbe la sorella di Geronimo, dunque sorcio anche lei. Ad ogni modo – e qui voglio andare a parare –, riuscite anche lontanamente a concepire una vergogna così grande da giustificare l'autrice per non aver voluto firmare i propri libri? Senza parole, per il prodotto, la pubblicazione e le insensate vendite.
| 2009/9/15
Presto nelle librerie Il simbolo perduto (The Lost Symbol), il quinto thriller di Dan Brown, il terzo ad avere come protagonista Robert Langdon. La pubblicazione, più e più volte posticipata a partire dal 2006, è stata concordata per la data di oggi 15 settembre 2009 in contemporanea per Canada, Gran Bretagna e Stati Uniti. In Italia sarà nuovamente Mondadori a occuparsi della stampa, prevista per il 23 ottobre, affidando la traduzione nelle esperte mani di Riccardo Valla. Doubleday, l'editore statunitense, ha dichiarato: "È un thriller brillante e convincente, vale la pena di aspettare." La tiratura iniziale è stata la più alta nella storia della casa editrice: 6,5 milioni ci copie. Il nuovo thriller è noto con quello che era il suo titolo provvisorio, The Solomon Key, con riferimento a un antico testo alchemico. Sarà ambientato nella città di Washington e l'argomento principale sarà la Massoneria. Approssimativamente, il numero di pagine sarà pari a 509. In merito, l'autore ha detto: "Questo romanzo è stato un
viaggio strano e meraviglioso. Rendere cinque anni di ricerche in una
storia che si svolge in un arco di tempo di dodici ore è stata una sfida
stimolante. La vita di Robert Langdon si muove chiaramente molto più
velocemente della mia."
2009/8/27 Pioggia su plastica. Può sembrare banale da dire, ma all'interno di una tenda i rumori entrano con più facilità, rispetto all'interno di una casa. Casa, mattoni e cemento. Tenda, plastica e... plastica. Il temporale è arrivato dopo un maestoso, roboante preavviso in lontananza. È un tamburellare incessante. Snervante, quasi. Abbiamo dovuto spegnere la TV, non riuscivamo più a sentirla. E abbiamo spento qualunque cosa necessitasse di elettricità, fuorché i telefoni cellulari. Stavo leggendo un romanzo di Leavitt. Strano, ma la pioggia insistente non mi dava fastidio; strano soprattutto perché stavo leggendo di un litigio tra Eliot e Philip – bel nome, Eliot. Mi sono detto: 'Bene, scrivo qualcosa, finché dura la pioggia, finché c'è un po' di atmosfera e d'ispirazione.' Ora aggiungo: 'Di qualunque cosa si tratti.' La mamma, sul letto accanto al mio, è al telefono con mia sorella, la sta informando sugli ultimi fatti di due ragazzine della tendopoli. Mi chiede una precisazione in merito, ma ribatto "Non rispondo, non le interessa", per non essere pettegolo. Odio parlare di altre persone a terzi. Questa città è puerilmente fondata sul pettegolezzo. Gente senza argomenti di conversazione seri, gente priva di occupazioni nel tempo libero. Priva di arte. È l'ora di cena, la nonna mi impone fretta. La pioggia cade meno fitta. I tuoni rammentano vagamente il rombo della terra, mentre io mi chiedo se questo modo di concludere potrà apparire anche lontanamente poetico, chissà perché, a Sara.
2009/8/19 Spesso capita di imbattermi nell'annosa questione delle edizioni economiche. Partiamo da un concetto che, con mia grande sorpresa, è semisconosciuto: cos'è l'edizione economica di un libro? Quando un libro viene tradotto per la prima volta o, nel caso di autori nostrani, viene pubblicato nella sua primissima edizione, il suo prezzo sarà (senza molta ironia) astronomico. È certo che nessuno potrebbe acquistarlo con la misera, ahimé, cifra di quindici euro, anzi, non di rado si oltrepassa la soglia dei venti. L'Italia è già una nazione che non brilla se non per il vino e le donne, figurarsi per la diffusione dell'arte della lettura. Quanti, infatti, sono coloro disposti a spendere la bellezza di sessanta euro per la nuova trilogia superfamosa? Quanti ne spendono un terzo per l'ennesimo best seller d'autore? Come si può facilmente immaginare, la risposta è ben pochi. Cosa accade, allora, all'opera in questione? Come possono le case editrici fare in modo di vendere su larga scala quel volume così apprezzato? L'edizione economica esiste per ovviare questo problema. Le differenze tra le due edizioni sono molteplici. Una primissima stampa del libro presenta una copertina cartonata o rigida che dir si voglia più grande del formato delle pagine all'interno; potrebbe esserci anche una sovraccoperta, che non necessariamente ricalca la copertina rigida e che viene accompagnata da slogan o mini-recensioni di altri scrittori più o meno famosi; i caratteri sono a dir poco da orbi, e in questo modo il libro acquista un maggiore spessore, creando l'illusione di un incredibile sforzo dell'autore, del traduttore/correttore di bozze e della casa editrice tutta; infine, il prezzo è alto. Un'edizione economica è l'esatto opposto. La copertina è morbida (termine, questo, che crea confusione, della quale mai cesserò di domandarmi il motivo), vale a dire che... non è dura, bensì molto più elastica e quindi soggetta a maggiori danni dovuti al tempo o al cattivo mantenimento del volume; la sovraccoperta è solitamente assente, e questo smaschera inganni e inficia il bisogno di slogan; la suddetta copertina possiede di solito il medesimo formato delle pagine; i caratteri sono più piccoli e il libro appare per la sua effettiva lunghezza; il prezzo sfiora la metà di quello della primissima edizione. Ovviamente sorge una domanda. Perché non si stampa direttamente in edizione economica? In questo modo, il libro si diffonderebbe con maggior velocità e sarebbe fruibile per lettori di qualsivoglia budget. Una prima e apparentemente sensata risposta potrebbe suonare più o meno così: perché, in questo modo, la casa editrice verrebbe a conoscenza dell'effettivo livello di gradimento da parte del pubblico, che è disposto a spendere molto pur di leggere il nuovo libro e dimostrando la futura utilità di un investimento da parte dell'editore per creare l'economica. È una buona risposta solo al sessanta percento. Certo nessuno vorrà negare le volontà rapaci degli editori che, inutile dirlo, ci guadagnano di più. Ci sono poi le dovute eccezioni, che però non vanno a favore dell'editore. Una piccola digressione per spiegarmi meglio. Capita fin troppe volte, in special modo negli ultimi tempi e nel campo della letteratura fantasy, di mandare in stampa autori scadenti, ridondanti, infantili e generalmente sciocchi. Indecenti, perfino. Certo, si dica quel che si voglia, si difenda l'onore di genere con le unghie e i denti, ma il fantasy continua a essere irrimediabilmente ritenuto 'l'economy class' della letteratura dai più, motivo imputabile senza ombra di dubbio all'ignoranza che galoppa libera e nuda nel bel paese. Ciò nonostante, anche per questi scrittori esistono le primissime edizioni che, a ragion veduta, possiedono le caratteristiche di cui sopra, unite alla maestria (assolutamente fuori discussione) dei migliori disegnatori. Tuttavia, il fatto curioso si presenta nelle economiche. Anche lì i caratteri sono da orbi. Questo, però, non accade per tutti: le economiche di George R. R. Martin sono stampate in quelli che vengono generalmente definiti 'microcaratteri'. Lo scrittore valente ha scritto il suo nuovo tomo, che il pubblico desidera leggere. Bene, caratteri piccoli, meno pagine, prezzo un tantino alto ma ancora accessibile. Ottimo, lodi sparse. Le economiche di Licia Troisi hanno caratteri enormi, copertine da favola e prezzo di nuovo un tantino esoso: il mix ideale del libro che nasconde un tranello. Se la Troisi fosse brava, che bisogno avrebbe di ricevere un trattamento diverso da quello riservato a maestri del calibro di Martin? Tralasciando il discorso dei disegni di copertina, perché non ridurre anche i suoi caratteri, diminuendo lo spessore e abbassando, come giusto e meritato che sia, il prezzo? Si torna al discorso dei rapaci. Ignoranza vaga nuda, non dimentichiamolo. Esempio. Immaginiamo una qualunque bimbaminkia che entra in libreria coi soldi spillati di fresco a mammina. Cosa vede?
a. Martin. Guerrieri rozzi in copertina; lunghezza inarrivabile (che torto, giudicare dal numero di pagine!); e infine... "Così piccolo? Neanche riesco a leggere le prime due righe!";
b. Troisi. Copertina strafiga – Barbieri è il mito che merita essere –, in cui spiccano tipe toste armate di spade, coltelli e pugnali; prezzo identico a Martin; e... colpo di grazia! "Bella, almeno qua riesco a leggere. E la tizia è come mi sento io dentro!" (Continuate a ripetervi cose così, bimbiminkie, e vi convincerete che sia vero.)
Triste scenario, ma vero, a ben pensarci. Troisi e Meyer sono solo alcuni dei nomi elevati fino all'Olimpo Scrittorio da orde di ragazzine delle medie che credono di essere guerriere adulte o sfigate destinate a sposare oscuri ragazzi pallidi e bellissimi ("gnokki", se mi si passa la citazione). Se un adulto volesse avvicinarsi al fantasy, cercherebbe prima di tutto un best seller, e troverebbe inevitabilmente questi nomi. Ho avuto la prova diretta di questo, una madre che affermava di voler comprendere l'amore del proprio figlio per questo genere e che ora, dopo i vampiri figotti, lo ritiene un poco tardo. Esiste poi il discorso degli esordienti (non me ne vogliano). Specie in Italia, è difficilissimo spedire un manoscritto a un qualunque editore e vederselo subito accettato e pubblicato. È più facile che si venga subissati di rifiuti e costretti a rivolgersi altrove. Qui potrei parlare di Lulu.com e del controsenso costituito dal fatto che sia lo scrittore a pagare l'editore per vedersi pubblicato, ma non è il caso. Cosa succede, si diceva, quando uno scritto viene accettato? Si entra a diretto contatto con l'editor, si stabiliscono i contatti del caso con la casa editrice in generale e al novanta percento ci si assicura la strada spianata anche per altre future opere. Ma ecco la cosa strana. L'esordiente che ha la fortuna necessaria (o il talento, naturalmente) per finire sugli scaffali delle librerie, spessissimo costa decisamente troppo. Per carità, magari l'autore non ha nulla a che vedere con il prezzo – pensare a un accordo tra lui e l'editore suona come una pazzia –, ritengo anzi che si decida tutto in una riunione di redazione o roba simile. Il punto, però, è: sarà giusto? È giusto che io spenda cifre da capogiro per le opere di Eco, Tolkien o Conan Doyle e debba poi pagare quei cinque-dieci euro di troppo per una persona che magari scrive divinamente ma è del tutto sconosciuta? Si può essere molto propensi a pagare € 55 per l'edizione in volume unico di Alla ricerca del tempo perduto di Proust, così come ce la presenta Einaudi. Proust è Proust. Ma che mi dite di, non so, Pierdomenico Baccalario, G. L. D'Andrea o altri? Ripeto, non me ne vogliano, ma sono stati pubblicati sin dal primo momento a prezzi alti. Io voglio conoscere bene il talento di qualcuno, prima di sborsare certe cifre. Almeno il primo volume, e questo è il succo della faccenda, deve costare poco. Non posso comprare un libro, pagarlo tanto e poi scoprirlo ripieno di cavolate (specifico che non mi riferisco ai due autori sopracitati, non li ho letti). Devo essere certo che l'autore valga la mia spesa, non vedo alcunché di strano, in questo. Se siete bravi, se siete eccelsi, si vedrà in futuro. Se avete intenzione di scrivere solo un libro, mi dispiace per voi. A me dispiace, va da sé. All'editore no, perché tanto vi pubblica comunque a prezzi da galera, guadagnandoci vergognosamente. Perché è davvero, davvero, davvero raro che chicchessia meriti al primo colpo di essere definito astro nascente, genio o erede di Pinco Pallino. Questo secondo una certa logica, cui si può ricorrere senza pensarci troppo. Io ritengo invece che anche le grandi opere debbano essere vendute tutte a prezzi minimi. La cultura deve poter essere alla portata di tutti, e i libri sono cultura. Tolkien merita senza dubbio i soldi che Bompiani mi richiede, i suoi libri sono indiscussi capolavori, ma magari qualcuno non ha la disponibilità economica di acquistarli. Perché non si pensa a questo? Un libro, comunque sia, prescinde la bravura o meno dell'autore. I libri, e questa è un'ovvietà disarmante, esistono in molteplici copie. Non sono unici, come la Monna Lisa, come la Torre Eiffel. Sono tanti. Non vedo motivo di farli pagare come fossero tartufi bianchi. Termino qui la digressione sulla validità di contenuto in relazione al prezzo, per arrivare finalmente a parlare delle... Edizioni tascabili. Che roba sono? Sono libri che hanno venduto così tanto da oltrepassare il complimento di best seller e che meritano d'essere venduti a meno di sette euro, così che tutti possano apprezzarli senza esborsi. Una volta il prezzo si aggirava attorno ai cinque euro (ottimo), ora arrivano anche a € 6,90, ma si tratta comunque di un notevole risparmio, rispetto agli iniziali venti. Unica ma inevitabile pecca, i caratteri rimpiccioliscono ancora. Ostacolo aggirabile, d'altronde, gli occhiali da lettura servono a questo. Grandi titoli, poco prezzo: mi sembra accettabilissimo, persino quando il best seller in questione è l'ennesima idiozia da bimbominkia. Ma tutto ciò impallidisce di fronte ai... credo si possano tranquillamente chiamare feticisti. Per una persona affetta da feticcio letterario non esistono edizioni economiche né tascabili. Solo ed esclusivamente edizioni cartonate, di qualunque titolo/autore si tratti. Una cosa che, personalmente, non concepisco. Cos'è, a conti fatti, un libro? Testo. Immagini, tutt'al più. Allora che importa della carta? Delle sovraccoperte? C'è chi pensa che possedere il primo volume cartonato di una trilogia (o i primi due) implichi un qualche obbligo ad acquistare anche i rimanenti nella medesima edizione, nonostante il fatto che siano disponibili delle economiche. "Perché il dislivello è brutto", "Anche l'occhio vuole la sua parte", "Motivi estetici", "La 'scaletta' sullo scaffale è inguardabile", "È una collezione, punto"... Che dire? Buon per chi lo pensa, buon pro vi faccia, ma sta di fatto che avete speso più di quanto avreste potuto risparmiare. A parte l'estetica e le presunte collezioni, dunque, a cosa è servito? E non voglio parlare degli stolti (uso un termine gentile) che comprano lo stesso libro in diverse edizioni perché "hanno la copertina diversa". Da questo discorso si può evincere facilmente come chi scrive non disdegni l'editoria elettronica. Proprio perché il libro è testo, trovo futile parlare di supporto. Dipende solo dal periodo storico. Alcuni ritengono che sia 'freddo' leggere un testo sul PC, sul proprio telefonino o su un lettore di eBook, poiché non si ha a disposizione l'odore della carta o dell'inchiostro. Immaginate cosa potrebbero aver pensato coloro che, secoli fa, erano abituati alla pergamena. Cos'è, questa 'carta'? E questo inchiostro? L'odore e il colore sono diversi da quelli che usiamo di solito. Queste considerazioni non hanno però impedito l'evoluzione dell'oggetto, l'avvento della carta stampata. Allo stesso modo, l'eBook è l'evoluzione rispetto alla carta. Alcuni quotidiani pubblicano esclusivamente on-line, molte persone non comprano più il giornale in edicola perché consultabile gratuitamente sul sito, il Times ha deciso che entro il 2012 cesserà del tutto le sue pubblicazioni cartacee e passerà all'elettronico. Evoluzione. I dinosauri, volenti o meno, sono diventati uccelli. Le scimmie primordiali, volenti o no, sono diventate esseri umani (alcune sono rimaste scimmie, ma questa è una storia che riguarda il governo Berlusconi, e non voglio uscire fuori tema). Esistono case editrici tutte virtuali, che vendono i propri titoli in qualunque formato si desideri (.doc, .lit, .pdf, .rtf, .odt, .txt, .epub, .mobi, .html, eccetera), e ovviamente esiste anche la pirateria. Per taluni questa è una novità inaudita. Così come esiste la pirateria per DVD e CD, esiste quella per i libri. Una persona qualunque compra uno scanner apposito, scansisce i singoli volumi, li salva nei formati voluti e li mette on-line, disponibili sui programmi di file sharing. Qualcuno sta storcendo il naso, immagino i feticisti. Sono in parte d'accordo. E dove finisce il diritto d'autore? Nel cesso, proprio come nel caso di film e musica; proprio per questo si parla di pirateria, in fondo. Esiste, pace. Ma per quale motivo esiste?
- A causa dei prezzi troppo elevati, che sono ideologicamente (ma il più delle volte obiettivamente) intollerabili, per cui si prende in prestito il libro in biblioteca, si scansisce e si restituisce. Illegale, certo, però in questo modo chiunque può leggere gratis il libro;
- il
relazione al punto precedente, il libro è cultura, e la cultura va elargita
gratis, onde evitare persone ignoranti per impossibilità economiche;
- non si crede nel diritto d'autore, in quanto chiunque può voler leggere uno scritto e a chiunque va dato modo di procurarselo;
- a causa dell'evidente idiozia di alcune case editrici.
Un esempio riguardo il quarto punto. Torniamo a un romanzo di Martin, Il battello del delirio (Fevre Dream, 1982): sfido chiunque stia leggendo a reperirne una copia. Molto arduo, credetemi, davvero molto arduo. Fanucci lo tradusse e stampò regolarmente nel 1994, poi, esaurite le scorte, svanì nel nulla.
 La cover italiana de Il battello del delirio, Fanucci editore
La fama di Martin risorse quasi inaspettatamente grazie al successo della sua saga Le cronache del ghiaccio e del fuoco. Mondadori si premurò di pubblicare subito altri suoi libri di cui possedeva i diritti, ma Fanucci non rivendette i propri e rimase silente. Anche ora rimane silente. E non gli conviene. Non c'è alcuna traccia di quel libro in nessun database di nessuna libreria mi sia mai capitato di visitare, non risulta in nessun bookstore on-line. Ce n'era un'unica copia su eBay ma, trattandosi di un'asta, per comprarlo ci sarebbe stato il bisogno di essere uno degli eredi Hilton. Aggiungiamo il diffuso problema delle lingue. Chiunque potrebbe acquistare una copia in lingua, ma non sono poi molti coloro che comprendono le lingue straniere. Sul sito di Fanucci risulta la totale assenza delle copie di magazzino, richieste e spedite agli interessati. Perché neanche allora ci si è mossi, una volta vendute tutte le copie, anche le rimanenze di magazzino? Qualcosa avrà pur voluto dire. Non si trattava forse di un'evidente richiesta di mercato? Silenzio. Motivo? Oscuro. Inviai quindi un'e-mail a Fanucci, facendo loro notare come la fama dell'autore fosse in risalita e consigliando la ristampa del 'battello'. Mi fu risposto: "Gent.le lettore, ringraziandola per averci contattato la informiamo che il
suo messaggio verrà inoltrato al responsabile editoriale.
Cordiali saluti." A oggi, a distanza di quasi sedici anni dalla prima traduzione, Il battello del delirio attende ancora che l'editore si strappi di dosso le ragnatele e riprenda gli organi dai canopi. Alla luce di tutto questo, cosa può pensare una persona che, usando eMule, trova il libro in questione? Vi prego di prestare moltissima attenzione: stiamo parlando dell'unico modo, il solo a disposizione, la rimanente e remota maniera di leggerlo. La possibilità. Cosa fare? Lo ignoro perché illegale? Mi iscrivo a CEPU per imparare l'americano? Mi dispiace, no. Deve essere nell'interesse dell'editore la ristampa di un romanzo che ha tutti i presupposti per vendere parecchio. In questo momento, poi, in cui spopolano le storielle idiote della Meyer e della Schreiber! Lo dico da lettore vorace e non mi interessa se faccio pubblicità: Il battello del delirio è il più bel romanzo a tema vampiresco che abbia mai avuto occasione di leggere, migliore persino del Dracula di Bram Stoker. Per cui, rispondo alla domanda "Cosa fare?" Doppio click sul risultato della ricerca. Non solo ho voglia di leggerlo, ma ho l'innegabile diritto di farlo. Scarico, download. Niente soldi a Martin, niente introiti a Fanucci né a CEPU. Ci siamo solo noi e l'occasione di leggere il romanzo. Afferrarla è quasi una questione di principio. Chiedo scusa per l'abuso di corsivo, ma ho voluto dare particolare risalto a più cose che lo meritano. 2009/7/27
|
Il meraviglioso paese oltre la nebbia
(Sachiko Kashiwaba, Kiri no Muko no Fushigina Machi, 1995)
Rina è una qualunque bambina giapponese. Nessuna grande ricchezza, niente eccellenze scolastiche e neanche super poteri di qualche tipo. Tutti gli anni le tocca andare in vacanza nello stesso posto, ma suo padre decide di sorprenderla: dopo averle donato un buffo ombrello, le comunica che quest'anno dovrà recarsi sola presso alcuni parenti nella lontana Valle della Nebbia. Inizialmente entusiasta, Rina parte da Shizuoka, cambia treno ben due volte e arriva in stazione fiera di se stessa per essere stata in grado di viaggiare senza l'aiuto del padre. Non trovando nessuno che la aspettasse, chiede informazioni a un poliziotto, che le comunica che prima di arrivare effettivamente alla Valle della Nebbia c'è da scarpinare un po'.
Rina non sa che non arriverà a destinazione, non sa che oltre la nebbia ci sono luoghi e incontri che poteva immaginare solo nelle sue fantasie, non sa che quello non è affatto un semplice ombrello...
Se esiste un romanzo che meriti in pieno l'appellativo di 'strano', ecco, quello è senza dubbio Il meraviglioso paese oltre la nebbia. Inutile dire che si tratta di un testo assolutamente sconosciuto in Italia, e con lui la sua autrice. Io stesso ammetto di averne sentito parlare la prima volta soltanto dopo l'uscita del film La città incantata, di Hayao Miyazaki, dal momento che questo è il libro che lo ha ispirato.
Romanzo breve, fiaba, poesia in prosa... sono molteplici i generi cui questo testo può dirsi appartenente. La prima constatazione del lettore credo sia universalmente l'innegabile somiglianza con Alice nel paese delle meraviglie, di Lewis Carroll, con la differenza che qui non si lascia nulla al caso o alla fortuita interpretazione personale dell'acquirente. Tutto è (apparentemente) nonsense, tutto è illogico e leggero, ma ogni cosa ha una sua collocazione all'interno della trama; i personaggi, che sulle prime potrebbero apparire come sciocchi o infantili, risultano infine indispensabili e... be'... adorabili. Capita anche fin troppo spesso che un lettore si affezioni ai personaggi di un romanzo, ma non avrei mai creduto che alla parola "Fine" avrei provato il desiderio assurdo di voler stringere tra le braccia la signora Picotte, e chi lo ha letto sa che tipo di persona sia la signora Picotte. La Kashiwaba, nella nota finale, afferma di essersi ispirata a Mary Poppins e a Le cronache di Narnia (cosa, questa, che le rende onore solo a metà): "[...] presa dalla voglia di visitare Narnia, pensai a vari modi per riuscirvi.
Ogni volta che leggevo un libro, in qualche modo, pensavo a come avrei potuto avvicinarmi al suo mondo."
Queste sono le parole di quella che mi azzardo a definire una scrittrice seria. Lei non scrive per soldi, né per autocelebrazione, bensì per amore, amore per quel che legge e per ciò che lei stessa riesce a creare. Ricordando le parole del signor Coriandoli nel film La storia infinita, "Non sei mai stato il capitano Nemo intrappolato nel tuo sottomarino, mentre la piovra ti sta attaccando? E non tremavi all'idea di non farcela?" Bastian risponde: "È solo un libro..." Purtroppo è una triste verità che ha portato a un distanziamento nei confronti della lettura. Non tutti sanno calarsi nello spirito di un racconto, non tutti esultano per la disfatta di Dracula, o piangono per la caduta di Gandalf a Moria. Altri, al contrario, manifestano un'affinità particolare e assolutamente unica con il testo che hanno davanti, tanto da spingersi a un punto tale che neanche l'immedesimazione con i protagonisti è più sufficiente; accade allora che non si viva più la storia come se ci si trovasse nei panni del protagonista, ma si desidera di trovarsi al posto del protagonista. Una differenza estremamente sottile. Se stessi in qualità di protagonisti, magari facendo cose che nel testo non avvengono. Uno stravolgimento così grande da travalicare i confini posti dall'autore o dall'autrice. È ciò che si verifica leggendo questo piccolo romanzo, anche se non si tratta di chissà quale meraviglia epica o avventurosa. Semplice, lineare, brillante.
C'è il rischio, come avviene troppo volte in questo Paese allo scatafascio, di trovarlo nella sezione, ehm, 'bambini' delle librerie, accanto a indiscussi capisaldi dell'infanzia come Il mastino dei Baskerville e Il ritratto di Dorian Gray.
Buona lettura. | 2009/7/7
|
'Saga di Twilight'
(Stephenie Meyer, 'Twilight Saga':
1. Twilight, 2005;
2. New Moon, 2006;
3. Eclipse, 2007;
4. Breaking Dawn, 2008)
Bella Swan è cretina. È bene che si parta da questo indispensabile presupposto. Twilight, o del crepuscolo intellettivo. Bella parte dall'assolatissima Phoenix, poiché sua madre, per assurdo ancora più cretina di lei, si è trovata un secondo marito, il cui lavoro consiste nell'allenare una squadra di baseball itinerante. Indi per cui, la povera piccola Bella non può restare con loro, e si trasferisce dal padre a Forks, cittadina umida e grigiastra. Qui la nostra cerebrolesa eroina deve rifarsi una vita. Un'automobile ce l'ha già, quindi il suo più grande dilemma è sopravvivere ai nuovi compagni di scuola, che ricordano i vecchietti pettegoli di un paesotto di provincia. Poteva essere forse questa, la storia? No. La scuola di Bella è frequentata da un'elegante combriccola di ragazzi, generalmente ritenuti meravigliosamente belli e da saliva alla bocca. Il più fighetto si chiama Edward, ha gli occhi alternativamente neri o dorati, fisico da olimpiadi e la voce suadente. I suoi nuovi amici, da bravi paesani, le riferiscono ogni cosa della celeberrima famiglia Cullen, e lei decide di provarci con l'impossibile e sfuggente Ed. Lui, dopo neanche tanto tempo, le svela di essere un vampiro, ommioddio! Ma non un vampiro qualunque, bensì uno che non beve sangue umano e preferisce quello animale. I vampiri della Meyer hanno del ridicolo. Sopportano alla grande la luce del sole – che non li brucia, ma anzi, li fa brillare come cristalli Swarovski –, non hanno canini appuntiti, non dormono per niente, figurarsi nelle bare, ognuno ha un super potere diverso, aglio e paletti neanche vengono nominati... Torniamo alla storia, è meglio. Lei non sa che fare. Ci pensa e ci ripensa, poverina, si logora le cervella, ma proprio niente. Si scopre decisamente cotta del vampiro fighetto, fino a che accade l'insperato: Edwardino bello la bacia! Che dooolci! E a lei si imporporano le gote. Praticamente, il 99% del primo volume si incentra sul tragicomico rapporto tra questi due tizi. Lui che non sa baciarla come si deve senza eliminare il pensiero di morderla, lei che arrossisce, inciampa e cade ovunque. Ma cos'ha di speciale, in fondo, questa Isabella? Non si scoprirà mai. Presumibilmente, il suo sangue ha un ottimo odore, migliore di quello del resto degli abitanti della Terra. In parole povere, Bella puzza in modo particolare. Altra domanda irrisolta: perché i Cullen, avendo tutti più di cento anni, frequentano ancora il liceo? Cerebrolesi anche loro? Il film ha provato a rispondere a questa domanda in maniera molto goffa. Bella viene invitata in casa Cullen, e vede appesi moltissimi tocchi da diploma. Edwardino le spiega con un sorriso sornione: "Ci diplomiamo molto." Uh. Che simpatico. Tipica ironia secolare, suppongo. Ma aspettate! Qualcosa, alla fine, succede. Ma proprio alla fine, eh, tipo le ultime cinquanta pagine. Dal nulla, spuntano tre vampironi cattivoni. Uno di loro trova la puzza di Bella davvero irresistibile, e la vuole assaggiare. Ma no, il prode Ed non può permetterlo, e organizza la fuga della sua girlfriend mortale. Macché? Lei è idiota, e cade in un tranello del perfido. Di sua spontanea volontà, si consegna a lui, che la assaggia. In quel mentre, non si sa bene in che modo, Ed la trova e la salva, abbrustolendo il cattivo. Tutti salvi? Più o meno. Bella passa del tempo in ospedale, ma pazienza, riesce pure ad andare al ballo di fine anno. Fine primo libro. Mi si continua a domandare: perché, se il primo libro non ti è piaciuto, continui a leggere tutta la serie? Risposta: perché è una mia fissazione. Se comincio una serie, bella o brutta che sia, devo finirla. Quindi, sto per parlare dei seguenti volumi. Se la cosa vi urta la sensibilità, chiudete la pagina. New moon, o delle corna. Apoteosi dell'inutilità. Il problema è facile. Bella e il suo fighissimo devono lasciarsi e poi rimettersi romanticamente insieme. Quale, il pretesto? Ecco la storiella. Bella compie gli anni. Che forte. Dove può festeggiare, con centinaia di opzioni a sua disposizione? A casa Cullen, è ovvio. E a cosa ci ha abituato, la bravissima signora Meyer? Alla goffaggine estrema della sua creatura imbecille. Dopo gli auguri, gli abbracci e la torta, Bella apre i regalucci. Ma, siccome è di intelligenza subnormale, si taglia con la carta del pacchetto. Mh. Fine del pretesto. Vampiri più sangue, uguale pericolo. Non tutti i Cullen sanno resistere bene al sangue umano, e uno di loro, Jasper, le si fionda addosso, con i denti scoperti. Non sia mai che Ed si senta in dovere di mantenere i rapporti con una che non potrebbe star bene in famiglia. La porta dunque nel bosco, e qui la scarica, la molla, le tira il bidone. Poi se na va. Lei cade in stato catatonico. Immobile, sguardo da pesce lesso, labbra tremanti. Viene ritrovata per terra, raggomitolata. Come far andare avanti una storia d'amore se i due si sono lasciati? Semplice, ci si mette di mezzo il terzo incomodo, tale Jacob. Amico d'infanzia della protagonista, manco lui è troppo normale, infatti (udite, udite) è un lupo mannaro. Qui la Meyer incespica da sola, ma se ne parlerà nel quarto volume. Bono pure lui, muscolosissimo, iperprotettivo, abile nei lavori manuali, dolce e simpatico. Bella va in crisi, poveretta. Che si può fare? Continuiamo ad aspettare il ritorno del figo o ce la facciamo con il nuovo arrivo? Non si capisce, perché, ribadiamo, lei è cretina. Scopre di soffrire di allucinazioni: se fa qualcosa di mortalmente pericoloso, sente la voce di Ed. È così, Bella sente le voci. Si conforta, e continua a sfidare la sorte andando in moto e tuffandosi da scogli altissimi. Proprio nel momento in cui sta per abbandonare l'idea di Ed per mettersi con il lupastro arrapato, la sorella del vampirotto figotto torna sulla scena, dicendo alla protagonista che Ed è ancora cotto di lei, ma sa che la sua presenza la mette in pericolo. E quindi? Come può fregarcene alcunché? Se l'ha scaricata, problemi suoi. Ma ecco un nuovo colpo di genio. Nella storia vengono introdotti i super cattivoni, i Volturi! Trattasi di una famiglia di potentissimi vampiri italiani, residenti a Volterra, che si occupano di mantenere il divario tra umani e vampiri. Di nuovo, e quindi? Be', ecco, Edwardino vuole andare a Volterra e spogliarsi in piazza, brillando. Tragedia. I Volturi non ammettono striptease in pubblico, poi la gente fa immediatamente due più due. Ne va assolutamente della segretezza della specie! Ma proprio su questo conta Ed: se lo beccano, lo fanno fuori, e lui non desidera altro che la morte, in assenza di Bella. Può Bella sopportare tale idea? No. E via verso l'Italia. Lo salva in extremis, ma si sorbisce la strigliata dei Volturi. Va be', tutti a casa felici e contenti, escluso il fatto che Edward deride Bella per via delle sue allucinazioni. Pure lui la prende per i fondelli! Eclipse, o della futilità. Se i precedenti romanzi della saga avevano un minimo di senso (?), questo si poteva tranquillamente cestinare. Non ha trama. La rivalità vampiro-lupo prosegue tra alti e bassi, Edward e Jacob si prestano Bella per brevi lassi di tempo. Ma tanto, povero Jacob, è inutile, Bella non gliela dà. Ma... ma... e certo, una nuova minaccia si profila all'orizzonte. Seattle è preda di una banda di furiosi vampiri appena trasformati, che pare vogliano spostarsi... no... proprio a Forks! Non basta. Torna anche una dei cattivoni del primo romanzo, tale Victoria, che vuole vendicare il suo amore perduto. Botte da orbi nel finale, qualche morto e una breve apparizione dei Volturi. Ci scappa pure un bacio focoso con Jacob. Per scherzare, tanto Bella non intende mollare Edwardino bello. Fine. Breaking dawn, o degli ormoni. Ed ha un'idea. Se Bella vuole davvero diventare una vampira per poter restare eternamente giovane accanto a lui, allora devono sposarsi. Lei è titubante, ma poi, dopo aver visto l'anello (che dalla descrizione sembra davvero ma davvero orripilante), cede. I due si sposano e vanno in luna di miele su un'isola che nella realtà non esiste. Qui Bella è preda dei propri ormoni impazziti. Vuole tuffarsi a tutti i costi sotto le coperte assieme al neo-maritino. Oh, no, non è consono, non è appropriato. Che ineleganza. Bella cara, se facciamo sesso, ti spezzo tutta. Io forte, tu cacchetta. Niente, lui cede comunque all'erezione. Bella ne esce contusa, il letto ne esce sfasciato. Si accontentano? No. Facciamolo di nuovo. Batosta, stavolta lei resta incinta. Il feto cresce troppo velocemente, succhiando via la vita da sua madre, che è sulla buona strada per crepare. Qui si fa il tifo per il feto, naturalmente. Niente da fare, il figotto non vuole ancora trasformarla. Bella è costretta a bere sangue, ma in risposta si ritrova con parecchie ossa rotte dall'interno. Aiuto, la Meyer spiazza il lettore. Per metà del romanzo, la narrazione si sposta dalla parte dello sfigatissimo Jacob, che si ritrova col cuore spezzato a dover assistere la ragazza di cui è cotto per farle partorire un mostriciattolo. Pippe mentali a non finire, anche peggio di quelle che si fa Bella, il che è tutto dire. Soddisfatta, l'autrice ci riporta in carreggiata. Bella dà alla luce una bambina mezzo-vampira, e sta quasi per morire, ma Ed le inietta il proprio veleno, trasformandola. Figo, ora Bella è immortale. La storia potrebbe chiudersi qua. Ma no, di nuovo i Volturi! Peggio del prezzemolo. Pare non gradiscano i bambini vampirizzati, li ritengono una pericolosissima anomalia. E come spiegare loro che la piccola Renesmee non è del tutto vampira ma anche un po' umana? Be', facile. Nessuno può convincere i Volturi (che arrivano con tutti i loro guerrieri), tranne... sì, la piccola Renesmee non parla quasi mai, ma è in grado di mostrare i propri pensieri attraverso il tatto, quindi tocca uno dei Volturi, che cambia idea e convince gli altri ad andarsene, anche se disonorati per essere stati 'sconfitti' da una bimbetta. Piccola parentesi finale a proposito della vera natura di Jacob. Non è un vero lupo mannaro, bensì un mutaforma, che non risente dell'influsso della luna. Autogol. Bah. La parte più ridicola del romanzo: prima del probabile scontro coi Volturi, Bella si premunisce di documenti falsi per poter far fuggire la figlia con il protettivo Jacob, qualora se ne presentasse la necessità, e se li procura in un quartiere malfamato. Un vampiro nella malavita organizzata. Questa sì che è letteratura horror!
Sinceramente, sono senza parole. Che tipo di romanzi sono, questi? Come possono simili idiozie vendere tanto, riscuotere questo successo? Come è pensabile la realizzazione di una serie di film? Gamberetta, nella sua recensione di Twilight, lo ha definito "pornografia per ragazzine sceme". Sono d'accordo. È quanto basta a esaltare chi di sentimenti non conosce nemmeno le basi. Non è horror, neanche col binocolo, non è una storia d'amore (non si può definire amore una che dice "sono innamorata"), non è avventura. Cos'è? Sono romanzi? Ancora prima di leggerli, lessi un articolo in cui si parlava di come la figura del vampiro e della letteratura horror fosse stata snaturata a causa di gentaglia del calibro della Meyer. A cosa serve un vampiro che non beve sangue umano, che brilla al sole, che ha i super poteri? A cosa serve una scuola per vampiri come quella creata dalle Cast in Marked? Non è forse spazzatura? Non è forse irrispettoso nei riguardi del lettore proporre cose del genere? Proviamo a fare uno sforzo, immaginiamo cosa accadrà al mondo della letteratura andando avanti di questo passo. Per ora abbiamo ottenuto vampiri buoni, lupi mannari innamorati (okay, pardon, mutaforma) e antagonisti che non combattono. Cosa arriverà? Fantasmi con le lenzuola macchiate? Galline zombie? Mummie col rossetto che vanno in crociera sul Mediterraneo? Solo una cosa mi impedisce di stroncare del tutto questi romanzi. La signora Meyer, a differenza di parecchia altra gente, anche nostrana, sa scrivere. Scrive stupidaggini colossali, d'accordo, ma non me la sento di rimbrottarle la grammatica e la sintassi. Eppure, e questo è ovvio, non basta saper scrivere. La storia deve essere valida. In questo caso non è così, eppure questi libri vendono, e molto. Si può definire 'fenomeno editoriale' la vendita su larga scala a un pubblico di ragazzine precocemente eccitate dal punto di vista sessuale? Un buon romanzo non è semplicemente quello che vende tanto, ma questa, come al solito, è storia antica. Può darsi che la Meyer lo sappia, e si tratterebbe di una persona furba che potrà sempre scrivere qualcosa di molto valido in futuro, e può darsi di no, e sarebbe davvero il caso che cambiasse mestiere. Sono più propenso alla prima ipotesi, per il semplice motivo che è in stesura un quinto volume della serie, o un nuovo primo, se volete. Midnight sun narrerà la medesima storia di Twilight dal punto di vista di Edward, e non sono stati negati dei sequel, vale a dire New moon, Eclipse e Breaking dawn visti sempre da Ed. Dicesi opportunismo. Mi permetto di elargire un consiglio, poi, boh, fate come volete. Evitate questa saga, potete senz'altro impiegare meglio il vostro tempo, per esempio fissando il vuoto. | 2009/7/4 Ieri la nostra famiglia ha subito una nuova, enorme perdita. Nonna Eva aveva un curioso rapporto con i telefoni fissi: non ha mai detto 'Pronto?', ma usava una sorta di rauco "Ohé!". Rimpiango solo di non essere mai riuscito a dirle che sì, ero sempre io che alzavo la cornetta, possibile che in quasi ventidue anni non se ne fosse mai accorta e chiedesse ogni volta con chi stesse parlando? È sempre stata là. Tutti la ricordiamo da sempre, come fosse nata con la crosta terrestre. Mai conosciuto un mondo senza nonna Eva. Una pilastra, un colonno, una monumenta. Ciao, nonna.
2009/5/31
|
Dracula
(Bram Stoker, Dracula, 1897)
Il signor Jonathan Harker, legale, si reca per
affari in Romania, regione della Transilvania. A convocarlo è stato
il conte Dracula, un nobiluomo dalla fama oscura, che intende
cambiare il proprio domicilio. Stanco di castel Dracula e dei troppo
frequenti problemi con gli autoctoni, egli desidera trasferirsi a
Londra, nella vecchia Inghilterra. Per fare questo, si avvale del
signor Harker, che si occuperà della burocrazia del caso mostrando
al conte le planimetrie e i progetti richiesti. In cambio di questo
disturbo, a Harker viene offerto un soggiorno nel castello. Presto, però, Harker si
avvede di come ci siano incredibili stranezze, nella vita del conte:
il castello appare completamente deserto, a eccezione del
proprietario; non ci sono specchi; il conte stesso non sembra avvezzo
a mangiare e rifugge il calore del sole; i contadini vengono a
bussare ai cancelli rivendicando la vita dei propri bambini e
infamando il conte con il termine "mostro". E infine,
l'incredibile diviene reale. Harker vede con i propri occhi il conte
uscire da una finestra, camminando sulle mura come una lucertola. Così, la
sera successiva, lo segue avventatamente lungo lo stesso percorso, calandosi, ed entra in una stanza che dall'esterno è
sempre stata chiusa. Qui, Harker vede tre splendide donne dai canini
aguzzi. Nonostante il suo cuore fosse già promesso, Harker sembra
cedere alle lusinghe che gli vengono sottoposte, e non desidera altro
che le labbra di quelle donne; tuttavia, perde i sensi, e nel
riprenderli finge di essere ancora svenuto. Vede il conte, anch'egli
giunto nella stanza, che sgrida aspramente le tre, sottolineando come
l'ospite sia a tutti gli effetti "suo", e dà loro un
fagotto d'abiti contenente un bambino. Harker distoglie lo sguardo,
ma il suono non è fraintendibile: le donne si stanno cibando del
piccolo. Il conte decide di affrettare la
partenza per Londra, ma Harker lo segue con intenzioni ben diverse da
ciò che erano inizialmente: ora vuole impedire al conte di mietere
altre vittime in Inghilterra, anche se questo significherà
certamente ucciderlo...
Tutto ciò soltanto fino a pagina ottantatré.
Questo per far capire come Bram Stoker possa riuscire con estrema
facilità a ingannare (in senso positivo) il lettore. Leggendo fin qui, potrebbero nascere dei fraintendimenti.
-
Il conte è il cattivo,
dunque è uno dei personaggi più importanti. Ci si aspetta di
vederlo sempre in azione, perennemente in agguato; -
Harker,
una delle voci narranti, è il buono,
quello in cui il lettore si identifica. È intelligente e audace, il
modello ideale di virtù e bontà d'animo. Nulla
di più lontano da quel che in realtà si riscontra più avanti nel romanzo. Ciò
che sconvolge, già dopo pagina cento, è che quello che dovrebbe il
personaggio più importante, vale a dire proprio Dracula, sparisce.
Apparirà brevemente in pochissimi momenti della narrazione,
sotto forma di nebbia, di pipistrello, di cane. È estremamente
inconsueto costruire un romanzo su un protagonista che non
c'è, e Bram Stoker lo sapeva bene.
In effetti, non è improponibile pensare che il conte non
sia affatto il protagonista,
quando nei fatti appare come null'altro che un mero pretesto. Il
romanzo è costruito su stralci di diari, promemoria e registrazioni
fonografiche degli altri personaggi, che, come chiarito, quasi mai
hanno a che fare direttamente con il loro nemico. Alessandro Baricco,
che ha curato la postfazione a questa particolare edizione del
romanzo, pone con forza l'accento su questo versante, paragonando
Dracula al Don
Giovanni di Mozart. Anche lì il
protagonista è quasi del tutto assente. Questo perché il pretesto
di fondo non può essere, in questo caso, elevato a padrone della
scena. Per
questo motivo, ci si chiede chi allora sia il protagonista, e la
risposta potrebbe tranquillamente essere Abraham Van Helsing. Se
Dracula è il pretesto, allora Van Helsing è la spiegazione. Come
sottolinea Baricco, non ci si può "fidare" dei resoconti
degli altri personaggi, né di Harker, né di Lucy, né di Mina, poiché si
tratta di narrazioni estremamente soggettive (ovvio, essendo l'intero
romanzo costruito sotto forma di estratti di diari), e questo è
senz'altro un punto di cui Stoker era perfettamente cosciente.
Nessuno di loro è in grado di essere obiettivo, nessuno adduce
giustificazioni che non siano strettamente personali. Ogni singolo
protagonista viene colpito negli affetti, e l'unica ragione della
caccia – se non si vuole usare la scusa della divina ispirazione –
è la vendetta. Il
lettore, a causa della suddetta assenza del 'cattivo', può arrivare
a domandarsi quale possa essere il punto di vista di Dracula. Non è
insensato, è addirittura un diritto. Cosa conosce il lettore del
conte, l'imputato muto? Probabilmente è il più antico vampiro (nel romanzo si usa
quasi sempre il termine "Non-morto"), che per vivere ha
bisogno di bere sangue umano, in salute o morente che esso sia, ma
soprattutto che un tempo era un essere umano. Un vampiro è
una creatura che può essere creata tramite un morso e relativa
trasmissione di quella che appare come una – si potrebbe definire –
manifestazione della malvagità. Uno spirito maligno, per così dire.
Questo appare evidente nei momenti in cui le tre donne di castel
Dracula e il conte vengono 'liberati'. Come ben si sa, i modi per
estinguere la vita di un vampiro non sono molti: taglio della
testa, paletto nel cuore, aglio, acqua santa, eccetera. Ogni volta che
questo avviene, Stoker ci mostra in che modo sui volti dei vampiri si
dipingano espressioni di sollievo, di pace, derivanti dalla
consapevolezza di un'imminente morte serena. Si può persino
auspicare un perdono che arrivi direttamente dall'alto, un ingresso
in paradiso. E
tuttavia, sebbene si possa giustamente definire quest'opera di
Stoker come un assoluto capolavoro della narrativa di tutti i tempi,
bisogna anche essere corretti, specie in una recensione che vuole
essere obiettiva. Non
tutto viene spiegato, e lo sbigottimento arriva inevitabile quando ci
si rende conto che, a ben guardare, la risposta potrebbe essere il
solito, triste 'perché sì'. Mai e
poi mai si potrebbe giustificare l'incredibile leggerezza di Jonathan
Harker nel recarsi a castel Dracula. Durante il tragitto, egli si
ferma in una locanda. Lì gli viene chiesto qual è la sua
destinazione. Nel rispondere, si vede offrire croci, corone
d'aglio e pietose suppliche fatte in ginocchio, tra lacrime copiose e
tremiti incontrollabili. Ora. Qualche dubbio dovrebbe sorgere. Un minimo di preoccupazione. Di apprensione.
E invece no, Harker (perché sì!) prende i doni con gentilezza e poi
va dritto a castel Dracula. Prima di arrivarci, cambia carrozza; il
nuovo cocchiere è incredibilmente forte, non si mostra in volto,
riesce a fermare un branco di lupi solo sollevando le mani verso di
loro. Niente, Harker vuole proprio andare dal conte. Un gran
lavoratore, si potrebbe pensare, se ha così voglia di svolgere il
proprio lavoro di legale, sfidando di tutto pur di accontentare il
cliente. Proseguiamo. Una volta a castello, Harker viene (con
cortesia) imprigionato. Non potrà uscire finché il conte non
deciderà diversamente. Questi non mangia mai, ha denti appuntiti
bene in vista, è pallido come un cadavere, il castello è deserto e
il padrone di casa non si riflette nell'unico specchio a
disposizione, che poi infrange senza pensarci due volte, con grande
scorno di Harker. Quest'ultimo, però, non si abbatte. Decide di
spiare meglio il conte, quando un normale, intelligente essere umano
sarebbe fuggito di corsa annodando le lenzuola. Lo vede passeggiare
in tutta tranquillità su una parete, ma in fondo cosa importa? Baldo
e forzuto, Harker lo insegue e vede le tre donne che si dividono un
pasto con suoni gutturali. Macché? Non va via. Aspetta prima che il conte lo minacci con dei lupi
famelici. Eppure... ma no, perché andare di fretta? Chi va piano, va
sano e va lontano. Scende nei sotterranei e vede le tombe con
relativi occupanti. Ecco, a questo punto scappa. Altro
punto non proprio chiaro. D'accordo, il conte vuole cibarsi del mondo
intero o popolarlo di propri simili, non si capisce bene. Ma la domanda fondamentale è: da dove
cominciare? Annosa domanda, che Stoker dovette necessariamente porsi.
Risposta: diamine, bisogna scrivere un romanzo, con chi il conte
potrebbe cominciare a banchettare, con tutta Londra a disposizione?
Naturalmente, da tutte le conoscenze femminili di Harker. Perché sì,
altrimenti uno che racconta nel diario, se non ha nulla di cui
lamentarsi? Bah. Contrariamente
agli stereotipi cui tutti siamo abituati, il conte non è un anonimo
signore di mezz'età, tutt'altro. Non fa nulla per celare il proprio
pallore e veste interamente in nero (alla lunga è una cosa inquietante); i suoi canini sono visibilissimi, come pure le inaspettate orecchie a punta, e porta lunghi baffi;
viene fin subito descritto come anziano. Quindi è
comprensibile la scelta di Christopher Lee per il ruolo del conte in
moltissimi film ispirati a questo romanzo. Una
nota di merito a Van Helsing, senza dubbio il più carismatico tra
tutti i personaggi. Non solo il suo stesso aspetto suscita uno
spontaneo rispetto, ma anche le sue parole e le sue azioni. Saggio,
coraggioso, gotico. A pieno titolo si può affermare che nulla
avrebbe impedito a Bram Stoker di intitolare il suo romanzo Van
Helsing. L'autore dà prova di avere la capacità di mostrare
quel che scrive; la potenza – a tutti gli effetti – visiva di
alcune scene riesce a togliere il respiro, e questo è un dono raro
che merita tutto l'apprezzamento possibile. Infine,
c'è da dire che, fin troppo spesso, la narrazione risente di una
terribile lentezza; non tutto ciò che i protagonisti ci dicono è
indispensabile, alcune scene avrebbero potuto essere tagliate via e
ciò sarebbe andato senz'altro a favore di una maggiore leggerezza e
scorrevolezza, giovando all'interesse e all'attenzione del lettore.
Al contrario, gli ultimi paragrafi sono anche troppo veloci, una sequenza
di eventi presentati in rapida concatenazione, sfociando in un finale
tutto sommato prevedibile. Credo che questa prevedibilità dipenda
dalle celebrità e longevità del romanzo, che purtroppo agiscono in
maniera negativa, causando una conoscenza della trama antecedente l'effettiva
lettura. È possibile, in questo senso, un'analogia con un altro
celebre romanzo dell'epoca, Lo strano caso del dottor
Jekyll e del signor Hyde, di
Robert Louis Stevenson, precedente Dracula di circa undici anni. Un romanzo eccellente, una trama rapinosa e
perfetta, ma... resa quasi inutile dal fatto che chiunque sa come va
a finire. È tutto incentrato sulla progressiva scoperta e
consapevolezza che il dottor Jekyll è
il signor Hyde, ma se questo si conosce già dall'inizio, allora la
lettura non diventa più scoperta, ma resta imprigionata nella sfera
del semplice piacere – anche se questo non è mai poco. Buona lettura.
| 2009/5/18
|
Un ponte per Terabithia
(Katherine Paterson, Bridge to Terabithia, 1977)
Jess Aarons non è un ragazzino come tutti quelli che vivono a Lark Creek. La sua famiglia è piuttosto povera, i suoi genitori devono affrontare le spese per cinque figli, e ognuno, in casa, deve darsi da fare. A scuola, la situazione non è migliore. Jess è vittima dei bulli e trascorre le ore di lezione a fantasticare e disegnare animali e luoghi che non esistono, e questo non è d'aiuto in nessuna delle tante faccende domestiche.
In una sola cosa eccelle: la corsa. Ogni mattina, Jess si sveglia molto prima dei suoi genitori e delle sue sorelle e si allena fino allo sfinimento per poter battere i suoi compagni di scuola. Per questo Jess resta sorpreso dall'arrivo della sua nuova compagna di classe e vicina di casa, Leslie Burke. La ragazza desta sgomento fin da subito a Lark Creek: indossa pantaloni, non possiede una televisione, non va a messa, legge moltissimo e scrive realisticamente di cose che non le sono mai accadute. Ma soprattutto, batte Jess in una delle sue gare.
Ciò nonostante, Leslie riesce a catturare l'attenzione di Jess, mostrandogli come ciò che lo circonda non lo rappresenti per come è dentro. Lo conduce nel bosco e, insieme, attraversano il fiume e fanno di quel luogo il loro posto magico, che chiameranno Terabithia. Grazie alla loro fantasia, i due regneranno su quella terra incantata popolata da creature fatate, difendendone la roccaforte dall'assedio di temibili nemici.
La vita di Jess subisce una svolta: non permette più ai compagni di scuola di prendersi gioco di lui, è più paziente con le sorelle, cerca di rinsaldare i rapporti con suo padre. E forse, nel suo cuore, iniziano ad affiorare sentimenti sconosciuti nei confronti della regina Leslie.
Ma un brutto giorno, mentre la ragazza cercava di entrare a Terabithia...
Onirico. Certo si tratta di un racconto illuminante.
Come mio solito, smentisco alcune delle voci che circolano in merito.
Non è un libro per bambini. Per bambini idioti, intendo dire, perché può obiettivamente essere letto a qualunque età, e chiunque ne trarrebbe beneficio.
Non è fantasy. Neanche lontanamente ha a che fare con quello che tradizionalmente (ma anche innovativamente) viene definito fantasy. Terabithia non esiste, è un prodotto della fantasia di Jess e Leslie.
La trama è scorrevole, non dico avvincente, ma scorrevole.
È confortante, non fosse che si tratta di un romanzo, vedere che esistono bambini intelligenti, qualità che va scemando tanto sulla carta quanto nella realtà. I protagonisti – innegabile che lo siano entrambi – non hanno nulla di speciale. Non sono ricchi sfondati, non hanno super poteri, non vengono baciati dalla dea bendata; al contrario, sono ragazzi normalissimi, ognuno alle prese con i propri dilemmi di adolescente. Leslie viene dalla città, deve ricominciare una nuova vita a Lark Creek, farsi accettare dai nuovi compagni di scuola, tollerare il fatto che i genitori sono entrambi scrittori sempre troppo indaffarati per lei. Jess vive in una famiglia molto povera, con delle sorelle maggiori insopportabili, a scuola non ha amici.
Tuttavia, non si abbattono. Non solo per il fatto di essere bambini, ma perché la loro mentalità è molto, molto diversa da quella che normalmente si riscontra negli adolescenti. Coltivano interessi che vanno oltre il semplice hobby, oltre il banale piacere di coltivarli. Jess ama disegnare; durante le interminabili ore di lezione, sul suo quaderno prendono forma esseri e luoghi del suo immaginario. Nulla di stereotipato, non disegna elfi o stregoni, ma cose che solo lui riesce a inventare. Un mondo tutto suo, le cui regole vengono dettate dal bisogno di credere che ci sia dell'altro, al di là della propria, noiosa vita. Ma questa sua passione non viene alimentata da nessuno, così cerca rifugio nella corsa. Allo stesso modo, Leslie ama leggere. Anche se non povera quanto quella di Jess, la sua famiglia può permettersi una bella automobile, una casa grande, le spese di un trasloco e moltissimi libri. Questo non fa di Leslie una ragazzina viziata. Non possiede una televisione o dei videogiochi, e riempie il proprio tempo libero leggendo, studiando e inventando, come Jess, un mondo alternativo.
Quando i due si incontrano, stringono amicizia quasi immediatamente. Sarà giocando insieme nel bosco che scopriranno ciò che già da tempo era maturato nelle loro menti e a cui Leslie dà un nome, quasi a volerlo inserire così nella realtà: Terabithia.
Non solo, c'è qualcos'altro che li accomuna, vale a dire l'amore per la musica. La scuola di Lark Creek viene descritta come si può facilmente immaginare: noiosa, statica, con insegnanti rigidi che pretendono disciplina. La signorina Edmunds, però, è molto diversa. Anche lei viene dalla città e veste in maniere appariscente, ma è l'unica in grado di portare la vita nelle classi. Con la sua chitarra, riesce a trasportare tutti gli studenti fuori dal grigiore. Durante l'ora di musica, non ci sono bulli, non ci sono figli di papà, ma solo ragazzi che cantano in coro, sorridendo insieme alla loro insegnante.
Eppure, perfino tutto questo può apparire semplice rispetto a ciò che mi ha davvero colpito di questo libro. Come si intuisce facilmente, Lark Creek somiglia molto ai nostri attuali paesi di campagna. Tutto un po' grigio, stinto, triste. Una chiesa, naturalmente, e un gran numero di devoti. Anche per questo la famiglia di Leslie non viene vista di buon occhio: i Burke non sono religiosi. Questa è una cosa che crea diffidenza, forse addirittura paura, nella cittadina. Gli stessi genitori di Jess descrivono i nuovi vicini come degli "hippie".
Vorrei spostare l'attenzione sulla data della prima pubblicazione: 1977.
Già nel 1977, Katherine Paterson ci descrive come non fosse inconsueto non aderire a un credo religioso. Anzi, si percepisce immediatamente la grande normalità che questo doveva costituire in città, a differenza della più arretrata campagna. Appare come un elemento di grande importanza, ma non perché crei un divario tra Jess e Leslie, bensì perché, sorprendentemente, crea l'esatto opposto. Incuriosita, Leslie vorrà andare in chiesa con la famiglia di Jess, e qui ci viene mostrata la grande semplicità di questa ragazzina. Ritiene che quella di Gesù sia una gran bella storia, ma che lei continua a non crederci. Sbigottita, la sorellina di Jess le dice che è scritto nella Bibbia, e che si deve credere in quel testo, pena l'inferno. Proseguendo con fluidità, Leslie risponde che non crede "che Dio vada in giro a mandare la gente all'inferno."
Ecco, è semplice. Ragionamenti semplici, a volte anche profondi, ma semplici, come può essere la mente di una bambina intelligente.
Buona lettura.
| 2009/5/11
|
L'occhio del lupo
(Daniel Pennac, L'Œil du loup, 1984)
Si potrebbe iniziare dicendo che Lupo Azzurro veniva dalle Barren Lands, Alaska del nord, ma sarebbe inesatto. Lupo Azzurro è stato portato dalle Barren Lands. Sfidato, combattuto, catturato e portato in uno zoo. In quello scontro, perse un occhio, che tiene chiuso. Si ripromise di non occuparsi mai più dell'uomo in vita sua: non un pensiero, "non uno sguardo. Non per i bambini che fanno i pagliacci davanti alla sua gabbia, né per l'inserviente che gli getta la carne da lontano, né per i pittori della domenica che vengono a ritrarlo, né per quelle mamme idiote che lo indicano sbraitando ai loro bambini: «Ecco, quello è il lupo, se non fai il bravo te la vedrai con lui!». Niente di niente." Tuttavia, non per questo all'uomo non è dato d'occuparsi di lui. Il ragazzo viene ogni giorno, fermandosi di fronte al suo recinto, e lo osserva. Con ostinazione, quasi con tenacia. Apparentemente senza amici, senza famiglia, senza impegni di sorta. Non cerca di fare nulla, non è come gli altri visitatori, lui non cerca di stabilire un contatto con Lupo Azzurro. Finché lo stesso lupo non realizza che lo sguardo del ragazzo lo infastidisce; allora decide di sfidarlo. Siede, e inizia a osservarlo a sua volta, ma "Non quello sguardo che vi passa attraverso, no: il vero sguardo, lo sguardo fisso." Ma anche allora, qualcosa irrita il lupo. Non sa in quale occhio del ragazzo guardare. "Allora il ragazzo fa una cosa curiosa, che calma il lupo, lo mette a suo agio. Il ragazzo chiude un occhio." Sarà attraverso questa osservazione che i due si caleranno ognuno nella vita dell'altro, imparando segreti, storia, sofferenza. Grazie al fluire di quelle immagini, verrà raggiunta la rasserenante pace dell'amicizia e della confidenza.
Nel caso di una recensione, occorre imporsi un limite, e non solo perché altrimenti si rischierebbe di superare la lunghezza del racconto stesso, ma anche perché non c'è il benché minimo bisogno di parole. Chi commenterebbe, per citare un esempio, la raccolta degli aforismi di Wilde? Chi recensirebbe il Galateo di Della Casa? Ancor più di questo, cosa direbbe? "Ah, sì, L'occhio del lupo, quello di Pennac… Bella storiella, semplice, con le illustrazioni…" (E qui si rischia di cadere per l'ennesima volta nel luogo comune secondo cui un libro illustrato è un libro per bambini – che torto!) La prima cosa che verrebbe voglia di far notare – e non dipende dal fatto che si trovano entrambi nella stessa collana editoriale – è che lo stile narrativo di Pennac somiglia moltissimo a quello dell'altrettanto celebre Roald Dahl. ("Forse vi ricorderete di me per alcuni romanzi come La fabbrica di cioccolato e Le streghe"… vogliate scusare la parentesi ironica). Ecco, si ha però l'occasione di parlare un po' dell'autore. Oh, che amarezza, persino lui non ha bisogno di essere introdotto! Daniel Pennac è francese, docente della sua lingua madre da oltre trent'anni a Parigi, amante delle amache e autore di celebri romanzi come quelli del ciclo dedicato alla figura del signor Malaussène, serie attualmente composta di sei titoli (Il paradiso degli orchi, La fata carabina, La prosivendola, Signor Malaussène, Ultime notizie dalla famiglia e La passione secondo Thérèse), oppure del saggio Come un romanzo, o ancora di Diario di scuola. L'occhio del lupo è, a detta dello stesso Pennac, la sua opera preferita, che è stata peraltro vincitrice del prestigioso Premio Andersen nel 1993. Concludo, per non venir meno al limite impostomi, dicendo che sono deluso. Deluso di vedere ancora una volta un indebito profitto per mano dell'editore. La Salani, che guarda caso ha pubblicato e pubblica anche tutti i libri di J. K. Rowling, continua a dar prova di 'avere le ali' – di un avvoltoio. Quella in mio possesso è un'edizione del 2000, e già allora il prezzo era un tantino troppo alto: € 6,71. Tenendo in considerazione il numero di pagine, 108 più quattro righe, le illustrazioni tanto patetiche quanto inutili, e la grandezza del carattere utilizzato (da orbi, a dir poco), si arriva facilmente, no, palesemente alla conclusione che ci si trova in presenza di un'esagerazione. Se proprio si voleva venderlo come un racconto a sé stante, si sarebbe dovuto abbassare considerevolmente il prezzo (almeno fino a € 5,00, ricordando come, essendo la Salani una casa editrice che stampa in quantità industriale, il guadagno sarebbe arrivato comunque). Buona lettura.
| 2009/5/7
Ora, il problema è dei più facili: può la vita da terremotato influire (in modo evidentemente negativo) sulla psiche di una persona notoriamente sana e con le rotelle a posto?
Andiamo a verificare.
Trattasi di un sogno fatto dal sottoscritto – ed è un sogno che ha del bizzarro. Tutto ebbe inizio dopo aver chiuso gli occhi (ma va'?); dalla branda, mi ritrovai inspiegabilmente proiettato nella mia preferita tra le biblioteche cittadine. Ora avevo la consapevolezza di trovarmi in un sogno; ciò mi ha consolato, perché suddetta libreria è crollata nel corso del famoso sisma. Bene, andiamo avanti. Faccio la fila per la cassa, poiché devo amabilmente chiedere alla gentile cassiera se si dispone di un libro che io cerco. Nel sogno, non conosco il titolo del libro, ma so che ne avevo assolutamente, indispensabilmente, morbosamente bisogno. Arrivo alla cassa, dopo lunga attesa.
Qui il punto di vista cambia. Non si tratta più di un sogno in prima persona, bensì io mi trovo accanto a me stesso, e osservo la scena, pur rimanendo all'oscuro del futuro. Vedo che non riesco a parlare con la signorina: mia sorella si trova accanto a me, e ha iniziato, senza alcuna ragione plausibile, a darmi degli schiaffetti sulla guancia, velocemente, insistentemente. Irritabilmente. Cerco di ignorarla e continuo a parlare alla signorina, che guarda la scena col sopracciglio inarcato. Il brusio degli altri clienti rende impossibile l'ascolto, e non so cosa sto chiedendo. Nel frattempo, mia sorella continua.
«Basta.» le dico, ma lei continua.
«Piantala.» Nada.
«Smettila!» Macché? Quella prosegue imperterrita. Sicché, mi risolvo all'unica decisione che in quel momento mi appariva plausibile e assolutamente giustificata dalle circostanze. Mi giro con rabbia, con vigore (con innegabile soddisfazione) e le do un solenne ceffone.
Sgomento tra la clientela. C'è chi difende mia sorella, povera, piccola creaturina imbecilloide, e c'è chi mi dà ragione, sostenendo la mia inconfutabile tesi. Risultato dopo molto discutere: ho fatto bene, nessuno può negarlo.
Finita la parentesi violenta, c'è un piccolo salto temporale. Mi accorgo di aver già terminato la conversazione con la cassiera, che mi indirizza alla ricerca autonoma del volume. E inizio a vagare nella libreria, apparentemente senza meta. Finché lo trovo.
È lui! Finalmente. Dopo aver atteso così tanto! Non ci sono dubbi, ora è tra le mie bramose mani: il celeberrimo Gargamella di Voltaire.
E qui mi sveglio. È molto grave...?
2009/4/22 Non il terrore, non l'imprevisto, non l'istinto o la morte in volo. Nel giorno dei cristalli, quand'anche la terra schiude le fauci, la mente è invasa da un unico, incoerente pensiero, che irretisce ogni attenzione. Fuga. Lesto. Salvezza. Non voltarti. Lesto. Non occorre voltarsi, perché avviene nel mio sguardo. Riflessi, luce che cade giù, quasi ansiosa essa stessa di salvarsi. Bicchieri, coppe, piatti. Ognuno cade al suolo, brillando in miriadi di schegge feroci e bellissime. E tutto ciò che riesco a focalizzare, mentre i passi scappano, è l'assenza di suono. Solo il rombo della terra affamata; null'altro che il cupo rombo, persino mentre le stelle esplodono davanti ai miei occhi. 2009/3/24
Sottopongo alla vostra attenzione questo interessante articolo apparso recentemente sulle pagine di Repubblica.
Hanno due mamme o due papà
I figli di una sola metà del cielo
HANNO due mamme. O due papà. A volte tre genitori. Sono centomila in Italia secondo le ultime stime, ma forse molti di più. I più grandi sfiorano l'adolescenza, i più piccoli, concepiti all'estero nei centri di fecondazione assistita, hanno pochi anni, alcuni pochi mesi. Figli e figlie di genitori gay. Di una sola metà del cielo. Bimbi sereni dicono gli psicologi, gli insegnanti, i pediatri che li analizzano e li "monitorano" fin dalla culla negli Stati Uniti, in Francia, in Germania, in Inghilterra, e adesso anche in Italia. Nati da relazioni eterosessuali o nella coppia omosessuale stessa, tra due donne o due uomini, complice la Scienza e le più ardite tecniche di procreazione artificiale: sono l'ultima frontiera della famiglia, la più inedita, la meno riconosciuta, la più controversa.
Si chiamano nuclei "omogenitoriali", adattamento dal francese homoparentalité, per l'anagrafe italiana non esistono, la legge li ignora, la Chiesa li condanna, le istituzioni li osteggiano. Invece sono sempre di più, nel nostro paese il 17,7% degli omosessuali e il 20,5% delle lesbiche con più di 40 anni ha uno o più figli, e il 49% delle coppie omosessuali dichiara di voler diventare genitore, un vero e proprio gayby boom, come lo hanno definito i sociologi americani, un boom di bambini nati dalle unioni gay. Scrive Giulia Porretti, maestra di Pordenone: "Martina nei suoi disegni rappresenta mamma Alessia e mamma Franca, più il gatto di casa. Non è stato facile, all'inizio, comprendere. Poi ci siamo abituate. Martina ci guarda con occhi sereni ed è la più brava della classe".
Cronache da un mondo sommerso che inizia a chiedere rispetto, diritti, visibilità. In Francia, pochi giorni fa, il Governo di Nicolas Sarkozy ha presentato un disegno di legge che legittima, in modo esplicito, "i nuclei composti tra due adulti dello stesso sesso tra le nuove configurazioni familiari". In Italia le famiglie omosessuali si sono consorziate in "Famiglie arcobaleno", una proposta di legge del Pd chiede i loro bimbi vengano tutelati, ma restano nuclei fantasma. Intanto i figli nascono, crescono, vanno a scuola, fanno la vita dei loro coetanei... E ieri giorno del papà, hanno festeggiato a Genova la "festa delle famiglie". Anche quelle in cui si cresce con due genitori dello stesso sesso.
Nella stanza di Arianna, 6 anni, figlia di Federica che vive con Cecilia, sua nuova compagna, Cenerentola e il principe volteggiano abbracciati sul muro, mentre Minni e Topolino si guardano complici. Siamo a Roma, nella periferia che si estende verso la Via del Mare, tra case nuove e scheletri di palazzi. Federica Bruni, 34 anni, infermiera, descrive la faticosa scoperta e poi la conquista di un amore gay, dopo una vita eterosessuale, un matrimonio, la separazione, la messa al bando dalla famiglia e le minacce dell'ex marito. "Arianna sa che per me Cecilia è un affetto grande, adesso dice che ha due mamme, ci vede dividere il letto matrimoniale come prima lo dividevo con suo padre. Certo per lei l'amore resta quello tra un uomo e una donna, mi sembra naturale che sia così... Sa anche che presto arriverà un altro bambino, Cecilia ed io andremo a Copenaghen e Cecilia farà l'inseminazione artificiale con il seme di un donatore: saremo una famiglia a tutti gli effetti, anche se per la legge italiana il nostro bambino sarà soltanto figlio di Cecilia, lo Stato riconosce unicamente il padre o la madre "biologici". Io semplicemente non esisto".
Federica tocca il cuore del problema, quello che ha portato Giuseppina La Delfa, docente di francese, trapiantata in Italia da 19 anni in un minuscolo paesino vicino ad Avellino e mamma di una bambina di 5 anni, a fondare insieme ad altri genitori le "Famiglie Arcobaleno". "Siamo migliaia ma c'è ancora una gran paura a mostrarsi, a dichiararsi. In "Famiglie Arcobaleno" siamo circa 500 tra adulti e bambini, quasi tutti i nostri figli sono nati "nella coppia", con la fecondazione assistita per le donne, attraverso il seme di un donatore o di un amico, e con le "maternità surrogate" per i maschi. La mia compagna Raphaella ed io siamo andate in Belgio, nel centro "Azvub", volevamo che fosse lei a portare avanti la gravidanza, ma c'erano dei problemi e così è toccato a me... La cosa assurda però è che la mia compagna per la legge italiana non può prendersi cura di nostra figlia, se io morissi la bambina resterebbe sola pur avendo un altro genitore...". È particolare la storia di Giuseppina, che oggi ha 46 anni, è nata in Francia da genitori emigrati dalla Sicilia, ed è poi tornata a vivere in un minuscolo borgo campano, senza fare mistero della propria omosessualità. Anzi, dando il via ad una vera campagna di outing durante la gravidanza. "Volevo che la gente del paese fosse preparata all'evento, all'arrivo di una bambina figlia di due lesbiche, e l'accoglienza è stata superiore alle aspettative, L. è piena di amici, allegra solare... No, non mi sento egoista ad averla privata del padre: io le ho dato la vita, cosa può esserci di più bello?".
Una famiglia come le altre, si potrebbe obiettare, con un padre e una madre, ed è questa infatti la tesi di chi ritiene che le famiglie gay siano dannose per lo sviluppo di un bambino. Ma è proprio un esperto di infanzia e adolescenza, Gustavo Pietropolli Charmet, a chiarire perché invece si può crescere bene anche in un contesto così atipico. "Oggi è in corso una modificazione cruciale sia della maternità che della paternità: si va sempre di più verso situazioni in cui i genitori si occupano a staffetta dei figli o verso famiglie monogenitoriali. Questo vuol dire - spiega Charmet - che di volta in volta il padre e la madre incarnano entrambi i ruoli, sono cioè le due figure insieme, i maschi si "maternalizzano" e le donne acquistano autorità. Ed è ciò che accade nelle coppie omosessuali: se un figlio viene allevato da due padri è inevitabile che questi sviluppino anche una parte materna, e così accade nel caso di famiglia con due madri. E i bambini cresciuti in questi contesti non manifestano alcun problema diverso dai loro coetanei". Aggiunge Margherita Bottino, sociologa, autrice di diversi saggi sulla "omogenitorialità", tra cui il libro "La gaia famiglia": "Quando una coppia gay decide di fare un figlio, i due padri o le due madri preparano il terreno e invece di nascondersi cercano la massima visibilità. E la società di solito è più pronta di quanto si creda. Il vero problema è la non esistenza giuridica di queste famiglie. I pediatri americani hanno dimostrato che nelle realtà dove il loro status è riconosciuto i bambini sono più sereni...".
Ed è infatti un percorso di assoluta trasparenza quello intrapreso da Tommaso e Gianfranco, insegnanti romani quarantenni, oggi padri di una piccola di tre anni e di un bimbo di 6 mesi, nati in California attraverso due "maternità" surrogate. Una sorta di "acrobazia" procreativa, ma i due neo-padri, impegnati in un full time di biberon e pannolini, affermano di cavarsela benissimo. "Prima di lanciarci in questa avventura - spiega Tommaso - abbiamo cercato di capire effettivamente come vivono i bambini nati da coppie gay. Ci siamo interrogati sull'eventualità che ai nostri figli potesse mancare una figura femminile, ma ci sono due nonne, diverse zie, e abbiamo deciso mantenere un rapporto anche con la mamma portatrice". "Nostra figlia va al nido pubblico - continua Gianfranco -all'inizio le maestre erano sconvolte, smarrite, poi hanno iniziato a fidarsi, hanno addirittura inventato una favola in cui ci sono le zebre con due mamme, e i cuccioli di leone con due papà... Le difficoltà arriveranno, perché la campagna contro l'omogenitorialità è forte, ma adesso siamo una famiglia, ed è questo che conta".
Maria Novella De Luca
|