Marco's profile• LA CITTÀ DEL RE (terre...PhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    3/24/2009

    Editto reale numero CXI – Nuclei 'omogenitoriali'

     
      Sottopongo alla vostra attenzione questo interessante articolo apparso recentemente sulle pagine di Repubblica.
     
     
      Fonte: Repubblica.it
     
     
    Hanno due mamme o due papà
    I figli di una sola metà del cielo
     
     
      HANNO due mamme. O due papà. A volte tre genitori. Sono centomila in Italia secondo le ultime stime, ma forse molti di più. I più grandi sfiorano l'adolescenza, i più piccoli, concepiti all'estero nei centri di fecondazione assistita, hanno pochi anni, alcuni pochi mesi. Figli e figlie di genitori gay. Di una sola metà del cielo. Bimbi sereni dicono gli psicologi, gli insegnanti, i pediatri che li analizzano e li "monitorano" fin dalla culla negli Stati Uniti, in Francia, in Germania, in Inghilterra, e adesso anche in Italia. Nati da relazioni eterosessuali o nella coppia omosessuale stessa, tra due donne o due uomini, complice la Scienza e le più ardite tecniche di procreazione artificiale: sono l'ultima frontiera della famiglia, la più inedita, la meno riconosciuta, la più controversa.

      Si chiamano nuclei "omogenitoriali", adattamento dal francese homoparentalité, per l'anagrafe italiana non esistono, la legge li ignora, la Chiesa li condanna, le istituzioni li osteggiano. Invece sono sempre di più, nel nostro paese il 17,7% degli omosessuali e il 20,5% delle lesbiche con più di 40 anni ha uno o più figli, e il 49% delle coppie omosessuali dichiara di voler diventare genitore, un vero e proprio gayby boom, come lo hanno definito i sociologi americani, un boom di bambini nati dalle unioni gay. Scrive Giulia Porretti, maestra di Pordenone: "Martina nei suoi disegni rappresenta mamma Alessia e mamma Franca, più il gatto di casa. Non è stato facile, all'inizio, comprendere. Poi ci siamo abituate. Martina ci guarda con occhi sereni ed è la più brava della classe".

      Cronache da un mondo sommerso che inizia a chiedere rispetto, diritti, visibilità. In Francia, pochi giorni fa, il Governo di Nicolas Sarkozy ha presentato un disegno di legge che legittima, in modo esplicito, "i nuclei composti tra due adulti dello stesso sesso tra le nuove configurazioni familiari". In Italia le famiglie omosessuali si sono consorziate in "Famiglie arcobaleno", una proposta di legge del Pd chiede i loro bimbi vengano tutelati, ma restano nuclei fantasma. Intanto i figli nascono, crescono, vanno a scuola, fanno la vita dei loro coetanei... E ieri giorno del papà, hanno festeggiato a Genova la "festa delle famiglie". Anche quelle in cui si cresce con due genitori dello stesso sesso.
     
      Nella stanza di Arianna, 6 anni, figlia di Federica che vive con Cecilia, sua nuova compagna, Cenerentola e il principe volteggiano abbracciati sul muro, mentre Minni e Topolino si guardano complici. Siamo a Roma, nella periferia che si estende verso la Via del Mare, tra case nuove e scheletri di palazzi. Federica Bruni, 34 anni, infermiera, descrive la faticosa scoperta e poi la conquista di un amore gay, dopo una vita eterosessuale, un matrimonio, la separazione, la messa al bando dalla famiglia e le minacce dell'ex marito. "Arianna sa che per me Cecilia è un affetto grande, adesso dice che ha due mamme, ci vede dividere il letto matrimoniale come prima lo dividevo con suo padre. Certo per lei l'amore resta quello tra un uomo e una donna, mi sembra naturale che sia così... Sa anche che presto arriverà un altro bambino, Cecilia ed io andremo a Copenaghen e Cecilia farà l'inseminazione artificiale con il seme di un donatore: saremo una famiglia a tutti gli effetti, anche se per la legge italiana il nostro bambino sarà soltanto figlio di Cecilia, lo Stato riconosce unicamente il padre o la madre "biologici". Io semplicemente non esisto".

      Federica tocca il cuore del problema, quello che ha portato Giuseppina La Delfa, docente di francese, trapiantata in Italia da 19 anni in un minuscolo paesino vicino ad Avellino e mamma di una bambina di 5 anni, a fondare insieme ad altri genitori le "Famiglie Arcobaleno". "Siamo migliaia ma c'è ancora una gran paura a mostrarsi, a dichiararsi. In "Famiglie Arcobaleno" siamo circa 500 tra adulti e bambini, quasi tutti i nostri figli sono nati "nella coppia", con la fecondazione assistita per le donne, attraverso il seme di un donatore o di un amico, e con le "maternità surrogate" per i maschi. La mia compagna Raphaella ed io siamo andate in Belgio, nel centro "Azvub", volevamo che fosse lei a portare avanti la gravidanza, ma c'erano dei problemi e così è toccato a me... La cosa assurda però è che la mia compagna per la legge italiana non può prendersi cura di nostra figlia, se io morissi la bambina resterebbe sola pur avendo un altro genitore...". È particolare la storia di Giuseppina, che oggi ha 46 anni, è nata in Francia da genitori emigrati dalla Sicilia, ed è poi tornata a vivere in un minuscolo borgo campano, senza fare mistero della propria omosessualità. Anzi, dando il via ad una vera campagna di outing durante la gravidanza. "Volevo che la gente del paese fosse preparata all'evento, all'arrivo di una bambina figlia di due lesbiche, e l'accoglienza è stata superiore alle aspettative, L. è piena di amici, allegra solare... No, non mi sento egoista ad averla privata del padre: io le ho dato la vita, cosa può esserci di più bello?".

      Una famiglia come le altre, si potrebbe obiettare, con un padre e una madre, ed è questa infatti la tesi di chi ritiene che le famiglie gay siano dannose per lo sviluppo di un bambino. Ma è proprio un esperto di infanzia e adolescenza, Gustavo Pietropolli Charmet, a chiarire perché invece si può crescere bene anche in un contesto così atipico. "Oggi è in corso una modificazione cruciale sia della maternità che della paternità: si va sempre di più verso situazioni in cui i genitori si occupano a staffetta dei figli o verso famiglie monogenitoriali. Questo vuol dire - spiega Charmet - che di volta in volta il padre e la madre incarnano entrambi i ruoli, sono cioè le due figure insieme, i maschi si "maternalizzano" e le donne acquistano autorità. Ed è ciò che accade nelle coppie omosessuali: se un figlio viene allevato da due padri è inevitabile che questi sviluppino anche una parte materna, e così accade nel caso di famiglia con due madri. E i bambini cresciuti in questi contesti non manifestano alcun problema diverso dai loro coetanei". Aggiunge Margherita Bottino, sociologa, autrice di diversi saggi sulla "omogenitorialità", tra cui il libro "La gaia famiglia": "Quando una coppia gay decide di fare un figlio, i due padri o le due madri preparano il terreno e invece di nascondersi cercano la massima visibilità. E la società di solito è più pronta di quanto si creda. Il vero problema è la non esistenza giuridica di queste famiglie. I pediatri americani hanno dimostrato che nelle realtà dove il loro status è riconosciuto i bambini sono più sereni...".

      Ed è infatti un percorso di assoluta trasparenza quello intrapreso da Tommaso e Gianfranco, insegnanti romani quarantenni, oggi padri di una piccola di tre anni e di un bimbo di 6 mesi, nati in California attraverso due "maternità" surrogate. Una sorta di "acrobazia" procreativa, ma i due neo-padri, impegnati in un full time di biberon e pannolini, affermano di cavarsela benissimo. "Prima di lanciarci in questa avventura - spiega Tommaso - abbiamo cercato di capire effettivamente come vivono i bambini nati da coppie gay. Ci siamo interrogati sull'eventualità che ai nostri figli potesse mancare una figura femminile, ma ci sono due nonne, diverse zie, e abbiamo deciso mantenere un rapporto anche con la mamma portatrice". "Nostra figlia va al nido pubblico - continua Gianfranco -all'inizio le maestre erano sconvolte, smarrite, poi hanno iniziato a fidarsi, hanno addirittura inventato una favola in cui ci sono le zebre con due mamme, e i cuccioli di leone con due papà... Le difficoltà arriveranno, perché la campagna contro l'omogenitorialità è forte, ma adesso siamo una famiglia, ed è questo che conta".
     
    Maria Novella De Luca
     
    3/19/2009

    Editto reale numero CX – Ottantadue

     
      Credo che questa l'abbiate sentita tutti. Joseph è in Africa a fare non si sa bene cosa. Forse conversioni low-cost, o perché lì l'aria è abbastanza buona da consentire al suo corpo di non decomporsi oltre.
      Sta di fatto che, mentre si trovava ancora sull'aereo, ha ricominciato a parlare di medicina. Io non lo so, ogni tanto si arroga il diritto di parlare di cose che gli sembrano alla sua portata. In breve, il discorso verteva sull'AIDS. Sapete tutti di che si tratta, sì? È una malattia che può essere trasmessa esclusivamente in quattro modi:
    1. sessualmente;
    2. entrando in contatto con sangue infetto;
    3. geneticamente;
    4. attraverso punture di zanzara (il che rimanda al punto 2).
      Be', dicevo, Joseph ha sparato la sua: "L'uso dei preservativi non è il modo giusto per combattere questa malattia. È sufficiente inondare l'Africa di preservativi per risolvere il problema dell'AIDS?"
      Rispondere alla domanda è semplice: forse. Ormai è diffuso, ed è difficilissimo guarire, ma se chi ce l'ha fa sesso protetto, allora sì, è sufficiente per poter sperare che in futuro il problema vada scemando.
      La prima frase è semplicemente demenziale.
      Cosa, cosa, cosa vorrebbe dire un'esternazione di tali, bibliche, colossali dimensioni? Che vorrebbe fare? Sterminare le zanzare con una maledizione cristiana durante il prossimo Angelus? Eliminare le mamme dalla faccia della Terra? Sostituire i nostri fluidi corporei con acqua santa?
      Questo vecchio idiota continua a non pensare prima di aprire la ciabatta, le sinapsi che si occupano della parola abitano nelle mutande. Non ha neanche messo piede in Africa, non aveva ancora visto gli effetti devastanti che l'AIDS ha in quel continente, e ha parlato.
      Polemiche, polemiche, polemiche. Inutile dire che è stato attaccato da un congruo numero di nazioni, perché ritiri o rettifichi quel che ha detto.
      L'Osservatore Romano (nome che fa venire in mente una specie di maniaco guardone) è il periodico ufficiale della Città del Vaticano, ed è intervenuto, sostenendo naturalmente che le parole di Jojò sono state fraintese. Punto. Null'altro. Fraintese.
      In che modo? Mistero.
      Però hanno ribadito che un condom non sia cosa ben vista dal loro gruppetto di religiosi bigotti. Normale. Allora io, da oggi, smetterò di usarne, così vedo (ma per gioco, eh!) se becco l'AIDS. Se sì, voglio vedere cosa mi dicono.
      Quest'uomo... No. No. Non credo che a questo punto costui, quest'infimo individuo, meriti la nomea di essere umano. E con lui tutti i suoi accoliti in toga e scarpette firmate. Lui, dicevo, continua a non rendersi conto che milioni di persone lo prendono alla lettera, o che la sua sia politica. Non può permettersi di non pensare prima di ciarlare. Se blatera cavolate, la gente lo viene a sapere. Dentro l'aereo, è evidente, c'era qualcuno che non la pensava come lui, e dubito che a bordo ci fosse qualcuno non cristiano. Dunque perfino i suoi seguaci si distaccano dal suo basso pensiero e gli fanno la spia, per così dire.
      Ci tengo a precisare che io non sono contro la religione. Certo, non credo in nessuna di quelle esistenti, ma questo non vuol dire che un fedele buddista, cristiano o musulmano sia un idiota. Tutt'altro. Ognuno può credere a quel che vuole, ci mancherebbe. Tuttavia, mi rifaccio alle parole di una mia amica credente, la quale mi disse: "Io credo in Dio, ma non riconosco l'autorità del papa o chi per lui." Questa ragazza è intelligente. Lei crede, va a messa, prega, magari fa anche i suoi sacrifici della domenica e offre agnelli su un altare (o qualunque altra cosa facciano i fedeli più convinti), e tuttavia lei pensa per sé. Non permette a chicchessia di controllare il suo pensiero, le sue idee; dopo di lei, ho sentito le medesime parole uscire dalle bocche di moltissimi altri. Un fedele è libero di leggere da solo il libro sacro – fidatevi, non ci vuole una laurea o una specifica licenza scolastica, basta saper leggere –, non gli occorre sentire un tale in tunica che gliela legge di domenica. Un fedele è libero di fare l'amore con il proprio partner utilizzando il preservativo. Un fedele è libero di essere libero.
      Quel che (forse) fin troppo spesso ho ripetuto in questa sede, vale a dire "non fatevi manipolare dal papa", si riferisce esattamente a questo. Pensate soltanto al papa precedente. Il buon vecchio Karol, probabilmente, la pensava come Joseph. Sì, è possibile che anche lui credesse nell'inutilità dei preservativi, o che i gay siano contro natura, eccetera, ma tra i due corre un abisso di proporzioni inimmaginabili, per il semplice fatto che Karol era umile. Era perfettamente conscio di non saperne abbastanza. Mi correggo, perché rispettavo quell'uomo e ricordo la sua intelligenza e la sua umanità, quindi credo che, proprio in virtù del fatto che si fosse documentato, lui non ha mai parlato di queste cose.
      Karol stava zitto.
      Questo nuovo è diverso! Lui dice, lui parla. Ma lui, per fortuna, non fa. C'è chi dice che viviamo in un Paese teocratico. Non è vero. Se così fosse, Joseph avrebbe il potere di agire materialmente. A quest'ora vedremmo delle lezioni anti-gay o anti-musulmani, nelle chiese. Non siamo ancora arrivati a una tale aberrazione, anche se sono continue le segnalazioni di catechisti che raccomandano ai giovani virgulti di stare alla larga da determinate persone.
      Sicché, mi trovo nella condizione di ripeterlo, perché mi accorgo che troppa gente annuisce in silenzio, senza essere convinta nel profondo: non vi fate comandare. Sì, d'accordo, quello di mestiere fa il papa, ma ricordate sempre attentamente che quello là (e basta una ricerca di immagini su Google) era fascista, contro gli ebrei e pro-razza ariana. Ricordate attentamente, soprattutto, che quello è un rincoglionito di ottantadue anni!
      Mi appello a chi ha la fortuna di avere uno o più nonni. Li vedete, a tavola? Fate caso quando, chiamati, alzano la testa rugosa con gli occhi semichiusi per dire: «Chi è? Chi è, chi me chiama?»
      «Lo vuoi, il vino?»
      «Come no? Dino! Il fratello della cognata della cugina di Asdrubale. Taaantu caro! Quiju s'è maritatu a 'na forestièra, sa'?»
      Bene, piantatela di ridere, perché Joseph non è diverso per una ceppa. Anzi, sì. Il diavolo veste Prada. I nonni, invece, se ne fregano dei vestiti, purché stiano al caldo. E in questo, dimostrano maggiore intelligenza.
      Pensate ora al Dalai Lama. Veste quel panno rosso dal 1950, e magari non lo lava neanche. Eppure lui è saggio, lui è quasi profetico, è mistico e non ha bisogno di nulla.
      Paragonatelo a Joseph e sappiatemi dire.
     
      Aggiornamento: in data 23 marzo, la C.E.I. (Conferenza Episcopale Italiana), attraverso il suo portavoce, vale a dire quel Rin Tin Tin del cardinale Angelo Bagnasco, ha dichiarato che le accuse mosse nei confronti di Joseph sono "grottesche".
      La mia risposta è: in parte. È triste e grottesco doversela prendere con un vecchietto incapace di pensiero logico, ma tant'è, l'avete eletto voi. Grottesco, naturalmente, non significa assolutamente insensato.
      Come sopra riportato, molti rappresentanti degli stati europei (per non parlare di Amnesty International) si sono detti contrari alle parole del papa, ribadendo che i preservativi sono di fondamentale importanza per la lotta alle malattie veneree. Non dimentichiamo, però, di essere in Italia, Paese che vanta un altro famoso rincoglionito, e cioè l'unico rappresentante che si è espresso in modo differente: Silvio.
      "Sulla prevenzione dell'AIDS il papa è coerente con il suo ruolo."
     
    3/13/2009

    .

     
     
     

    'Troll Trilogy'

    (Katherine Langrish, 'Troll Trilogy':

    1. Troll Fell, 2004;

    2. Troll Mill, 2005;

    3. Troll Blood, 2007)

     

     

      Katherine Langrish. Un nome che non comunica assolutamente nulla. Non è famosa, non ha ricevuto grandi riconoscimenti, non ha scritto l'opera portante del secolo. La domanda è: perché leggerla? Un po' a malincuore, le risposte sono alquanto incerte, e variano da "male non fa" a "in quel momento non avevo di meglio" fino a "mi piace il fantasy e questo è fantasy".
      La verità è questa. Non li avevo mai sentiti nominare prima, né lei né i suoi romanzi, tuttavia la parola "Troll" in copertina ha catturato la mia attenzione, complice il fatto che, per un motivo o per l'altro, i singoli volumi mi sono stati regalati. In fondo le trilogie monotematiche non sono certo una novità, nel vasto campo della letteratura fantastica; basti pensare alla trilogia Orchi, di Stan Nicholls, alla trilogia Goblin, di Karl-Heinz Witzko, alla 'trilogia di Mirta-Luna', di Chiara Palazzolo (incentrata sui sopramorti). Inoltre, i troll sono forse le creature mitologiche meno conosciute in questo Paese (di elfi, vampiri e fantasmi ne abbiamo perfino le tasche piene), fattore che influisce non poco sulla curiosità del lettore.
      I troll sono esseri del folklore norreno, assieme ai già citati elfi, a dèi più o meno potenti, guerrieri valorosi, aldilà e via dicendo. La tradizione, prettamente orale, ce li presenta come abitatori dei boschi, sgradevoli alla vista e dotati di una coda dal folto pelo. Le loro caratteristiche fisiche non vengono mai descritte con precisione, salvo qualche vago accenno: quattro dita per ogni estremità, corporatura tozza, nasi lunghi... il che non li renderebbe diversi da un qualsiasi reduce di guerra.
      Alcuni possono essere buoni o malvagi, grandi come un essere umano o come un gigante, prediligono il rapimento di bambini, e in questo caso mostrano una divertente abitudine. Dopo il rapimento, infatti, sono soliti controbilanciare adeguatamente il misfatto, sostituendo il neonato con un altro o addirittura con un cucciolo della loro specie. Sono sensibili alla luce diurna, che li muterebbe in pietre, perciò agiscono solo durante la notte oppure protetti dal folto delle foreste; possono essere dotati di più teste; vivono organizzati in comunità, all'interno di caverne naturali.
      Curiosamente, i troll sono presenti anche nella tradizione anglosassone, grazie alla prolungata presenza vichinga nelle isole Orkney e Shetlands, ma il loro nome varia in trow, ugualmente notturni, ma invisibili e di bassa statura.
      Proprio grazie a queste descrizioni molto sommarie, Katherine Langrish ha creato i suoi personali troll, attribuendo loro ogni sorta di connotazione fisica riscontrabile in natura, e questo a volte li rende decisamente ridicoli. Molti possiedono un becco, una coda 'staccabile' come quella delle lucertole ed emettono versi profondi e lugubri che fanno pensare più a dei piccioni, che a creature malvagie.
     
      Volume 1, La Rupe dei Troll.
      L'azione si svolge nella terra dei vichinghi. Peer è un ragazzino rimasto orfano. Dopo la morte del padre, viene prelevato con la forza dai suoi perfidi zii, Baldur e Grimm Grimmson, e costretto a lasciare la sua casa per trasferirsi nel mulino del villaggio di Trollsville, che sorge a ridosso della Rupe dei Troll. Presto Peer impara a convivere con creature del tutto fuori dal comune, come il Nis (un Poltergeist domestico), i lordoli, e infine i malvagi Troll. Ma conosce anche Hilde, una coraggiosa ragazzina che abita sulle pendici della Rupe. Insieme, i due scopriranno che gli zii di Peer hanno strani e inquietanti legami con i troll...
      Infantile. È la sola parola in grado di descrivere al meglio questo primo volume. Trama banale, personaggi abbastanza idioti, i cattivi di turno sono ottusi all'inverosimile. I lordoli, abitanti della latrina dei Grimmsson, sono la cosa peggiore. I troll non sono abbastanza cattivi: quando arrivano a rapire i protagonisti, è per spedirli a sgobbare per loro nelle cucine. La principessa troll, con quella sua coda che gli cresce in mezzo alla fronte, è grottesca e ridicola.
     
      Volume 2, Il Mulino dei Troll.
      Peer è cresciuto. Non più oppresso dagli zii, ora è aiutante carpentiere a Trollsville. Non riesce a confidare il proprio amore alla bella Hilde, e soprattutto i troll non rappresentano più una minaccia per la sua felicità.
      Con simili presupposti, la narrazione non risente quasi per niente della presenza di quelli che dovrebbero essere la colonna portante del romanzo, vale a dire proprio i troll, che fungono da meri prestanome per il titolo. La storia si sposta infatti su un versante decisamente più intrigante. Bjørn, l'uomo che ora si occupa di Peer, subisce una tragedia. Sua moglie si getta in mare, affidando la bambina alle cure di uno stordito Peer, sostenendo di star tornando a casa. Ciò che viene in seguito alla luce riguarda un altro personaggio della mitologia norrena, vale a dire la donna-foca, figura che non diverge di molto da quella della più comune sirena. Il mito dice che se una donna-foca viene rapita, diverrà la moglie di colui che l'ha catturata, separandosi dalla propria pelliccia, che sarà tenuto al sicuro. Ed è ciò che è accaduto a Kersten, sposa di Bjørn. Un giorno, inavvertitamente, quest'ultimo lascia aperta la cassa contenente la pelliccia di Kersten, che se ne riappropria senza esitazioni. La bimba nata dal loro matrimonio è un ibrido tra le due specie, e per questo è soggetta a un numero di sciagure e disavventure che ha dell'incredibile. Il marito-foca di Kersten la vuole per sé, Bjørn la vuole per sé, i lordoli la vogliono, la perfida creatura acquatica che vive nei pressi del mulino la vuole, i protagonisti la vogliono... salvare. I troll appaiono per pochi capitoli, e il loro intervento è completamente futile. Tuttavia, in virtù di questa trama alternativa, il libro risulta godibile e piacevole. Spicca in particolar modo il personaggio di Gudrun, la madre di Hilde, che avrebbe certamente meritato un ruolo di maggior rilevanza.
     
      Volume 3, Il Sangue dei Troll.
      Dopo qualche anno, ritroviamo Peer a lavorare ufficialmente in qualità di carpentiere. Bjørn ha superato la sua perdita, la bambina cresce felice. Hilde è ancora l'amica di sempre, ma appare sempre meno distante. Peer si risolve a dirgli tutto, vorrebbe sposarla. Prima del fatidico momento, però, a Trollsville giunge una nave vichinga, in arrivo dalle terre al di là del mare. Tutti, al villaggio, hanno sentito parlare di quelle terre, perché Ralf, il padre di Hilde, era salpato alcuni anni prima sulla nave di Thorolf il Navigante, e al suo ritorno, avevo narrato di meravigliose terre ricoperte di boschi, autoctoni diffidenti ma non violenti, paesaggi incantevoli.
      La storia che viene raccontata da Gunnar, il capitano di questa nuova nave, è ben diversa. Imbarcatosi  anch'egli nel successivo viaggio di Thorolf, torna ora solo con la propria ciurma. La nave di Thorolf e i suoi occupanti non sono tornati a casa. Non vi più traccia neanche del piccolo Ottar, figlio di Thorolf. L'istinto di Peer gli dice di non fidarsi, ma sembra comunque che quegli individui non possano recare danno alla comunità. Almeno finché, inaspettatamente, Hilde inizia a mostrare interesse verso Harald, il baldo figlio di Gunnar, poeta e guerriero. Anche Astrid, moglie del capitano, sembra strana. Ella rivela a Hilde il proprio segreto: nelle sue vene scorre sangue di troll. Incantata dalla magica figura di Astrid e dai racconti di Harald, la ragazza matura l'idea di salpare con loro il giorno successivo. Peer, geloso di Harald e desideroso di non perdere Hilde, esprime la volontà di accompagnarla.
      Insieme, i due partiranno alla volta delle nuove terre, ma il viaggio sarà tutt'altro che piacevole, perché ben presto Gunnar e suo figlio dimostreranno di non essere semplicemente degli onesti commercianti...
      Qui la Langrish decolla e prende decisamente il volo. Si ha l'impressione che i due volumi precedenti siano stati scritti da un'altra persona. Spariscono i troll, per fortuna; l'ultimo residuo della loro presenza è Astrid, il personaggio migliore di questo libro. L'intreccio è rapinoso e scorrevole, la trama ben costruita. Il rapporto tra Peer e Hilde subisce un'evoluzione prevedibile eppure bellissima, ma si segue con ancor più attenzione il diverbio tra Gunnar e Astrid, fino alle sue estreme conseguenze. Gli ultimi capitoli sono di gran lunga i migliori, la storia diventa più oscura e inquietante, ogni personaggio 'cresce'. Il sogno di Peer sfiora il poetico, e gli Skraeling sono inevitabilmente circonfusi da un'aura di magia e saggezza.
     
     
      Non fosse per la presenza di Peer e Hilde e per i continui, seppur inutili, richiami ai precedenti volumi, direi senza ombra di dubbio che Il Sangue dei Troll può leggersi separatamente. L'intera trilogia, come già accennato, subisce delle deviazioni piuttosto infantili, anche se continuo a ritenere che non esista assolutamente un sottogenere letterario dedicato ai bambini. È affascinante immergersi nella cultura popolare nordica, ma questo, purtroppo, non è sufficiente a dare una valutazione elevata alla trama generale di questa trilogia. L'unico a salvarsi è proprio Il Sangue, sebbene anche Il Mulino sia un buon romanzo. La Rupe, mi dispiace dirlo, sfiora la banalità.
      La denominazione 'Troll Trilogy' è al di fuori del contesto commerciale. In libreria, con questo nome, non sapranno aiutarvi. Fu l'autrice, sul proprio sito Web, a chiamare in questo modo la sua opera.
      Recentemente, il primo volume è stato pubblicato in edizione economica a cura della BUR (Biblioteca Universale Rizzoli).
      Gira voce che ci potrà essere un quarto libro, ma sul sito di Katherine Langrish non c'è alcuna informazione a riguardo: lei stessa continua a scrivere la parola "trilogia". Ad ogni modo, ho provveduto a domandarlo direttamente a lei, ed ecco la sua risposta: "È vero, ho scritto un quarto libro, ma non è parte della stessa serie – non riguarda Peer e Hilde. Il titolo in inglese è Dark Angels."
      Buona lettura.
     

    3/5/2009

    .

     
     
     

    Il Vampiro

    (John William Polidori, The Vampyre, 1819)

     

    seguito da

     

    Un mistero della campagna romana

    (Anne Crawford, A Mystery of Campagna, 1887)

     

     

      Facente parte della diffusissima collana TEN (Tascabili Economici Newton), meglio conosciuta come '100-pagine-1000-lire', di cui tutti possediamo qualche decina di esemplari, questo volume non stupisce.

      Nelle mie intenzioni, si è trattata di una lettura che rientra in un progetto di ricerca sulle origini della letteratura sui vampiri. Dopo Carmilla, mi aspettavo di meglio, ma col senno di poi, era un'aspettativa delusa in partenza. Infatti, considerando la non-spettacolarità e la non-novità dell'opera di Le Fanu, chiunque si sarebbe aspettato che almeno Polidori si salvasse dallo sfacelo, stante il fatto che Il Vampiro è antecedente Carmilla e Dracula; di conseguenza, il lettore è portato a credere che il libro tocchi le vette del terrore, del gotico, dell'originalità. Sfortunatamente, però, dei primi due non c'è la benché minima traccia. L'originalità si salva, poiché John William Polidori fu effettivamente il primo autore ad attingere alla mitologia slava per costruire il suo personaggio, il tetro Lord Ruthven.

      Questi è il primo vampiro costruito secondo quelli che oggi sono i canoni dell'immaginario collettivo: alto, pallido, elegante, nobile, distaccato. La novità per l'epoca fu il fatto che egli caccia le proprie prede nell'alta società, e non più in lontani villaggi isolati, isole sperdute o castelli medioevali diroccati. Fin qui, tutto bene. Poi, una volta terminata l'introduzione recante la descrizione del personaggio, inizia la storia vera e propria.

      Che zoppica vistosamente.

      La narrazione, innanzitutto: fretta, velocità, che sfociano inevitabilmente nella sensazione che si stia leggendo un riassunto. Gli avvenimenti vengono presentati dal punto di vista di Aubrey, un giovane che nel corso del racconto scopre la vera natura di Ruthven e tenta di fermarlo. L'azione si sposta seguendo il viaggio di Aubrey in compagnia dell'oscuro nobiluomo dall'Inghilterra in Italia – ove i due si separano – e poi fino in Grecia. Aubrey nota come l'uomo avvicini sempre delle splendide ragazze per poi (non viene detto, ma il titolo lo rende chiaro come il sole) nutrirsene. In Grecia, Aubrey si invaghisce di Iante, una ragazza del posto, descritta come la più innocente e leggiadra delle creature. Costei, invero, sembra essere poco sana di mente. Durante le sue scampagnate assieme ad Aubrey, infatti, non fa altro che danzare, canticchiare e ridere, distraendo il poveretto, che cerca reperti archeologici, ma che non disdegna la bellissima. Fatto sta che lui si innamora perdutamente. Cosa mai potrà succedere, a questo punto? E qui tolgo di mezzo l'ironia perché, anche se ai nostri giorni è cosa estremamente scontata, per l'epoca ha rappresentato uno dei massimi livelli della letteratura horror.

      Lord Ruthven torna in scena, rapisce Iante e la uccide, destando sospetti (non supportati, per il momento, da alcuna prova) in Aubrey, che trova sul luogo dell'omicidio un pugnale. Solo successivamente scoprirà che quel pugnale è appartenuto a Lord Ruthven, ma troppo tardi, perché quest'ultimo viene ferito a morte da una pallottola, che gli concede solo pochi giorni di vita. Almeno in apparenza. E qui si fa viva la balordaggine inventiva di Polidori. Ruthven sa che ormai Aubrey conosce la sua vera natura, e che non ha prove per accusarlo della morte della bella Iante, quindi gli fa promettere di non parlare del suo vampirismo a chicchessia per almeno un anno e un giorno. Poi spira.

      Sconfortato, Aubrey scopre il fodero del pugnale tra gli oggetti del defunto, ma chi lo prenderebbe in considerazione, se accusasse un morto? Torna mestamente in Inghilterra, dove, non molto tempo dopo, si ripresenta la figura di Ruthven, il quale si spinge oltre ogni limite. Non solo tormenta il giovane con la sua stessa, infausta presenza, ma decide anche di prendere in moglie sua sorella. Aubrey è in trappola: la promessa (essendo il vampiro ancora in circolazione) è ancora valida. Cerca disperatamente di salvare la sorella, il cui nome non ci viene mai rivelato, ma nessuno lo aiuta, perché Aubrey non fornisce alcuna spiegazione per i propri timori. Sicché il matrimonio prende luogo proprio il giorno prima che scada il termine ultimo della promessa. A quel punto, per la sorella di Aubrey è troppo tardi, e Ruthven è sparito.

     

      Come già detto, tutto questo viene narrato in maniera estremamente veloce, senza che l'autore si dilunghi in grandi descrizioni o si soffermi in particolar modo su un singolo evento. Molto non riceve un'adeguata spiegazione; ad esempio, perché Ruthven segua insistentemente Aubrey, o a cosa esattamente sia servito il pugnale (non dovrebbe averne avuto bisogno se, a livello di logica, possiede una forza sovrumana). Se l'intento era quello di tagliare la gola alla vittima prima che gridasse, be', fatica sprecata: il ragazzo la trova proprio seguendo le sue urla disperate. Ad ogni modo, la sorpresa è grande, nel procedere della lettura: la vera perla contenuta nel volume non è Il Vampiro, bensì il secondo racconto.

     

      Non si conosce pressoché nulla di Anne Crawford, autrice inglese vissuta nel 1800, se non che abbia passato molto tempo in Italia, come ci racconta il curatore/traduttore, Erberto Petoia.

      Sebbene di età più tarda rispetto a Il Vampiro, Un mistero della campagna romana descrive alla perfezione un secolo di arte di speranze, obiettivo che Polidori non ha neanche sfiorato, se non parlandoci di come l'alta società, dietro il perbenismo, nasconda tremendi vizi quali il sesso e il gioco d'azzardo. Questo, ne sono certo, non costituiva novità neanche per l'epoca.

     

      L'azione si svolge a Roma. Il metodo narrativo è un diario, cosa che anticipa curiosamente lo stile del futuro capolavoro di Stoker, e i due protagonisti sono ambedue artisti.

      Detaille è tenore e pittore, Magnin è scrittore. La vittima è Marcello, compositore e amico dei protagonisti, che si isola in un'antica villa per concentrarsi nella produzione di spartiti. Detta villa è circondata dal verde, soprattutto viti, e viene perciò chiamata Vigna Marziali. Sul retro, in un boschetto, si trova un ingresso alle catacombe, non desuete in città come Roma. Tuttavia, dopo un breve soggiorno a Vigna Marziali, Marcello appare strano. Non esce più, rifiuta le visite degli amici e il suo aspetto fisico deperisce spaventosamente. Detaille va a trovare Marcello, pur sapendo che la sua non è più una visita gradita, e ne esce in preda al delirio, incapace di riferire cosa ha visto e assolutamente terrorizzato da ciò che, a suo dire, sta accadendo a Marcello. Magnin vuole risolvere il mistero, e si introduce nottetempo nella nuova abitazione dell'amico. Qui scopre Marcello avvinto in quel che appare come un appassionato abbraccio con una ragazza dai capelli rossi. I due spariscono insieme all'interno delle catacombe. Magnin torna subito da Detaille, deluso dall'aver scoperto che fosse una banale tresca amorosa ad aver tanto cambiato il comportamento di Marcello. Detaille, ripresosi, convince Magnin a tornare con lui nelle catacombe sotto Vigna Marziali, stavolta in pieno giorno. Lì scoprono Marcello morto, steso accanto a un sarcofago d'epoca romana. Il corpo presenta un foro in corrispondenza del cuore, e del sangue rappreso conferma i loro timori di un attacco da parte di un vampiro. I due leggono l'iscrizione sul sarcofago. Al suo interno, riposa Vespertilia (poi inspiegabilmente chiamata Vespertina nelle ultime pagine), la "bevitrice di sangue", cui il suo stesso uomo, Flavius, sfuggì fortunosamente. I due decidono di scoperchiare il sarcofago, al cui interno dorme una donna bellissima, dalla chioma rossa e molto pallida, ma indubbiamente viva, anche se addormentata. Prima che faccia nuovamente notte, i due le conficcano un paletto di legno nel cuore.

     

      Abbastanza semplice nella trama, tuttavia l'idea che l'antagonista sia una donna vampiro e che il momento culminante del racconto si svolga in un luogo carico di atmosfera come le catacombe, sono elementi che contribuiscono senz'altro alla buona riuscita dell'opera. Anche se, purtroppo, anche qui la storia non è perfetta. Non si capisce bene perché Detaille impazzisca così all'improvviso, anche perché in un primo tempo sembra del tutto sano. Non si spiega neanche perché Vespertilia pratichi un foro sul petto della vittima per succhiarne il sangue (una cannuccia vampiresca?).

     

      Quel che è certo, comunque, è che Polidori sia una grossa delusione. La Crawford, invece, sebbene non perfetta, si è rivelata è un'autentica sorpresa. Un peccato, davvero, che Un mistero della campagna romana sia la sua unica opera a essere stata tradotta in Italia.

      Buona lettura.