Marco's profile• LA CITTÀ DEL RE (terre...PhotosBlogListsMore Tools Help

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    9/28/2008

    Editto reale numero XCV – Riflessioni sul teatro

     
      Qualche tempo fa sono andato a teatro a vedere Shakespeare. Non lui in persona (è un po' morto), ma alcuni dei suoi spettacoli. Ora, chi mi legge e mi conosce sa che ho fatto parte di una compagnia che si occupa di recitazione dialettale. L'ultimo spettacolo della rassegna si è svolto al Teatro Comunale, il più grande, elegante e celebre della città. Il biglietto non costa molto, ma neanche pochissimo, e visto che si tratta di dialetto (che io aborro) si potrebbe far pagare anche meno. Be', dicevo, l'ultima rappresentazione de La bbusciarda ha visto una sala strapiena, giovani e anziani elegantissimi e super-ingioiellati, la crème de la crème della città, completa di sindaco, assessori, e quant'altro.
      Per Shakespeare, al contrario, si era fortunati se potevano contarsi quindici persone in sala. Gente comune, per così dire.
      Ne ho parlato anche con V., durante le prove. Come si spiega il pienone per il dialetto e una moria per quello che è probabilmente il più grande Teatro di tutti i tempi?
      V. mi ha risposto che forse si preferisce il dialetto per via di una questione di retaggio culturale: gli aquilani si divertono di più a sentire il dialetto piuttosto che annoiarsi con il complesso e architettonico linguaggio del Bardo.
      Dal canto suo, un altro membro della compagnia mi ha risposto:«È ancora caldo, di questi tempi la gente non vuole andare a chiudersi dentro un teatro; quando abbiamo recitato noi, invece, era un periodo freddo.» Ritengo questa risposta un insulto all'intelligenza di qualunque cittadino, non mi degno di prenderla in considerazione. Non voglio credere che gli aquilani rifiutino di vedere Macbeth perché fa caldo.
      Dunque rimangono ben poche opzioni. O gli aquilani sono naturalmente ignoranti (proprio uno status naturae)* oppure, malgrado la conoscenza del testo teatrale, scelgono di propria iniziativa di dare maggior credito a quella cosa infima che è il dialetto aquilano.
      Io non sono in grado di capire. Cosa ne pensate?
     
      *Queste parole in grassetto sono un'aggiunta a posteriori, a conforto delle menti più... ehm... sensibili (suscettibili?).
      Ovviamente in questo punto c'è molto sarcasmo. Chi mi conosce lo ha compreso al volo. E dire che il destinatario di questo messaggio mi conosce da cinque anni. È chiaro che non mi sono svegliato pensando di dover assolutamente offendere per iscritto un'intera cittadinanza. Pertanto, alle menti sensibili, consiglio la lettura di questo sito in presenza di un adulto, che possa aiutarle a commentare senza necessariamente fare ricorso a espressioni offensive.
     

    Editto reale numero XCIV – La cover italiana delle 'Fiabe'

     
      La casa editrice Salani ha reso disponibile sul proprio sito Web la cover (in alta risoluzione) dell'edizione italiana de Le Fiabe di Beda il Bardo, il nuovo libro firmato J. K. Rowling. Sarà possibile acquistarlo in tutte le librerie a partire dal prossimo 4 dicembre, avrà 128 pagine e costerà € 10,00. Della traduzione non si è occupata, come ci si potrebbe aspettare, la solita Beatrice Masini, bensì Luigi Spagnol in persona, il presidente della casa editrice. Anche la cover in sé è una novità: come già avvenuto per Il Quidditch attraverso i secoli e Gli Animali Fantastici: dove trovarli, il disegno non è stato affidato a Serena Riglietti, poiché esso ricalca la versione minimalista dell'edizione britannica, che riporta alcuni elementi delle illustrazioni interne disegnate dalla scrittrice.
      Fai click qui per scaricare la cover.
     
    9/26/2008

    Editto reale numero XCIII – Perché ".tk"?

     
      Spesso mi è stato chiesto: "Ma perché il tuo sito è .tk? Che vuol dire?"
      E io vi rispondo: perché qualunque altro dominio di primo livello ("l'estensione", per così dire, di un URL, ad esempio .it, .com, .org, .net, eccetera) si paga.
      Vi aspettavate qualche spiegazione mistica? Denaro, amici miei, il volgar denaro.
      A quanti di noi è capitato di dare l'indirizzo del proprio sito a qualcuno? Non è bello, in assenza di carta e penna, dire roba tipo: "Il mio indirizzo è acca-ti-ti-pi-duepunti-slash-slash-cittadelre-punto-spaces-punto-live-punto-com-slash", perché vi sputano in un occhio (se non in entrambi) e non lo visiteranno mai.
      Il sito Web Dot TK – il cui link è reperibile anche nella cartella Siti interessanti, tra i Preferiti – permette di abbreviare i vostri indirizzi Web gratuitamente, previa registrazione. Inoltre, un altro aspetto a favore del .tk è che, paradossalmente, la gente lo ricorda molto meglio di un .it o un .com. Ovviamente, continuerete a dipendere da Windows Live, perché il vostro sito non verrà ospitato altrove: come già detto, si tratta solo di un'abbreviazione dell'URL.
      In questo modo, un indirizzo come
     
     
      è diventato
     
     
      Come potete osservare, facendo click sul nuovo indirizzo, verrete automaticamente reindirizzati sul vecchio, con la differenza che difficilmente avreste ricordato quest'ultimo. Il dominio di terzo livello (www.) è trascurabile.
      Se avete avuto, come me, problemi di 'spaccio' del vostro indirizzo Web, vi consiglio caldamente questo sito, utilissimo e facile da usare.
     
    9/25/2008

    Editto reale numero XCII – Cronaca di un esame

     
      Ne capitano di cotte e di crude, cari miei.
      Lo scorso 18 settembre – data delle date, poiché si trattava del mio riverito compleanno – ho dato l'esame di Storia del cinema. Avrebbe dovuto avere inizio alle 11.00, ma sono arrivato in centro alle 9.00 per incontrare la cugina Ylenia e ripassare/studiare insieme. Lei sarebbe stata la prima; ha firmato il registro prima di chiunque altro, voleva togliersi il pensiero al più presto. Così mi ha ripetuto approssimativamente vita, opere, miracoli, morte e resurrezione di circa otto dei più grandi cineasti della storia. Sospetto fosse a conoscenza del numero di scarpe di Roberto Rossellini, o quanto meno della sua taglia di mutande.
      Bene. Come dicevo, abbiamo ripassato nel piazzale della facoltà attendendo le 11.00, diventate poi 11.05, poi 11.15... Alle 11.25 il professore si è degnato si scendere sulla Terra e farci visita – assai poco gradita. Ylenia è stata torturata per venticinque minuti, ma se l'è cavata egregiamente. Fino alle 13.00, il prof. ha fatto l'esame a tre persone, quindi si è accorto che stava andando troppo lentamente e ha velocizzato il ritmo. Nel frattempo, il sottoscritto aveva sudori freddi e un accenno di tremito, mentre dall'ultimo banco tentava di carpire le domande rivolte all'esaminando di turno.
      Insomma, tutto procedeva anche troppo tranquillamente. Non ci è voluto molto perché lei arrivasse. Parlo naturalmente dell'invasata del giorno.
      Questa ragazza era seduta davanti a me e Ylenia, e dalle 11.25 alle 15.45 ci ha fissati mentre facevamo le nostre discussioni sulle domande poste. Così, senza motivo apparente, attraverso quelle sue lenti alla Milhouse e con l'espressione vagamente malvagia, ella ci fissava.
      Al suo turno, Milhouse è stata chiamata dal professore; ha preso una sedia, l'ha posizionata accanto alla cattedra (dandoci le spalle) e ha iniziato a rispondere alle domande a voce così bassa che si sentiva la mancanza del suono di un organo. I suoi strascicati "uhm... ehm... cosa?" ci sono protratti per una decina di minuti.
      L'espressione del prof. ha assunto quasi immediatamente un che di arcigno. «Mi scusi, potrebbe spiegarsi meglio?» Milhouse è arrossita violentemente e ha ripetuto di nuovo. «Ma... non è vero, è completamente sbagliato!»
      Si è messa subito sulle difensive:«Non l'ho inventato. Sta scritto sul libro!»
      «Sul libro, lei dice?»
      «Sì, sì, è così!»
      «Io, signorina, ho letto il libro. Non c'è scritto quello che ha detto lei.»
      «Come? Ma certo che c'è. L'ho letto io!»
      «Prenda il libro.» L'ordine è stato perentorio e non ammetteva repliche come "l'ho dimenticato a casa".
      Quindi la ragazza si è alzata, è tornata al suo posto a testa bassa, ha preso il libro dalla borsa, ha trovato la pagina desiderata e poi ha portato il libro alla cattedra. «Ecco, è qui.», ha detto, indicando il passo giusto al prof.
      Dopo alcuni secondi, quest'ultimo ha aggrottato le sopracciglia. Brutto segno. Poi ha arricciato le labbra. Pessimo segno. Infine, ha chiuso il libro e osservato rapidamente la copertina. Ha spostato lo sguardo sulla spaurita Milhouse. «Questo non è il libro che vi ho dato.»
      «No,» ha ribattuto lei, «è un altro. Il suo non ce l'avevo, così ho studiato su questo, che era per un altro esame.» Ci siamo tutti portati contemporaneamente le mani davanti agli occhi.
      «Scusi, lei non ha studiato sul libro giusto?»
      «No.» Sfacciatissima.
      «Andiamo avanti.» Sapevamo già come sarebbe andata a finire: con una bocciatura. Ma il prof. era gentile, e le ha dato un'altra chance. «Mi parli del film Ladri di biciclette.» Per l'esame, assieme al libro, era prevista la visione di dieci film.
      «Ladri di... Non l'ho visto.» Ahia.
      «Come, scusi?»
      «Non l'ho visto.»
      «Faceva parte del programma.»
      «Lo so.»
      «Perché non l'ha visto?» Mi sono chiesto dove quell'uomo trovasse tanta pazienza.
      «Non li ho trovati.» Apriti cielo, era passata al plurale!
      «Neanche gli altri?»
      «No.»
      «Vuol farmi credere che lei non ha trovato in nessun negozio, noleggio o videoteca film diffusi come Ladri di biciclette e Roma città aperta? Non posso crederci!»
      «Non ci sono riuscita.»
      «Lei non ha studiato il libro e neanche visto i film, eppure si trova qui. È sconcertante.»
      E qui la genialona ha deciso per il peggio, l'autogol:«Abito lontano, non sono aquilana!» Con questo, intendeva forse dire che non aveva neppure seguito le lezioni. «Ma guardi che nessuno ha visto i film, eh! Io, almeno, ho trovato le trame su Internet. Tanto è uguale, no?» E mentre pronunciava queste parole, la sua faccia diceva "pappappero!". E mentre la sua faccia diceva "pappappero!", la penna del professore cancellava il nome di Milhouse dall'elenco.
      «Facciamo finta di niente, ci rivediamo la prossima volta...»
      «Eh, la prossima volta è uguale.»
      Ira furente del prof. «Per la prossima volta, lei studierà, altro che uguale! Arrivederla!»
      Così liquidata, è uscita rumorosamente dall'aula, a testa alta e con portamento fiero. E dire che aveva pure cercato di origliare qualcosa di utile mentre Ylenia mi aiutava a ripassare... Va be'.
      Mi dicevo, okay, la parentesi comica è finita, bentornato terrore. Non sapevo cosa si stava avvicinando.
      Alcuni studenti più tardi, si è fatto avanti un signore di sessant'anni circa, anche lui esaminando. Non saprei come riportare qui il suo accento, però vi dico che era siculo, una parlata identica a quella del Padrino.
      «Buon ggiòrno, professòre.»
      «Salve, mi parli del concetto di modernità nel cinema.» Sbrigativo, non ne poteva già più.
      «Eh, be', chè ddire? All'epoca, no?, c'era quèshto gran bisògno di riprendere solo cose reali, gniente di inventato, inzòmma.»
      Il prof. poggiava la testa su entrambe le mani. «Prosegua.»
      «Era il concètto di reale, no? Mi spiègo, signor professòre. Il pubblico di quei tempi or sono (!) era stufo dei quèshti kolòssal americani, e voleva vedere solo cose vère. Senza il reale, la gente non potèva vedere la realtà, e senza la realtà, che ddire?, non conosceva le cose vère.»
      È andato avanti con queste frasi del cavolo per un bel po', mentre il prof. era lì lì per cadere in trance. «Mi scusi se la interrompo. Lei è qui che parla da dieci minuti, ma praticamente non mi ha detto niente.»
      «Eh, be', gniente... qualche cosètta, diciamo.»
      «Mh. Mi parli del capitolo dedicato a Renoir.»
      «Eh, be', Renuà è sempre la stessa cosa. Grande pèrsonaggio! Figlio di Renuà, il pittòre... Ci teneva al realismo: senza realismo, la gente non capirebbe la realtà e...» E ha ricominciato.
      Il professore ha scelto di andarci leggero:«Senta... lei non mi sta parlando del libro.»
      «E si capisce! Mica sono d'accordo con quèllo che ci shta shcritto. Che senso ha ripètere a memoria se non sòno d'accordo?»
      «Un'altra domanda, permette? Perché lei frequenta l'università?»
      Il tipo si è tirato gli occhiali in cima al naso con aria saggia. «Perché volèvo sèguire i còrsi di cinema. Mi piace, a me, il cinema. Non miro alla laurea, io, sono già ingegnere e lavoro, però qua mi diverto.»
      Sospirone del prof. «Lei capisce che non posso trattarla come uno studente più giovane. Potrei metterle 18 o 30, e a lei non cambierebbe nulla.»
      «Ma pure 24 va bene.»
      Generale distesa di occhi sgranati, quindi il pazientissimo, santissimo e generosissimo prof. lo ha mandato cortesemente via, riprendendo gli esami.
      Me la sono cavata benone anch'io: non vi sareste sentiti più preparati anche voi, dopo personaggi simili?
     
      Alla prossima!
     
    9/23/2008

    Editto reale numero XCI – Comunicazione di servizio

     
      Salve, gente!
     
      Alcuni giorni fa notavo che, su altri computer, questo sito non viene visualizzato come io lo visualizzo sul mio. Tanto per cominciare ci sono ai lati due grosse strisce azzurre, dovute alle diverse larghezze dei vostri schermi. Il mio monitor è modesto, dunque vedo solo ciò che sta dentro i confini di questo sfondo 'glaciale'. Ergo, non posso farci nulla.
      Coloro che utilizzano come browser Mozilla, hanno dei piccoli inconvenienti; ad esempio, cliccando su una qualsiasi voce dei Preferiti, la nuova pagina verrà loro aperta in due finestre identiche. Di nuovo, avendo io Internet Explorer e non capendo una ceppa di Mozilla, non posso farci nulla.
      Se avete suggerimenti su come io possa risolvere questi problemi, segnalatemelo.
      Una cosa, però, posso farla. I caratteri di scrittura che uso qui non si trovano su tutti i computer, dunque, se questo è Verdana, forse qualcuno lo visualizza, che so, come Times New Roman. Dunque ho creato la cartella Fonts, che trovate nella colonna di sinistra, nel modulo 'File'; tutti possono accedervi e scaricare la cartella compressa contenente i fonts necessari a una corretta visualizzazione, completamente gratis. A quanto sembra, gli utenti di Mozilla possono vedere il modulo 'File', ma non la cartella al suo interno; a loro consiglio di cliccare sulla parola 'File': da lì, potranno effettuare tranquillamente il download.
      A chiunque riesca di reperirlo o lo abbia in partenza, chiedo di inviarmi il font Segoe UI, che in Rete non riesco a trovare, in modo da poterlo aggiungere immediatamente alla cartella.
      Prossimamente per voi la risposta all'annosa domanda: perché ".tk"?
     
      Alla prossima!
     
    9/22/2008

     

     
     
     
    Congo

      (Congo, regia di Frank Marshall, 1995)

     

      La Travicom, una potente multinazionale americana, è alla ricerca dei mitici diamanti blu, fondamentali per lo sviluppo tecnologico. La spedizione nel Congo presenta problemi imprevisti, e la Travicom ha bisogno di un alibi per passare le frontiere, e lo trovano nel dottor Peter Elliot, anch'egli diretto in Congo. Lo scopo di Elliot è portare la sua gorilla, Amy, tra i suoi simili; Amy comprende il linguaggio umano e, grazie all'uso dei segni, riesce a parlare a sua volta: uno speciale guanto computerizzato traduce quel che dice. Elliot vuole tentare l'esperimento più azzardato che sia mai stato tentato nel campo della primatologia, la traduzione: Amy dovrà infatti tradurre in segni ciò che i gorilla congolesi le comunicheranno.

      Ma la situazione del Paese non è affatto pacifica, ci sono continue lotte interne tra l'esercito e le tribù di cannibali, ma soprattutto l'habitat dei gorilla si trova a poca distanza dalla miniera di diamanti blu, a ridosso del Mukenko, un vulcano che potrebbe eruttare in qualsiasi momento...

     


     

      Come quasi sempre accade, il film non è all'altezza del romanzo.

      La Travicom è una multinazionale, eppure ha bisogno di Elliot per passare il confine.

      Cambiano i nomi, perché secondo gli sceneggiatori (pensiero apparentemente molto in voga) il pubblico è idiota. Nel romanzo, il nome della società è ERTS, ma 'Travicom' suona meglio. Il soldato che guida la spedizione nella giungla si dovrebbe chiamare Charles Munro, il cui cognome ispira la sua appartenenza a quella terra. E invece no, in questo film viene americanizzato, perché più figo: Charles Monroe – parente di Marilyn?
      Non solo la Travicom si fa aiutare da Elliot senza pagargli alcunché, ma interviene anche un buffo personaggio del tutto assente nel libro, tale Herkermer Homolka, filantropo rumeno che gira il mondo per "fare del bene"; per Elliot, il problema soldi è risolto. Ovviamente, Herkermer ha in mente ben altro; desidera trovare la Città perduta di Zinj e mettere a sua volta le mani sui diamanti che vi si trovano.
      Zinj perde quasi tutto il suo fascino, diventa mera scenografia per le vicissitudini dei protagonisti, questi ultimi, neanche bene interpretati.
      Dylan Walsh, alias Peter Elliot, è un volto noto, già visto nella serie televisiva Nip/Tuck nel ruolo del dottor McNamara. Dovrebbe saperci fare, e invece è monoespressivo. Per le frasi "Non voglio morireee!" e "Buon giorno, mi chiamo Peter Elliot", egli utilizza la medesima espressione. Stesso dicasi per Laura Linney, alias Karen Ross della Travicom.
      Inaspettatamente, Tim Curry (Homolka) è bravissimo, come il suo doppiatore (Eugenio Marinelli).
      Capisco che per il 1995 la realizzazione di gorilla in movimento non dovesse essere facile, ma ce l'hanno fatta benissimo. Niente pupazzoni di quart'ordine, ma solo ghigni feroci e credibili. Quindi l'anno di produzione non è una scusante per giustificare il personaggio di Amy. Amy è una gorilla congolese, quindi non dovrebbe essere diversa dagli altri. Tuttavia, siccome il pubblico è sempre formato da idioti ciechi e tutto sommato un po' tonti, si è preferito dotarla di un sorriso beota e trascendentale, così è possibile comprendere al meglio che quella sorridente è la protagonista; il fatto che parlasse non lo faceva mica notare, vi pare?
      La scena più stupida di tutte è il primo incontro tra Elliot e un gorilla indigeno, che gli corre incontro con estrema ferocia. Sapendo tutto dei gorilla, il dottore abbassa la testa e non lo guarda, così quello va via. Ora, cosa accade in quei cinque, adrenalinici secondi di ripresa? Succede che Dylan Walsh suda, ma non come dovrebbe normalmente sudare un essere umano: lui suda una seconda laguna veneziana, e in tempi da record! Una fontana zampillante e colante, schifosa e rivoltante.
      Vi prego inoltre di notare un altro personaggio inventato di sana pianta, il fantomatico Richard, assistente di Elliot. Non solo costui riesce a essere ancor meno espressivo dei suoi colleghi (impresa non facile), ma presenta delle occhiaie come occhio umano non ne ha mai viste, se mi si passa il gioco di parole. Alla sua entrata in scena, ho pensato:"Ecco il fattone."
      La trama è abbastanza passabile, ma per il resto è noiosetto: molto meglio leggere il romanzo.
     
     
      Per leggere la recensione del romanzo che ha ispirato la realizzazione di questo film, fai click qui.
     

    9/18/2008

    Editto reale numero XC – Today is the day

     
      Ma pensa te! Ma roba da matti!
      Ben ventuno anni fa (ebbene sì!) io nacqui, venni al mondo, alla luce, fui partorito, generato, apparvi e comparii su questo pianeta, mi sono manifestato tra voi (o mortali).
      In breve, è il mio compleanno. Che forza, sono nato da un sacco di tempo, da non crederci!
      Non solo, ho anche sostenuto l'esame – sì, oggi! – di Storia del Cinema, accaparrandomi il mio bravo 27. Gioia! Grazie infinite alla cugina Ylenia: indispensabile, santa, manna dal cielo, pozzo di sapienza e altre cose di questo genere, senza la quale non ce l'avrei mai fatta. Thank you, cugi!
     
      Alla prossima!
     
    9/14/2008

    Editto reale numero LXXXIX – Diffide ufficiali

     
      Okay, sì, sono vivo. Vado avanti a recensioni per il semplice fatto che altrimenti dovrei studiare per un esame, e potete immaginare quanto la cosa mi attiri. Le cose procedono bene, ho informato i registi vecchiacci che lascio la loro compagnia e per tutta risposta mi hanno consigliato il corso del figlio – molto di parte, tutto ciò.
      E, a proposito, di vecchiacci...
      Avrete notato tutti che l'esperimento al CERN ha avuto successo senza provocare la fine del mondo. Anche se un giornalista di Repubblica, spiattellato in prima pagina (!) il giorno seguente, sostiene che un buco nero si è effettivamente formato. Secondo la sua teoria, dall'altra parte si trova Terra 2, un pianeta quasi uguale al nostro, ma avente delle non meglio specificate differenze a livello atomico. Comunque sia, che ci troviamo o no su Terra 2, mi chiedevo come mai Joseph non abbia detto la sua. Insomma, hanno tentato di ricreare il Big Bang, la Creazione, signori. Uguale, l'uomo può creare proprio come fa il dio cristiano. Così Joseph è rimasto in silenzio per un po', pensando a quel che era meglio dire in proposito. Ed ecco che al Tg di ieri mandano in onda proprio lui, che dice ai suoi fedeli di stare attenti. A cosa?, mi chiedo. Risposta di Joseph: gli uomini di buona volontà devono rifuggire i falsi idoli, tra cui il denaro, la sete di potere e la conoscenza.
      La conoscenza.
      La conoscenza?
      Joseph, tu stai fuori! Questo vecchiaccio rincoglionito, incartapecorito, omofobico, bigotto e tremendamente somigliante al cattivo dei Sith, ci sta dicendo di non procurarci la conoscenza!
     
     
     
      Dobbiamo rimanere ignoranti, così lui avrebbe finalmente qualcuno con cui poter fare conversazione. Papino ci dice di fare del bene (ha detto proprio così) anziché rincorrere questi "idoli", che distolgono l'uomo dal suo vero Fine.
      Torniamo all'età della pietra! Palpatine ci vuole succubi di Dio, senza scampo.
      Io dico qui, ora, ciò che ho sempre detto a ogni cristiano che conosco: leggete il vostro testo sacro. Non conosco neanche una persona credente che abbia letto quell'antologia di racconti che va sotto il nome di Bibbia. Leggetela, rideteci su, perché è piena di violenze, perché Dio punisce a suo piacimento, perché muoiono quasi tutti in modo atroce! Il dio cristiano tiene i fedeli in ostaggio per tutta la vita: o fanno i buoni, o finiscono tra i diavoletti cattivi.
      Quel vecchio, e mi riferisco ovviamente al papa, è ingerente e intollerante, e pretende che la gente gli dia retta.
      Ribellatevi contro le parole di questo signore! Credete o non credete, come vi pare, ma non date retta a Natzinger. Vi prego!
     
    9/10/2008

    .

     
     
     

    La Fabbrica di Cioccolato

    (Roald Dahl, Charlie and the Chocolate Factory, 1964)

     

    ***

    Il grande ascensore di cristallo

    (Roald Dahl, Charlie and the Great Glass Elevator, 1972)

       

     

      Il signor Willy Wonka, rinomato cioccolatiere, dirama un avviso. Chi troverà i cinque biglietti d'oro nascosti nelle altrettante tavolette di cioccolato sparse in tutto il mondo, potrà visitare la sua leggendaria Fabbrica.

      Il piccolo Charlie Bucket vive in una famiglia molto modesta. Madre casalinga, quattro nonni a letto che devono essere accuditi e un padre che ha appena perso il posto di lavoro. Charlie adora il cioccolato e le storie che si narrano a proposito della Fabbrica, e sogna di trovare un biglietto. Tre giorni dopo aver saputo del premio, come regalo di compleanno, riceve una tavoletta Wonka, ma non trova la tanto desiderata sorpresa. Nonno Joe decide di rischiare, e consegna al nipotino il suo "gruzzolo segreto" (sei pence), dicendogli di andare a comprare del cioccolato Wonka nel negozio più vicino; purtroppo, neanche questa volta c'è il biglietto d'oro. Intanto quattro ragazzini trovano i loro biglietti, e la famiglia Bucket osserva Charlie diventare più triste ogni momento, anche se fa di tutto per apparire rassegnato ma felice.

      Ma che fortuna quando, tornando da scuola alcuni giorni più tardi, Charlie vede a terra, seminascosta tra le neve, una moneta da mezza sterlina! Senza pensarci troppo, va a comprare dell'altro cioccolato, trovando questa volta il biglietto!

      Il giorno stabilito, Charlie entrerà nella Fabbrica con gli altri ragazzini, accompagnato da Nonno Joe, ma non immagina neppure lontanamente le meraviglie che vedrà all'interno, né quale sarà il premio finale per il bambino vincitore, premio che supererà ogni sua più rosea aspettativa.

      Tra Caramelle a cubetto che si girano e Umpa-Lumpa, tra cascate di cioccolato ed erba commestibile, e successivamente dallo spazio siderale agli infernali mondi sotterranei, Dahl ci regala la straordinaria avventura di Charlie Bucket e dell'esilarante ma geniale Willy Wonka.

     


     

      Divertenti, geniali, educativi. C'è di tutto, in questi due romanzi di Roald Dahl, ma soprattutto ci sono la fantasia, la satira, la dura realtà.

      I bambini moderni, ci illustra Dahl, sono in maggioranza votati a valori errati: il morboso attaccamento al cibo, la pessima abitudine di masticare gomme sempre, ovunque e comunque, la continua condiscendenza dei genitori e infine l'assuefazione alla TV e ai videogiochi, che li espongono a canoni di violenza e freddezza inauditi. L'esempio lampante del contrario è proprio il piccolo Charlie, che non può, per forza di cose, possedere alcuna di queste discutibili qualità. Dunque nel primo volume i protagonisti sono i bambini.

      Ne Il grande ascensore di cristallo, invece, i protagonisti sono gli adulti. Il lettore viene a contatto diretto con una sarcastica imitazione dei vizi tipici dell'età adulta, ad esempio il rifiuto d'affrontare la realtà e il comportarsi come bambini anche da grandi, come dimostra la figura del Presidente, totalmente dipendente dalla sua Tata (nominata Vicepresidente!). Oppure, cosa che nel libro precedente non poteva essere notata, è il fatto che gli altri tre nonni di Charlie sono effettivamente in grado di alzarsi e fare del movimento, ma restano sotto le coperte – ormai da venti anni – esclusivamente a causa della loro testardaggine. A dimostrarlo è il signor Wonka, che propone loro delle pillole per ringiovanire, sulle quali i tre si gettano come bestie selvagge. Nonostante gli avvertimenti, Nonna Georgina ne ingoia molte più del dovuto, e ringiovanisce sempre più, inesorabilmente, fino a sparire del tutto. Per ritrovarla, è necessario inoltrarsi nei misteriosi e terribili regni dell'Aldilà (Charlie ha l'impressione che si tratti di uno strano ma ugualmente terrorizzante inferno senza fuoco), rischiando di finire tra le fauci dei letali guardiani. La metafora del sacrificio in nome dell'amore è evidente, eppure Dahl è riuscito a creare delle situazioni, dei mondi che nessuno ha mai visitato. Mondi di una tale, complessa semplicità da risultare al contempo banali e inconcepibili.

      Due capisaldi del fantasy e della fantascienza di ogni tempo, ormai divenuti leggenda assieme al loro autore.

      Buona lettura.

     

    9/7/2008

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    L'odore del tuo respiro

    (Melissa P., 2005)

     

     

      Melissa è l'autrice di un fortunato romanzo. È celebre, bellissima, ammirata, persino invidiata.

      Ma la sua non è una vita felice. O forse lo è troppo; non riesce ad acquietare i fantasmi del suo passato, che la circondano e le sussurrano parole spaventose, le parlano di morte. Il suo fidanzato, Thomas, cerca di starle accanto, ma neanche lui è in grado di aiutarla. Così Melissa decide di dare sfogo alla sua rabbia, alla sua felicità estrema e dannata, nell'unico modo che conosce: scrivendo. Il risultato è una lunga lettera indirizzata direttamente alla propria madre, in cui parla del suo dolore, ma soprattutto della sua storia d'amore, che con il passare del tempo è diventata vuota, priva di dolci significati. Melissa sospetta che Thomas ami un'altra ragazza, Viola. Se ne convince, la incontra, la odia, vorrebbe ucciderla. La associa alle storie che sua madre le raccontava quando era una bambina, in cui le libellule sono creature diaboliche, ladre. Melissa decide di liberarsi di quella libellula che le sta portando via il suo amore, e le invia una lettera minatoria. Ma quando Thomas viene a saperlo, la situazione precipita, e Melissa comprende che per salvare se stessa e il proprio cuore non resta che un'unica cosa da fare…

     


     

      Lirico.

      E bellissimo, e crudele.

      Melissa Panarello ha superato il suo precedente romanzo, scrivendo il racconto dettagliato di questa storia d'amore che la vede protagonista.

      Non ci sono errori, non ci sono imprecisioni, non c'è nulla da rimproverare all'autrice o all'editore. È breve, ma è ugualmente un romanzo magnifico. Mentre si legge, ogni cosa che si ha intorno scompare del tutto, inevitabilmente, invariabilmente. Le parole rapiscono come volatili rapaci, non esiste altro all'infuori di Melissa, della sua felicità, della sua sofferenza, della sua profonda narrazione.

      Arrivato al termine della lettura, non ho saputo dire chi dei due aveva effettivamente torto, se Thomas o Melissa. Forse nessuno, forse non c'è stata chiarezza tra loro, né sincerità, ma se ci sia stato amore oppure no, per me resta davvero un particolare oscuro.

      La lettera si alterna a racconti dell'infanzia della protagonista, densi di avvenimenti significativi, di eventi strani e straordinari che l'hanno portata a diventare quella che è. Ma chi è, in fondo, Melissa? Scrivendo alla madre, si autodefinisce "molto disturbata", addirittura pazza, amante del dolore tanto da arrivare al punto di infliggerselo da sola. Probabilmente è proprio questa, la verità, ognuno si procura il bene e il male, cercando un equilibrio che lo sostenga nella vita.

      Presumo sia questo il reale significato della libellula: una via di scampo, un alibi che ci diamo per non incolpare noi stessi o la persona amata delle rispettive mancanze. Non voglio essere tanto arrogante da affermare di aver colto appieno questo significato o che esso sia quello che ho scritto, forse non ci sono neanche andato vicino. Dopotutto, quelli descritti sono i sentimenti di un'altra persona, e magari neanche affrontando gli stessi problemi riuscirei a capirli del tutto.

      Ho trovato stupendo il piccolo racconto iniziale, che riassume tutto lo spirito del romanzo, intriso allo stesso modo di dolcezza e di brutale crudeltà.

      Consigliato.

      Buona lettura.

     

     

      Per leggere la recensione di 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire, della stessa autrice, fai click qui.

      Per visitare il blog dell'autrice di questo libro, fai click qui.

     

    9/5/2008

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    Congo

    (Michael Crichton, Congo, 1981)

     

     

      L'ERTS, Earth Resources Technology Services di Houston, è a capo di spedizioni in tutto il mondo. Il suo obiettivo è raccogliere quanti più dati possibili sulla geografia, la geologia, la storia, la politica e l'economia di ogni Paese cui rivolge la propria attenzione, al fine di ottenere la supremazia per lo sfruttamento di ogni risorsa tecnologica e mineraria di cui ha bisogno. La corsa degli ultimi anni per la conquista di una sempre maggiore evoluzione nel campo dei computer, spinge l'ERTS a concorrere alla ricerca dei cosiddetti diamanti blu, vale a dire diamanti Tipo IIB, non puri e rivestiti di boro, indispensabili per la realizzazione di sofisticati computer ottici.

      Accidentalmente, le frontiere dello Zaire, luogo in cui è possibile reperire i diamanti, sono chiuse a causa di guerre intestine tra l'esercito regolare e gli indigeni cannibali dell'interno, dunque agli esperti dell'ERTS occorre una copertura, e la trovano nel dottor Peter Elliot, esperto primatologo.

      Il dottor Elliot è l'unico al mondo che si sia rivelato in grado di insegnare a un gorilla il linguaggio umano. Amy, questo il nome del gorilla, non ha però sviluppato l'apparato vocale adatto allo scopo (come tutti i suoi simili), dunque Elliot le ha insegnato l'Ameslan, il linguaggio utilizzato dalle persone non udenti, con il quale Amy è perfettamente in grado di esprimersi. Elliot non si è mai lasciato andare al successo o alla glorificazione personale, ma ha sempre e solo cercato di ottenere fondi per continuare le sue ricerche; ciò che più lo turba sono i disegni di Amy, sempre incentrati sullo stesso tema, delle rovine nel folto della giungla. Ma Amy è originaria della foresta pluviale dello Zaire, e lì non dovrebbe esserci nessuna città. Desideroso di scoprire ciò che tormenta Amy, Elliot vorrebbe partire, e per una strana combinazione del destino, riceve una telefonata dalla dottoressa Karen Ross, dell'ERTS, che lo invita con sé alla volta di un viaggio in Zaire, poiché si dice interessata ad Amy.

      Così, procuratosi un valido motivo – la ricerca – per oltrepassare il confine, l'ERTS invia una seconda spedizione nella foresta pluviale, tenendo accuratamente nascoste le sorti della prima, i cui membri sono stati uccisi. E quando giungeranno a destinazione, scopriranno che le rovine della Città perduta di Zinj sono protette da guerrieri spietati, il cui unico scopo è eliminare chiunque si avvicini.

     


     

      Un romanzo discreto. Rispetto a quanto generalmente avviene nei romanzi fantascientifici, Crichton spiega al lettore di cosa sta parlando. Ogni dispositivo, ogni oggetto, ogni acronimo viene spiegato (forse dilungandosi anche oltre il necessario). La trama ruota attorno alla leggenda di Zinj, probabilmente eretta da Re Salomone tra il 970 e il 930 a.C. nell'ex Congo. Fu costruita attorno a una miniera di diamanti, in modo che il re potesse essere l'unico a sfruttarne l'estrazione.

      La traduzione non è delle migliori. Frasi come "Stasera non avrebbero dovuto temere nulla", anziché 'quella sera', e "cinque ore dopo", anziché 'più tardi', non funzionano.

      Neanche il punto di vista dell'ERTS è da oscar. Non coinvolge neanche un po', al lettore non importa nulla che vadano alla ricerca di diamanti. Si percepisce che si tratta di una trovata per poter dare ai protagonisti un sacco di armi con le quali difendersi. Il punto di vista di Elliot, invece, è fantastico; i suoi studi sui primati, il suo comportamento, il suo interagire con Amy tramite il linguaggio dei segni ne fanno davvero un personaggio sorprendente. Anche se, a dirla tutta, la vera protagonista è stata proprio Amy. Dispettosa, consumatrice di alcol e sigarette, profittatrice, ma anche scaltra, affettuosa, sensibile come e forse più di una donna. Il comandante Munro, che guida la compagnia attraverso la giungla, rifiuta di interagire con lei come se avesse di fronte una comune scimmia, e la tratta esattamente come farebbe con una donna, con l'ovvia differenza di non riuscire a comprendere l'Ameslan.

      La leggenda presenta i difensori di Zinj come creature intelligenti al pari degli esseri umani. Crichton, a sua volta, li descrive nella medesima maniera, ma li fa comportare come semi-idioti. Tutto ciò che fanno è brutale, e un tronco gettato tra due rive per attraversare un fiumiciattolo non basta a definirli 'intelligenti'. L'idea delle spatole, poi, è ridicola. Se uccidessero a mano, col buon vecchio metodo, sarebbe tutto molto più credibile.

      La conclusione del romanzo ripaga il lettore delle piccole inesattezze incontrate nel corso della lettura. Una fine magnifica; la descrizione della tempesta magnetica è straordinaria, da tempo non leggevo di una fuga tanto rischiosa, di un'atmosfera così apocalittica e claustrofobica.

      Dal punto di vista strettamente personale, ho trovato il personaggio di Karen Ross poco sopportabile. Donna decisa, pronta all'azione, abile nell'uso della tecnologia, ma per il resto non mi ha trasmesso un briciolo di umanità, sembra rappresentare solo un rischio in più per la spedizione e per la sicurezza di tutti.

      Comunque un buon romanzo, da cui è stato tratto l'omonimo film.

      Buona lettura.

     

     

      Per leggere la recensione del film tratto da questo romanzo, fai click qui.

     

    9/3/2008

    Editto reale numero LXXXVIII – Mai zitti?

     
      Come potete leggere qui e qui, la Chiesa ha deciso di continuare a occuparsi di medicina. Dopo aver messo bocca nel discorso a proposito dei preservativi (e faccio notare che essere contro i preservativi significa essere a favore dell'AIDS), da ieri ha detto la sua anche su trapianti e morte cerebrale.
      Dico la mia sull'argomento. Se qualcuno si trova in stato di coma, non è morto. C'è gente che si sveglia dopo trent'anni, quindi c'è possibilità di risveglio per tutti, non se ne può decretare la morte. Al contrario, se i medici decretano la morte cerebrale, non c'è nulla da fare: nessuno può riaversi dalla morte cerebrale. Le macchine possono mantenere in vita un corpo a oltranza, ma se il cervello è spento allora quello non è più un essere vivente, ma il mero simulacro dell'umano che è stato.
      Un trapianto, invece, può salvare una vita (o più d'una). Se in Vaticano dicono che i trapianti sono obsoleti e la morte giusta, allora ne deduco che in Vaticano hanno il fetish per la morte.
      Non voglio parlare di nuovo male delle istituzioni ecclesiastiche, però mi pongo una domanda: perché si intromettono in branche della cultura di cui non sanno nulla? Cosa capisce un prete/vescovo/altro di medicina? Dovrebbero star zitti, ma non lo fanno. La Chiesa si è sempre comportata come una suocera pettegola e continua a farlo. Spero che presto arrivi una nuora abbastanza arrabbiata da spararle in fronte.