Marco's profile• LA CITTÀ DEL RE (terre...PhotosBlogListsMore Tools Help

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    9/30/2009

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    La ragazza con l'orecchino di perla
    (Tracy Chevalier, Girl with a Pearl Earring, 1999)
     
      
      Delft, Olanda, XVII secolo.
      In una modesta casa del quartiere protestante vive il più rinomato decoratore di mattonelle della città con la sua famiglia. Rimasto cieco a causa dell'esplosione del forno utilizzato per il suo lavoro, l'uomo è stato costretto a ritirarsi dall'attività, gettando i suoi cari in uno stato miserevole e costringendoli a rimboccarsi le maniche come mai avevano dovuto fare. Viene stabilito che Griet, la maggiore dei tre figli, sia mandata a servizio presso la dimora del celebre pittore Vermeer, nel Quartiere dei Papisti.
      La vita in casa Vermeer è più ardua del previsto: Catharina, moglie dell'artista, fa di Griet l'oggetto delle proprie antipatie, mentre Cornelia, una delle bambine, fa di tutto pur di farla cacciare. Solo Tanneke, domestica come Griet, sembra volerla aiutare, così come Maria Thins, l'anziana donna madre di Catharina. Il rapporto con il padrone di casa, invece, è assolutamente enigmatico. Griet è l'unica in tutta la casa cui sia consentito l'accesso nell'atelier, e deve fare attenzione a pulirlo ogni mattina senza spostare nulla. Sarà proprio durante queste pulizie che Vermeer chiederà a Griet l'inimmaginabile: posare per lui. Sulle prime la ragazza rifiuta, timorosa che Catharina possa ingelosirsi e licenziarla, ma l'uomo le offre la sua protezione, complice il fatto che la ragazza possiede innate doti artistiche. Al culmine della situazione, quando il ritratto si avvia ormai alla conclusione, l'uomo chiede a Griet di indossare in gran segreto gli orecchini della moglie. Perfino Maria Thins collabora al furto temporaneo, preoccupandosi in prima persona di riporre i gioielli al loro posto una volta usati.
      Tutto sembra andare a buon fine; Griet può abbandonare le paure e tornare a sognare che possa nascere qualcosa tra lei e il suo padrone, anche se non lo ammette neanche a se stessa.
      L'imprevisto giunge sotto forma di Cornelia, la quale, visto il quadro, informa immediatamente Catharina...
     

     
      Originale.
      Prima di leggere questo romanzo, non avevo mai sentito parlare di libri ispirati a dei quadri. Normalmente una storia d'amore tra serva e padrone non stupirebbe, ma qui ci sono due elementi che abbattono il cliché. Primo, il contesto storico e il divario religioso tra i due quartieri della città rendono i timori di Griet del tutto leciti, e il suo pudore giustificato, ovverosia non c'è modo di pensare che lei possa permettersi di dichiarare i propri sentimenti a Vermeer; semplicemente non si può. Secondo, paradossalmente è una storia d'amore che ha ben poco da spartire con due personaggi innamorati, e su questo mi vorrei soffermare.
      Chiudendo il libro, ho pensato alla parola 'delicato'. Perché? Perché è un romanzo inconsueto. Griet non se ne rende conto, ma è innamorata del suo padrone. Tuttavia non fa nulla di diverso da ciò che ci si aspetta da una serva. Pulisce, sopporta, soffre e obbedisce a qualunque richiesta. Quando Vermeer le chiede di posare, lei tentenna, ma poi accondiscende. Né sembra preoccuparsi troppo d'essere ricambiata, cosa che all'epoca sarebbe stata impossibile, in quanto avrebbe costituito un grande scandalo. Dal canto suo, il pittore nutre per lei null'altro che indifferenza, almeno a un primo sguardo superficiale. Si scopre infatti che il suo interesse è dettato esclusivamente dall'arte. Quando si sofferma a osservare Griet, non è perché sta contemplando l'oggetto di un amore impossibile, ma perché sta contemplando un oggetto. O, per meglio dire, un soggetto. Non più di questo, non meno di questo. Griet deve essere ritratta, poiché questa è la decisione di Vermeer.
      Il pittore si offre di proteggerla dalle ingiustizie che avvengono in casa, ma solo per entrare nelle sue grazie e fare in modo che non rifiuti poi di posare. In realtà si può addirittura pensare che lui sia un individuo senza cuore. È un uomo il cui solo obiettivo è dipingere, e pur di continuare a farlo sacrifica tutto, forse anche con un certo piacere. Attrezza un atelier nella sua casa, vietando l'accesso a tutti fuorché la donna di servizio; è estremamente schivo e silenzioso, nell'intero romanzo parla pochissime volte; non trascorre il proprio tempo libero in famiglia, preferendo recarsi alla gilda; tiene occupata la moglie mettendola sistematicamente incinta; è geloso delle attenzioni che il suo mecenate mostra nei confronti di Griet, ma solo finché il quadro non è compiuto. Infine, la cosa più grave tra tutte, che rende Vermeer non più il buon padrone di casa, ma quasi l'avversario, l'antagonista. Griet gli fa notare di non avere fori nei lobi, e lui risponderà soltanto: "Dovrai rimediare." E Griet obbedisce di nuovo, praticandone uno sul lobo sinistro, quello che verrà dipinto. Vermeer, impietoso, le ingiunge di farne uno anche nel lobo destro.
      Il lettore resta spiazzato.
      Qual è la ragione di questo gesto? Perché una simile cattiveria? Viene in mente un solo motivo, se motivo può chiamarsi. Mi si passi il termine: Vermeer è un gran bastardo. Dipingere, per lui non esiste altro, non persone, né amore, né rispetto. Griet non esiste se non sulla tela; non è un essere umano, è bellezza.
      Per questo ho pensato alla parola 'delicato'. Non è un romanzo d'amore, bensì un romanzo sull'amore per l'arte.
      Eccezionale, da questo punto di vista.
     
      Non si può evitare l'analogia con il romanzo La morte a Venezia, di Thomas Mann. Anche lì si parla di amore per le esteriorità. Il protagonista ama il giovane Tadzio (anche se i due non si conoscono affatto e non si parlano mai), sostenendo chiaramente di amarne i canoni di bellezza.
      Romanzi abilmente costruiti sull'illusorietà delle apparenze.
     
      Due noti finali per concludere, che prescindono la validità dell'intreccio.
    1. È stato chiarito come il Vermeer del romanzo possegga una morale a dir poco dubbia, e di come Griet quasi lo veneri, per questo. Be', non sia mai che lei subisca senza ritegno. In bilico tra una vita da sola e una (tutta immaginaria) con il suo padrone, decide di tutelarsi e farsela con il macellaio, grazie alle cui prestazioni sessuali possiamo goderci una Griet sempre più... ma sì, 'imputtanita', che solleva la gonna nei vicoli e si fa sbattere allegramente contro un muro;
    2. appurato il successo del romanzo all'estero, non posso credere che la penuria di congiuntivo trapassato sia dovuta all'autrice, anche perché nell'edizione italiana manca solo di tanto in tanto. Colpa imputabile alla traduttrice o al correttore di bozze? Attenzione, Neri Pozza Editore.
      Buona lettura.
     
     
      Approfondimento:
     
      La ragazza con l'orecchino di perla o Ragazza col turbante, quadro di Johannes Vermeer, 1665 ca.
     
    9/19/2009

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    Il misterioso manoscritto di Nostratopus
    (Elisabetta Dami, 2000)

     

      

      Premessa

     

      Per quale accidenti di motivo il sottoscritto, all'età di ventun anni, ha preso in mano un... libro come questo? Uno: l'ho avuto gratuitamente insieme al Corriere della sera. Due: è il primo titolo di una serie che ha venduto e vende un numero osceno di copie da noi come all'estero, ergo dovrebbe essere quantomeno decente. Tre: sì, il protagonista è un topo, ma perché mai questo avrebbe dovuto farmi desistere dalla lettura? Quattro: cercavo conferma dell'inesistenza della letteratura infantile. Inizio l'analisi.

     

     

      La trama

     

      Il libro in questione è pessimo. La trama non occupa più spazio di quello che impiegherò io per riassumerla. Geronimo Stilton, il protagonista, è il direttore de 'L'eco del roditore', il giornale più famoso dell'Isola dei Topi. Durante la Fiera del Libro di Topoforte, gli viene sottoposto (come da titolo) il misterioso manoscritto di Nostratopus, che Geronimo decide subito di pubblicare, ma... oh, no!, viene rubato dalla direttrice della testata rivale. La, ehm, signora sarebbe la cattiva della situazione, e infatti non vuole restituire il maltolto. Sciattamente, tutta la sua redazione va in fiamme, e addio manoscritto. Solo, Geronimo la salva dall'incendio facendo la figura dello pseudo-eroe.

      Come più che evidente, la trama è stupida. Cosa intendo per "stupida"? Intendo piatta, insipida, priva di spessore, non interessante, non 'avventurosa' né intelligente. Per non parlare di uno dei tanti problemi di fondo. Sono l'unico che si chiede il motivo per cui una testata giornalistica dovrebbe voler stampare un manoscritto? Sono l'unico che conosce la differenza tra redazione di un giornale e casa editrice?

     

     

      I caratteri

     

      Da un libro, come minimo, ci si aspetta del testo. Qui, almeno il settantacinque percento delle pagine è costituito di disegni a colori che, a essere fortunati, invadono buona parte della pagina; nel peggiore dei casi, sono tavole a tutta pagina.

      Trattandosi di librominkia, adatto cioè ai bimbiminkie, questo è il minore dei problemi.

      I libri firmati Geronimo Stilton sono malati. Quasi alla lettera, sono butterati. Ogni pagina, escluse quelle totalmente occupate dalle tavole, sono costellate di scritte degne del diario scolastico di una dodicenne. Pardon, ho esagerato: di una bambina di otto anni. Non solo i caratteri di scrittura hanno del ridicolo, ma sono fusi con dei mini-disegni. Un esempio. A pagina 45, riga 17, si trova la parola "galleria". Be', questa singola parola ha uno sfondo tutto per sé, personalizzato, di colore nero e a forma di semicerchio, evidente richiamo all'imbocco di una galleria (guarda un po'). Altro esempio: a pagina 24 campeggia la parola "zigzagava", scritta un po' verso l'alto e un po' verso il basso, carattere molto grande e colore blu.

      Atroce, assolutamente.

      E tutto il libro, tutti i libri della serie (che ammontano attualmente alla sconvolgente cifra di 142) sono fatti allo stesso modo; alcuni, anzi, peggiorano, come quelli sulle cui copertine ci sono bollini che promettono qualcosa come venti pagine al profumo di cioccolato.

      La mia teoria in merito. Geronimo Stilton è nato come esperimento per insegnare ai bambini delle scuole elementari i vari significati delle parole. Non so in che scuola si sia svolto l'esperimento, sta di fatto che fu apprezzato dalle ignare cavie, e questo mi porta a pensare che fossero in larga maggioranza bimbiminkie.

      Ma io mi chiedo: perché mai, perché, perché, perché una casa editrice come Piemme (gruppo Mondadori!) dovrebbe decidere di pubblicare una simile spazzatura, un tale pattume?

      Certo, la risposta potrebbe essere 'Tempi pazzi, lo schifo vende parecchio.' OK, questo accade però dopo la pubblicazione. Il problema su cui vorrei spostare l'attenzione sta a monte, ed è probabilmente da ricercare nell'etica dell'editore. Immaginiamo. Scrittore incredibilmente presuntuoso invia il proprio scritto a un editore qualunque. Ora, l'editore, l'aiutante, il vice, il servo, la bidella o perfino il portinaio cui il testo viene fatto leggere di che genere di intelligenza subnormale dispongono per autorizzare la stampa di una infezione inguinale di questo tipo? Perché farlo? Un editore non dovrebbe stampare cultura, o quantomeno qualcosa di minimamente apprezzabile? Teoricamente. Ma suppongo che le migliaia di Meyer, Troisi, Cast e Strazzulla che vanno quotidianamente in stampa siano imputabili a un genere particolare di disperazione, per non dire di rapacità economica.

      Torniamo al libro.

     

     

      Le idiozie

     

      Essendo il protagonista un ratto con gli occhiali, cavolate come "Per mille mozzarelle" non dovrebbero stupire, anche se occupano mezza pagina.

      A proposito di pagine, neanche una raggiunge le venti righe di testo. Oh, ed è ovvio che non possono mancare le pubblicità per l'episodio seguente, infarcite di auto-apprezzamenti e auto-elogi. Cito testualmente: "Vi confesso un segreto (che rimanga tra noi, però!).

      Sto già pensando al prossimo libro.

      Vi dico solo che parlerà di piramidi, di antiche civiltà scomparse, di Atlantide, Shangri-là, Eldorado...

      Mi sto già documentando e non vedo l'ora di iniziare a scriverlo.

      Allora, cari amici roditori, arrivederci al prossimo libro: un libro Stilton, naturalmente!

      Squitttttttt!"

      Devo aggiungere altro?

     

     

      I tentativi di cultura

     

      Non mancano neppure i momenti di lucidità, in cui l'autore sembra rendersi conto della (dubbia) qualità di ciò che sta scrivendo. Da tali sprazzi di sole nasce il personaggio di, ehm, Topìa Van Ratten. Costui fa continuamente notare a Geronimo come ciò che pubblica in effetti non sia "cultura con la C maiuscola". La coscienza che si fa sentire, insomma. Puntualmente, Geronimo non sa cosa ribattere, perché non c'è modo di negare il senso e la ragione, e sclera. Conscio del fatto che questo comportamento avrebbe portato i lettori a chiedersi 'Lo scrittore è scemo o ci fa?', quest'ultimo ha cercato invano di infondere una ragion d'essere a Van Ratten. Sarà lui a dare il famoso manoscritto a Geronimo.

      In breve, l'autore stesso si vergogna di quel che scrive, sa di star producendo boiate. Per rimediare, tenta di inserire nel testo frasi moraleggianti come le seguenti due.

      "Il mondo è dei furbi."

      "Ebbi il tempo per riflettere su come ci fosse davvero una giustizia nella vita. Sì, non sempre i furbi vincono."

      E pensare che si tratta solo del primo volume!

     

     

      Il nome

     

      Infine, svelo l'arcano. L'autore... non è un topo, ma un essere umano! Pazzesco! Assurdo! Un simile inganno, per qual cagione? (Pianti di accorato dolore in sottofondo con accompagnamento di singhiozzi.)

      Non solo, l'autore è in realtà un'autrice! Il nome: Elisabetta Dami.

      Dunque, la scelta di un alter-ego maschile elimina(va) la possibilità di creare battutine come 'La protagonista è topa.' Troppa logica, non sia mai. Quindi, vi dico che esiste uno spin-off di Geronimo Stilton, Tea Stilton, la quale detiene una collana tutta sua. Sarebbe la sorella di Geronimo, dunque sorcio anche lei.

      Ad ogni modo – e qui voglio andare a parare –, riuscite anche lontanamente a concepire una vergogna così grande da giustificare l'autrice per non aver voluto firmare i propri libri?

     

      Senza parole, per il prodotto, la pubblicazione e le insensate vendite.

     

    9/15/2009

    Editto reale numero CXIX – 'Il simbolo perduto'

     
      Presto nelle librerie Il simbolo perduto (The Lost Symbol), il quinto thriller di Dan Brown, il terzo ad avere come protagonista Robert Langdon.
      La pubblicazione, più e più volte posticipata a partire dal 2006, è stata concordata per la data di oggi 15 settembre 2009 in contemporanea per Canada, Gran Bretagna e Stati Uniti. In Italia sarà nuovamente Mondadori a occuparsi della stampa, prevista per il 23 ottobre, affidando la traduzione nelle esperte mani di Riccardo Valla. Doubleday, l'editore statunitense, ha dichiarato: "
    È un thriller brillante e convincente, vale la pena di aspettare." La tiratura iniziale è stata la più alta nella storia della casa editrice: 6,5 milioni ci copie.
      Il nuovo thriller è noto con quello che era il suo titolo provvisorio, The Solomon Key, con riferimento a un antico testo alchemico. Sarà ambientato nella città di Washington e l'argomento principale sarà la Massoneria. Approssimativamente, il numero di pagine sarà pari a 509.
      In merito, l'autore ha detto: "
    Questo romanzo è stato un viaggio strano e meraviglioso. Rendere cinque anni di ricerche in una storia che si svolge in un arco di tempo di dodici ore è stata una sfida stimolante. La vita di Robert Langdon si muove chiaramente molto più velocemente della mia."