Marco's profile• LA CITTÀ DEL RE (terre...PhotosBlogListsMore Tools Help

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    10/7/2009

    Editto reale numero CXX – 6

     
      Mi piacerebbe dire 'Sì, ma guarda, tutto bene, tutto tranquillo e tutto a posto! Stiamo alla grande, siamo tornati a casa e siamo felici come alla mattina di Natale'.
      Col cavolo, gente. Qua è cambiato ben poco. Ben poco.
      Sei fottuti mesi fa. Sei cazzo di mesi che abito in una tenda, con quel coglione di Silvio che ci dice di far finta di essere in campeggio. Finora non ho detto nulla. Finora sono stato zitto e buono, ho tessuto lodi di qua e complimenti di là, ho crocifisso gente e condannato ideali. Ho sorriso quando avrei voluto urlare. Ho alzato le spalle quando avrei voluto scappare come un disperato. E solo poche persone sanno cosa è stato quella notte. Cosa è successo e come è stato vissuto. Sì, indubbiamente a molta gente è andata peggio. Sono morte 308 persone. Morte. Non ferite, non contuse, non svenute. Morte, crepate, spente, dipartite, via, puff. Crack. Non puff, crack. Bum. Crash. Mi dispiace, mi dispiace sentitamente. Essere vivi non significa però che sia una pacchia, perché non la è. Quindi, ecco qua. Questo è quello che è successo al sottoscritto. E siccome oggi mi sento particolarmente cafone, ci metto un sacco di brutte parole.
     
      Le scosse, come si sa, iniziarono a dicembre. Dicembre. Del 2008. Ma erano piccole. Ci spaventarono, certo, chi cavolo l'aveva mai sentito un terremoto? Che cazzo era un terremoto, all'epoca? Terra che trema. Le zolle tettoniche che si muovono. Le minchiate che ci fanno studiare a scuola. E grazie a questa ceppa. Andarono avanti per quattro mesi, e tutti ci dissero che andava tutto bene, che eravamo tutti al sicuro. Niente paura, sono scossette, passeranno. Emergenza di che? Ah ah ah ah ah ah! Simpatici, questi aquilotti! Mammut, Gran Sasso e scossette. Tutti a vedere L'Aquila. Che culo.
      In quattro mesi, tuttavia, uno si abitua. Abitudine. Si può fare l'abitudine a un terremoto? Paradossale, ma sì. Si può, certo, quando la gente ti dice che va tutto benone. Passarono Natale, Capodanno, l'Epifania (feste cristiane dei miei stivali infangati), il Carnevale, il compleanno di mia cugina e ci si avviò alla Pasqua.
      E ora lo dico.
      Noi aquilani fummo anche sciocchi. Quanto? Vediamo. Sì, c'erano scosse. Sì, dei deficienti ci dicevano di non preoccuparci. Però sentivamo più che bene che l'intensità stava aumentando. Poco alla volta, ma aumentava. Non ci muovemmo. Ma è naturale, non incolpo nessuno. La gazzella messa all'angolo dal leone può fare tre cose: avere un infarto, impazzire oppure offrire la gola. La offrimmo. Ce la tagliammo, scoprendo bene la giugulare. E andammo a letto, il 6 aprile. A letto. Dormivamo, nervosi, stanchi, elettrici. Dormivamo.
      Con il leone non fummo fortunati. Non sempre i leoni attaccano per fame, lo sapevate? Alcuni cacciano per dimostrare alle prede la propria supremazia. Chi è che comanda. Allora il leone mette al solito angolo la solita gazzella, che alza il muso e fa vedere la gola. Il leone la guarda, ci gode, e se ne va.
      Noi abbiamo avuto una splendida gola, e il leone affondò le zanne.
      Che palle, la savana. Il leone m'ha scocciato, non lo uso più.
      Eravamo a letto, si diceva. Intorno alle 23.30 ci fu una nuova scossa. Forte, la ricordiamo tutti. Molti furono saggi, andarono via di casa. Dormirono in auto, passarono una notte fuori città, andarono a trovare i parenti di quel paese.
      Noi ci provammo. Mia madre, mio padre, la nonna, Alice gatta e io, tutti in macchina nel vialetto di casa. Fino alle due circa. Provammo a dormire, mentre le piccole scosse si spegnevano. Iniziò la nonna. Le dolevano le ossa, a ottantadue anni non si può pretendere che dorma in auto. Tirò fuori le solite cazzate del tipo 'La mia vita tanto
    l'ho vissuta', 'Se crepo io non fa niente', 'Voi avete tutta la vita davanti' e via discorrendo. Risultato, scese dalla macchina e tornò in casa. Alice gatta ne approfittò per accasarsi in giardino. Mica scema, lei. Mio padre decise di seguire la nonna, sua madre, perché in caso di scossa avrebbe potuto prenderla e portarla di nuovo fuori in tutta fretta. Cribbio, pensava intanto mia madre, mio marito è in casa. Che coraggio, che ardore (che idiota, dico io). Anche lei tornò in casa. E Marco rimase un attimo da solo. Il ragionamento.
      Okay, se resto qua sono al sicuro. Se torno sono un cretino, ma almeno posso dare una mano e aiutare qualcun altro.
      Evvai. Tornai dentro pure io. Ci infilammo a letto, col bel pigiamino.
      Dormii della grossa. Alle 3.32, il casino più totale. Non collegai subito, venni svegliato dagli occhiali da sole. Ironico, di notte. Sopra il mio letto c'è una mensola, e da lì mi caddero in testa. "Ahia!", dissi. Poi mi resi conto. Tremava. No, di più. Sussultava. No, di più, oscillava e roteava. Chi cazzo se ne frega, la mia casa si stava muovendo, cristo barbone! Sentii che parecchie cose stavano cadendo, nella mia stanza. Al buio, intorno a me. Lateralmente, rispetto al letto, c'è la mia libreria. Pesantissima, ci ho messo centinaia di libri. Se fosse caduta quella, addio Marco. Ma non stava cadendo, era troppo pesante pure per il terremoto. Senza accendere la luce (non volevo) afferrai il mio hard-drive sul comodino e uscii dalla stanza. In corridoio la luce era accesa. Tutto tremava ancora, e tutti facevamo fatica a tenerci in equilibrio. Mia madre era sulla soglia della sua stanza, si spostava da uno stipite all'altro per non cadere. Di fronte alla mia stanza c'è la porta della camera della nonna, giusto sotto l'architrave.
      Mia madre fece per percorrere il corridoio. "Ma dove vai?", gridai. "Vieni sotto l'architrave, così non ti cade niente addosso!" Non rispose, però obbedì. Dietro di noi, la nonna scese dal letto. Aveva calpestato i cocci della sua lampada, che era caduta, ma stava benone, senza un graffio. Guardammo il soffitto, che però stava reggendo alla
    grande. Lo scossone sembrò finire, convergendo in un mugolio basso e lento. Il rombo però era forte quanto prima. Decidemmo di approfittare di quell'attimo. Percorremmo il corridoio, che sfocia nel salotto. Qui accadde una cosa particolare. Dopo sei mesi, non so dire se sia accaduto davvero o se sia stato un ingigantimento causato dalla
    confusione. Propendo per la prima ipotesi, a essere sincero. La grossa... come si chiamerà? Vetrina? Mobile per esposizione? Armadio di legno con ante di vetro? In ogni caso, quelle ante si erano aperte, e tutti i piattini, i bicchieri e le bomboniere stavano cadendo sul pavimento. Non mi parve di udirli rompersi, perché il boato sovrastava ogni cosa. Non rimanemmo certo lì a far le fotografie. Imboccammo le scale e scendemmo di corsa. Vidi una crepa enorme su un muro, lungo le scale. Per i due giorni successivi, mia madre ed io avremmo giurato di averla vista aprirsi. Questo ricordo bene che non è vero. Era già lì, ma al vederla fummo terrorizzati. La nostra casa è piuttosto nuova, costruita con i cosiddetti criteri antisismici. Un tale danno non lo avremmo mai pronosticato. In seguito, all'alba, ci saremmo resi conto di cose molto peggiori. Comunque.
      Ci precipitammo sul vialetto di casa. Alice era sparita, non la vedevamo. Figurarsi se un gatto rimane fermo da qualche parte. Ero certo che stesse bene. I vicini di casa urlavano. Tutte le luci erano accese. Fummo molto fortunati. In pochissimi ebbero la luce funzionante, quella notte. Non oso immaginare cosa sarebbe accaduto, se da noi non avesse funzionato. Panico a tremila, come minimo. Chiedemmo se lì intorno stavano bene. Ci risposero di sì. Mia madre mi abbracciò e pianse sulla mia spalla. "Figlio mio", diceva. "Figlio mio, la nostra casa! Così tanti sacrifici e... e..." Singhiozzava violentemente. Io ero straordinariamente lucido, senz'altro per via dell'adrenalina. Mio padre fece il giro della casa, assicurandomi che Batuffolo, il nostro coniglio, stava alla grande nella sua gabbietta. Era agitato, ma sotto la tettoia, dove si trovava, non era caduta neanche la scopa, che stava appoggiata alla parete. Andai a controllare. Era vero, e lasciai il povero Batuffolo solo ma al sicuro. Ci infilammo tutti in macchina, di nuovo. Il telefonino di mia madre squillò. Non avremmo più sentito quel suono per due giorni, a causa dell'intasamento delle linee.
     
      Quello fu il principio di una cosetta stupida, ma che poi mi fece ridere. Era una nostra parente di Roma, che chiamava perché anche lì avevano ballato, e voleva sapere se stavamo tutti bene. Poi, evidentemente, chiese della casa. Mia madre: "Eeeh, cara mia! Cara mia! (Singhiozzi) E che ti devo dire? La nostra casa, la nostra bella casa... è distrutta! Rasa al suolo!" Sotto shock. Mia madre era tragicamente sotto shock. Alcuni giorni più tardi, quella parente venne a trovarci, e la portammo a vedere la casa. Ricordo ancora la sua faccia semisconvolta. "Paola... ma... credevo molto peggio! Mi avevi descritto la fine del mondo!" Non potei evitarlo, risi come una iena.
     
      Passammo la notte del 6 aprile sul vialetto d'ingresso. Anche i vicini si trovavano lì. I bambini piangevano. Ci raccontammo immediatamente tutto. Nel frattempo, la strada era diventata un inferno. Abitiamo (abitavamo?) non lontano dal casello autostradale, e da lì vedemmo arrivare i primi soccorsi da fuori. Dopo neanche mezz'ora. Furono rapidissimi. Dalla radio, intanto, sentivamo le edizioni speciali dei Tg notturni, che con voce ferma e rassicurante, ci aggiornavano sulla situazione del centro storico. Ma non occorreva. L'Aquila è una città molto antica, lo sapevamo bene cosa era successo in centro. In strada cominciarono a passare le prime conferme: camion pieni di macerie che venivano portate via. Sentimmo della Casa dello Studente, del crollo, delle vittime. Infine spegnemmo. Non potevamo più ascoltare.

      La persona più importante della mia vita telefonò in quel momento, riuscendo a superare l'intasamento delle linee. Anche a casa sua avevano sentito la scossa, ma i danni erano stati minori, e soprattutto stavano bene. Avrei voluto che fosse là con me, anche se questo fu un pensiero davvero egoista.

      Dormire in auto, per chi non lo sapesse, è scomodissimo. Mio padre occupò l'auto della mamma; io rimasi nella sua. Mi stesi sul sedile posteriore lasciando spazio alla nonna. Alice tornò. La feci salire. Una spinta qua, una là, in breve prese completo possesso del sedile, su cui si stese in posizione Paolina Bonaparte.
      Non dormimmo, eravamo troppo nervosi. Accendemmo di nuovo la radio. Altre vittime, altre macerie, altri aiuti sulla strada davanti a noi. Il nostro vialetto è in discesa. Ero terrorizzato all'idea che una nuova scossa avrebbe potuto sfrenare la macchina e farci schiantare in basso. La ebbi vinta.
      Al mattino, tornammo davanti a casa. Era piena di crepe. L'intonaco era caduto in più punti, il pavimento dell'ingresso era bianco. Entrammo rapidi come ladri, prendemmo delle sedie e qualcosa da mangiare. Ad aprile è molto caldo, di certo non potevamo restare in macchina, quindi ci sistemammo lì sul vialetto, all'ombra di un pino che cresce in giardino. Uno dei vicini, intanto, aveva rapidamente arredato il suo garage, fortunatamente costruito in cemento armato. Ci invitò a stare da lui con la sua famiglia, finché qualcuno non ci avesse detto cosa fare. Aveva una televisione, e da lì vedemmo l'avanguardia dell'Ade. Ciò che era accaduto al centro storico non lo avremmo potuto neanche immaginare. Mi chiesi se si potesse ancora parlare dell'esistenza stessa di un centro storico. Al diavolo, di un centro. La gente per le strade piangeva disperata, c'erano Vigili del Fuoco che scavavano e barelle coperte da lenzuola che venivano penosamente portate via dalle telecamere. Il gentile vicino ci raccontò ciò che avremmo visto con disgusto su YouTube. Dei giornalisti erano andati in giro per la città e avevano aperto le portiere delle automobili, a volte senza bussare, e ponendo domande da veri stronzi e pezzi di merda quali: "Ma lei perché si trova in macchina?", "Siete qui a causa del terremoto?", "Quindi si è sentito molto bene?" Ve ne prego. Qualcuno licenzi quella volgare gentaglia.
      Il secondo giorno mi resi davvero conto dell'enormità dello shock di mia madre. Eravamo seduti sotto il pino, come il giorno prima, e mangiavamo alcune fette di bruschetta cotte sul fornello elettrico. Mia madre di alzò di scatto.
      Mio padre: "Che c'è?"
      Mia madre: "Devo prendere una cosa."
      Io: "Ma... dentro?"
      Mia madre: "Sì."
      Io: "Sono due giorni che fai avanti e indietro. C'è davvero rimasto qualcosa da portare fuori? Guarda che è pericoloso."
      Mia madre: "Eh, lo so, però mi serve."
      Mio padre: "Ma che devi prendere?"
      Mia madre: "È che pare brutto..."
      Io: "Che cosa pare brutto?"
      Mia madre: "Queste bruschette..."
      Mio padre: "Le bruschette?"
      Io: "Sono buone, che hanno?"
      Mia madre: "Ma così... senza la salsa di carciofini! Io la vado a prendere!"
      Mio padre e io: "Stai fermaaa!"

      Al terzo giorno ottenemmo una tenda, prenotata in un campo vicino. Devo dirlo. Le tende della Protezione Civile sono dei mini-appartamenti. Brandine di ferro con materassi, coperte, federe, lenzuola, cuscini. In seguito ci diedero corrente elettrica, luce, stufa, condizionatore. Ci è stato donato di tutto: cibo, vestiti, libri, assistenza psicologica e pseudo-spirituale. L'università ha donato agli studenti residenti dei bellissimi mini PC. Si può scrivere, leggere, studiare. Nel campo c'è perfino una linea WiFi, e quindi abbiamo addirittura Internet.
     

     
      Insomma, tutto sembra carino e perfetto. Terremotati ricevono aiuti e sono contenti.
      Questa minchia, siamo contenti. Sì, abbiamo di tutto, buona cucina, friulani simpatici e carini, si sono organizzate chiese, cinema e sale da ballo, perfino gite. Tuttavia... quando si potrà tornare a casa? Sapete cosa cazzo significa abitare sei mesi dentro una tenda? A L'Aquila? Per carità, finché fa caldo tutto bene, ma questa città è celebre per il clima poco mite. Una sola notte può gelare interi raccolti. Potrebbe perfino far fuori qualcuno, se questo qualcuno vive in una tenda con un mini-termosifone. Le tende non hanno pareti. Sono di plastica, sono sottilissime. E cosa ci vengono a dire? Vediamo.
     
      Silvio, maggio 2009: "Non preoccupatevi. Prometto che entro fine settembre tutti avranno di nuovo un tetto sopra la testa."
      Silvio, agosto 2009: "Non preoccupatevi. Prometto che entro fine novembre tutti avranno di nuovo un tetto sopra la testa."
      Bertolaso: "Non preoccupatevi. Prometto che entro fine settembre vi sbatto fuori di lì e poi in qualche albergo sperduto."

      Ora la chiusura delle tendopoli è stata rinviata a data da stabilirsi. Chi ha avuto la casa totalmente distrutta ha avuto la sua casetta di legno. Ottimo, buon per lui/lei. Chi ha la casa da riparare sta ancora in tenda, aspettando che i benedetti lavori di ristrutturazione abbiano inizio.

      Ottobre 2009. Stiamo aspettando.
     

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    Unico indizio: la luna piena
    (Stephen King, Cycle of the Werewolf, 1983)
     
      
      Nel paese di Tarker's Mills neanche gli omicidi seguono un percorso ordinato e preciso. La gente non muore per incidenti stradali o domestici, né per ragioni di vendetta. La gente muore sbranata. Non c'è una logica, in questo. Donne e uomini di qualunque età, in ogni parte del paese, indistintamente. La polizia non sa come agire, la paura dilaga. Nessuno sembra voler guardare la realtà, ma il piccolo Marty Coslaw è un'eccezione. Lui, che vede il mondo in modo differente. Non dall'alto verso il basso, ma dal basso verso l'alto. Lui, che perfino dalla sua sedia a rotelle, sottovalutato da tutti, si accorge di come la sola cosa nota dell'assassino sia anche l'unico indizio che riveli come combatterlo: agisce solo nelle notti di luna piena...
     

     
      Be', per la verità sono deluso. Certamente è vero che sono stato spinto a leggere questo libro dalla fama di King, che leggo per la prima volta, ma è vero anche che si tratta di un testo alquanto anomalo.
      La trama, come ho illustrato, è davvero semplice. Forse anche semplicistica. Lupo mannaro mangia gente, piccolo protagonista scopre tutto e si prepara all'azione. Non parlerò del finale, cliché di genere o meno, perché non voglio rivelare l'identità dell'assassino (l'unico colpo di scena).
      Come dicevo, la fama dell'autore è stata determinante. Ero alla ricerca di una storia di lupi mannari, una fatta come si deve. Sangue, oscurità, paura, delirio e fauci. Mi sono detto, chissà se il tanto acclamato maestro del terrore ne ha scritto uno? Non avendone mai avuto notizia, cercai sull'indispensabile Wikipedia, e lì mi parve di trovare il Nirvana. King aveva effettivamente scritto un'opera intitolata Cycle of the Werewolf. Gaudio. Cercavo un romanzo e avevo trovato un intero ciclo! Fu il mio secondo errore.
      Il terzo fu cercarlo in italiano. Sapevo che era stato tradotto con il titolo Unico indizio: la luna piena (e che esiste anche un film omonimo che fa pena a certi livelli), ma come sempre mi capita, è fuori commercio da parecchi anni. Ci sono modi alternativi per leggere un romanzo 'introvabile', e a uno di questi ho fatto ricorso.
      Ad ogni modo, me ne impossessai. Fu una delusione insopportabile. Non esisteva nessun ciclo, si trattava soltanto di un libro, così come nell'edizione in lingua madre. La parola "Ciclo" si riferiva al ciclo delle lunazioni in un anno, e di fatti la storia si svolge nel giro di un anno. Rimaneva la speranza della qualità – subito disillusa. Non solo il libro è di una brevità disarmante (anche se non si dovrebbe mai giudicare un libro dallo spessore), ma è a malapena organizzato come un libro. Un po' di storia.
      A Stephen King fu proposto un calendario. Che non si vada a pensar male, King è una persona seria. Dodici mesi, dodici pagine illustrate a tema mannaro, accompagnate ognuna da un breve racconto. Come scritto nell'introduzione, fu uno degli ostacoli più spinosi mai capitati allo scrittore. Trovò assurda l'idea di contrarre dodici trame in uno spazio tanto esiguo, e risolse il problema decidendo di collegare tra loro i singoli racconti. Illustrazioni a parte, ne venne fuori un romanzo breve in dodici capitoli, che piacque al punto di trarne un film.
      Ricapitolando: il libro è tragicamente breve, ha una trama prevedibile, è scritto 'faticosamente' – si nota alla perfezione lo scorno di King –, è impreciso riguardo ai cicli lunari (e per questo ci si scusa in una nota finale) e infine viene del tutto stroncato dall'autore nell'introduzione. King ci racconta infatti di come l'idea non sia stata sua, di come lo abbia fatto solo per soldi, di come lo abbia trovato difficile e di come abbia buttato giù la versione finale, cioè praticamente a caso. Il paese? Mah, sì, lo chiamo Tarker's Mills, un nome vale l'altro. Un licantropo? Mah, sì, è il tizio insospettabile. Il protagonista? Mah, sì, definiamolo pure così. Certo, se lo dipingo adulto e sano nessuno simpatizzerà per lui. Lo faccio piccolo e semi-paralizzato.
      Alé. La ricetta di un libro.
      Insomma, il mio primo approccio a Stephen King è stato un disastro, e sono ancora alla ricerca di un romanzo degno di questo nome sul tema dei lupi mannari.