Marco's profile• LA CITTÀ DEL RE (terre...PhotosBlogListsMore Tools Help

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    10/31/2008

    Editto reale numero XCIX – Halloween

     
    Il Re augura...
     
     

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    I bambini sono tornati

    (Chiara Palazzolo, 2003)

     

     

      Marella era una donna felice. Suo marito la amava, i suoi amici la rispettavano e i suoi due bambini, Elisa e Iacopo, la adoravano più di ogni altra cosa al mondo.

      Poi era venuto il giorno dei cristalli, e il destino aveva mutato il proprio corso.

      All'uscita da scuola, Elisa e Iacopo rimangono vittime di un incidente stradale causato da una grossa automobile. Per Marella è la disperazione più devastante. Si chiude in casa, lascia il lavoro, trascorre le sue giornate tentando il suicidio, fortuitamente sventato di volta in volta dal marito, Alessandro. Gli amici e i parenti che vorrebbero consolarla vengono travolti dalla furia di Marella, che non si capacita di aver perduto in quel modo i suoi figli. Ignara di ciò che accade nel mondo al di fuori del suo appartamento, continua a piangere, a guardare fotografie, a dormire. Ma un giorno accade qualcosa di diverso. Qualcosa di sinistro e stupendo a un tempo: Marella scorge tracce dei bambini all'interno della casa. Un giocattolo fuori posto, passi che corrono, riflessi sfuggenti negli specchi. E la vita torna lentamente com'era prima, almeno in apparenza.

      Per qualche tempo, Marella riesce a nascondere a tutti il segreto, poi Alessandro si accorge di tutto, e la crede pazza. Tutto ciò che Marella dice di vedere sembra avere una spiegazione razionale, lei stessa potrebbe essere responsabile del miracolo e delle piccole cose a prima vista inquietanti.

      Davvero è pazza, oppure i bambini sono tornati realmente?

     


     

      Celebre per aver scritto la trilogia di Mirta-Luna, Chiara Palazzolo stupisce il pubblico con questo romanzo, scritto due anni prima di Non mi uccidere. È una storia a tinte cupe, tratteggiata con abilità e con un corretto dosaggio degli indizi. A volte, infatti, il lettore è portato a convincersi di aver capito la verità riguardo agli avvenimenti, altra volte le idee vengono completamente ribaltate, fino all'ultimo, straziante capitolo.

      Si seguono con interesse anche i capitoli relativi ad Alessandro, che tenta di scoprire l'identità dell'uomo che ha ucciso i suoi figli e che sfugge alla giustizia.

      Il dolore di Marella (diminutivo di Mara) è quasi tangibile, più e più volte si arriva alle lacrime, condividendo le sensazioni di questa madre stravolta, annientata. In altri casi si ride della sua gioia, felici insieme a lei per essersi riunita ai bambini.

      Anche la paura può essere continuamente avvertita. Ogni apparizione di Iacopo ed Elisa procura sì un senso di allegria, ma l'inquietudine resta invariabilmente in sottofondo, come una sinfonia funebre in un giorno di primavera.

      E, come sempre nei romanzi della Palazzolo, si assiste a scene di grandissima potenza visiva, delle autentiche opere d'arte di immaginazione (ma soprattutto di scrittura), quasi il tempo venisse fermato per sottolineare quei momenti così intensi. Uno per tutti, il racconto di come Alessandro e Marella si sono visti per la prima volta, in un episodio che chiarisce il nome dato dall'autrice alla terza parte del romanzo, "La portatrice di fuoco".

      Inquietante e sinistro, bellissimo e potente.

      Buona lettura.

     

     

      Per leggere la recensione della trilogia di Mirta-Luna, della stessa autrice, fai click qui.

     

    10/25/2008

    Editto reale numero XCVIII – The Graveyard Book

     
     
      Fonte: FantasyMagazine
     
     
      Il Libro delle Tombe di Neil Gaiman
    Un bizzarro omaggio al Libro della Giungla e a Ray Bradbury: stavolta però non sono gli animali della foresta ad adottare il bambino smarrito, ma i fantasmi del cimitero.
     
     
      Un'altra fiaba dalle tonalità molto oscure, un altro libro per bambini che strizza l'occhio agli adulti. Neil Gaiman segue senz'altro le tracce dei successi precedenti con questo The Graveyard Book, il "Libro della Tomba", recentemente uscito per HarperCollins. Per la traduzione in italiano, come sempre, occorre un po' di pazienza, ma per gli anglofoni abbiamo aggiunto un link al sito della casa editrice: lì si possono leggere le prime pagine.
     
      The Graveyard Book è la storia di un bambino che sfugge miracolosamente al massacro della sua famiglia, scomparendo mentre i genitori e la sorella vengono assassinati. Verrà adottato da una coppia di personaggi molto particolari, che incontrerà in un cimitero dove lo ha portato la fuga.
     
      Si tratta di fantasmi, che si prenderanno cura di lui e gli daranno un nome, Nobody Owens, e un soprannome, Bod.
     
      Ogni capitolo della fiaba narra un periodo della vita del bambino che impara a crescere tra vivi e morti, a visitare necropoli segrete e a conoscere i segreti di una cripta che custodisce il potere di un'antica magia.
     
      Alla fine arriverà l'età adulta per Bod, che dovrà prendersi la più grande delle responsabilità: quella di scoprire la mano omicida che lo ha privato della famiglia. Mano che appartiene a un uomo misterioso, di nome "Jack". Ma non sappiamo molto, all'inizio del libro, né di lui né delle sue motivazioni.
     
      Un Libro della Giungla ma con Revenant e spettri al posto di scimmie e tigri: Neil Gaiman ci ha già abituati a storie impossibili, perciò possiamo credere che farà centro ancora una volta.
     
     
      Okay, non so voi, ma la cosa mi intriga un casino. La trama fa molto Tim Burton, l'elemento gotico-horror c'è, il fantasy pure... Non vedo l'ora che venga pubblicato anche da noi!
     

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    Peter Pan

    (James Matthew Barrie, Peter and Wendy, 1911)

     

     

      Bello, bellissimo.

      Da anni mi proponevo di leggerlo, ma avevo sempre un piccolo timore di fondo: che potesse deludermi come Alice nel Paese delle Meraviglie. Credo dipendesse dall'effetto Disney: avevo visto i film animati da bambino, e li ho sempre considerati più o meno sullo stesso piano. Poi ho letto Alice e m'è crollato addosso il mito. Inaspettatamente, in questo caso è successo l'esatto contrario.

      Peter Pan è quasi completamente diverso dall'edulcorata e infantile versione del film Disney. Qui Peter non accoppa nessuno, qui lui uccide senza tante cerimonie. Non adora Wendy né i Bimbi Smarriti, può farne a meno, può perfino sostituirli con qualcun altro. Certo, è scandalizzato alla vista della Wendy adulta, ma porta via con sé la sua bambina, Jane senza pensarci due volte.

      Nessuna nave volante (forse l'unica bella scena del film), nessuna sirena manesca, ma soprattutto nessuna fatina travestita da prostituta ninfomane. Ho sempre, sempre odiato visceralmente ma sinceramente l'immagine di Trilly, alias Campanellino. Perché, mi dicevo da bambino, quella lì è mezza nuda? Non era neanche tanto bella. Era maleducata e dispettosa, traditrice e infida. Sì, d'accordo, nessuno le confezionava vestitini su misura ed era costretta a vestirsi con una foglia, ma quella che ha addosso ha del ridicolo. Come faceva a reggersi? Scotch, polimeri adesivi, magia o semplicemente 'perché sì'? Voglio perdere il mio tempo ad analizzare questa piccola oscenità con rossetto prodotta da casa Disney. Ecco un piccolo studio da me condotto:

     

    Fai click per ingrandire.

     

      Be', in definitiva così l'hanno dipinta nel film animato. Ecco invece la descrizione che ne fa l'autore del romanzo:"Indossava un delizioso abitino fatto con una foglia secca e con la scollatura quadrata, da cui la sua figurina acquistava grazia, nonostante una leggera tendenza alla pinguedine." La pinguedine è stata proprio scartata, la foglia non è secca, la figurina è sgraziata e non si può proprio parlare di scollatura.

      Come ho accennato poche righe fa, il testo presenta molte scene di violenza, a cui oggigiorno si è più che abituati. L'intera ciurma di Giacomo Uncino viene fatta fuori da Peter e i suoi, Uncino stesso viene divorato dal Coccodrillo e, bambini a parte, l'unica che si salva è proprio la fatina. Trilly è completamente diversa dal film. Invidiosa di Wendy, certo, ma lungi dall'allearsi con i pirati. Addirittura, si sacrifica per salvare Peter da una trappola.

      La stessa Isolachenoncè è differente dal film. Non si trova nello spazio siderale, ma nella fantasia di ogni bambino, così da poter essere raggiunta per mezzo della volontà e della polvere di fata. I pellerossa hanno uno spessore irrisorio, così come la principessa Giglio Tigrato, mero pretesto per far sì che Peter si trovi sullo scoglio. Un personaggio del tutto inatteso è l'Uccellochenoncè, una creatura dal comportamento poco chiaro, al contrario del Coccodrillo, che vuole palesemente mangiare Uncino.

      Peter Pan è molto egoista, come d'altra parte la stragrande maggioranza dei bambini. Gli capita, a volte, di dimenticare del tutto l'esistenza dei suoi amici, del mondo, dell'Isolachenoncè. Non sopporta il concetto di genitore, vuole essere libero di volare, sognare, combattere e uccidere. Solo, ha bisogno di qualcuno che gli faccia da mamma, una mamma che non sia costrittiva, ma che si curi di lui.

      Anche l'introduzione è stata interessante. Si tratta di uno stralcio dal saggio The Boy Who Couldn't Grow Up, di Alison Lurie, e mostra come Peter Pan rappresenti la vita di James Matthew Barrie. Fu un uomo incredibile, che forse non avrebbe accettato la definizione di 'uomo', ma piuttosto quella di 'ragazzo'. Era lui Peter, ma non aveva vissuto una vita al riparo da dolore e circondato da gioia e azione. Il trauma provocato dalla morte dell'amato fratello David portò la madre sull'orlo della follia, e James decise di sostituirsi al fratello, indossando i suoi abiti e comportandosi come faceva lui. Leggerei più che volentieri una biografia.

      La nascita del romanzo così come lo conosciamo oggi fu piuttosto complessa. Peter apparve per la prima volta nel 1902, nella novella di Barrie The Little White Bird (o Adventures in Kensington Gardens). Poi, nel 1904, fu adattato per il teatro con il titolo Peter Pan, or The Boy Who Wouldn't Grow Up. Nel 1906, Barrie scrisse Peter Pan in Kensington Gardens, una semplice bozza che fu comunque data alle stampe. Nel 1911, finalmente, si ebbe il definitivo Peter and Wendy, meglio conosciuto, oggi, come Peter Pan.

      Buona lettura.

     

    10/20/2008

    Editto reale numero XCVII – Stoker scrive 'Dracula 2'

     
     
      Fonte: HorrorMagazine
     
     
      Un seguito per Dracula
    Gli eredi di Bram Stoker alle prese col prosieguo del classico letterario
     
      Nemmeno i grandi classici del passato ormai possono ritenersi immuni dalla sequel-mania. A quanto pare, Dacre Stoker, pronipote del più celebre Bram, sarebbe al lavoro, affiancato dallo storico Ian Holt, sul seguito del classico letterario firmato dall'avo, Dracula. Tale seguito troverà posto sia tra le scaffalature delle librerie, sia sui maxischermi dei multisala di tutto il mondo.
     
      Questa doppia opera avrà come titolo (molto fantasioso) The un-dead, e sarà ambientato nel 1912, esattamente venticinque anni dopo la morte del conte succhiasangue. Qualcuno o qualcosa si è infatti messo sulle tracce di coloro che hanno messo fine all'esistenza del vampiro. Secondo le dichiarazioni di Dacre Stoker, The un-dead sarebbe scaturito da dei manoscritti di Bram esclusi dall'editore ai tempi della pubblicazione dell'opera originale oltre un secolo fa.
     
      Le riprese del film cominceranno a giugno 2009, mentre il libro verrà pubblicato qualche mese dopo, a ottobre.
     
     
      La cosa mi è parsa abbastanza strana, per non dire altro. Mi sono chiesto perché i presunti manoscritti non siano mai stati pubblicati dopo la morte di Bram Stoker. Poi mi sono chiesto con che coraggio questo Dacre voglia tentare il colpaccio sfruttando il proprio cognome e il lavoro geniale del suo illustre antenato.
      Una cosa simile è quasi successa alla famiglia Tolkien. Nel 2003, Simon Tolkien – nipote di J. R. R. e primogenito di Christopher – scrisse il romanzo Il testimone bambino (pubblicato in Italia da Piemme), e ci furono accuse analoghe. Si diceva che Simon volesse approfittare della celebrità della famiglia per aumentare le vendite del suo fantasy. Accuse immediatamente ritirate dopo la lettura: Il testimone bambino è un giallo. E il fatto che il cognome di Simon sia Tolkien certo non gli vieta di scrivere libri.
      Un altro caso simile, in passato, si è verificato con Peter Pan e la sfida al Pirata Rosso, di Geraldine McCaughrean, il seguito "ufficiale" del Peter Pan di James Matthew Barrie. Ho messo le virgolette perché, personalmente, penso che un libro, se non scritto dal medesimo autore, non possa essere assolutamente ritenuto un sequel. Tuttavia, anche qui si ha la dovuta scusante: la scrittura del sequel è stata commissionata nel 2004 dal Great Ormond Street Hospital, detentore (per volontà dello stesso Barrie) dei diritti d'autore, che sarebbero scaduti nel 2007. E proprio nel 2007 il volume è stato dato alle stampe. Il ricavato viene diviso a metà tra la scrittrice e l'ospedale, cosa un poco riprovevole, dato che donarlo per intero alla struttura sanitaria sarebbe stato un gesto di incommensurabile tatto.
      Comunque sia, qui il caso è evidentemente diverso. Dacre Stoker vuole scrivere il seguito del libro di Bram, senza neanche nascondersi dietro uno pseudonimo. Vuole indubbiamente sfruttare tutto per suo esclusivo vantaggio. E ci fanno pure un film! Reputo tutto questo una vergogna, un'operazione subdola, un volgarissimo metodo per intascare soldi gettando fango sulla memoria della grande letteratura.
     
    10/16/2008

    Editto reale numero XCVI – News news news!

     
      Oh, da quanto tempo non scrivo! Salve, salve a tutti!
     
      Qui a Cra-cra va tutto benone! Il nuovo corso di teatro è cominciato e va avanti con grande successo (devo solo imparare a rilassare le braccia). I due professori sono davvero preparati, entrambi persone allegre e cordiali. Frequento le loro lezioni con grandissimo piacere; ogni volta arriviamo tutti con almeno mezz'ora d'anticipo! Finalmente sto imparando i giusti approcci all'improvvisazione, il rispetto per il pubblico, le tecniche della mimica facciale, il controllo delle emozioni... è una sensazione stupenda, sento davvero che sto assimilando concetti preziosissimi!
      Disgraziatamente, sono ricominciate anche le lezioni in facoltà. Però i corsi sono interessanti, quindi penso che ce la farò.
      Sul lato letterario va abbastanza bene, continuo a leggere con il solito ritmo. Essendo un poco indietro, vi annuncio l'imminente arrivo su questa rete delle recensioni di Peter Pan, di James Matthew Barrie, e I bambini sono tornati, di Chiara Palazzolo. Pur avendo una bella lista di libri da leggere, non ho resistito al richiamo del Kāma Sūtra, che mi stupisce di più ad ogni pagina. Non è la guida erotica che si crede, si tratta solo un pregiudizio... vi parlerò anche di questo!
      Rimanendo in tema di libri, vi comunico che anche il mio romanzo procede a gonfie vele, avrò scritto venti pagine in due giorni! Mi sento particolarmente ispirato, in questo periodo. Se continua così, in pochi mesi avrò portato a termine la prima stesura!
     
      Dimentico qualcosa? Mmm... no. Allora, alla prossima, gente!
     
    10/14/2008

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    La fattoria degli animali

    (George Orwell, Animal Farm, 1945)

     

     

      Inghilterra. Nella Fattoria Padronale, proprietà del signor Jones, le cose non vanno come dovrebbero. L'uomo trascura gli animali, non dà loro cibo, non li cura, poiché ormai è vittima dell'alcolismo. Il Vecchio Maggiore, un anziano verro della Fattoria, incita gli altri animali a ribellarsi al crudele giogo del padrone, che li sfrutta senza pietà e li priva di tutto ciò che producono. Le sementi e i cuccioli vengono venduti, ma loro non vengono mai ripagati dei propri sforzi, anzi, vengono costretti a proseguire nei compiti più duri. Così, nel momento più propizio, tutti gli animali si alleano per cacciare via Jones e prendere pieno possesso della Fattoria. Il piano ha successo, finalmente gli animali diventano padroni del terreno e delle loro vite. La Fattoria Padronale viene ribattezzata 'Fattoria degli Animali'.

      Ben presto, però, accade qualcosa di strano. I maiali, autoproclamatisi più scaltri e intelligenti, iniziano a prendere il controllo della produzione, creano una bandiera in cui ci si dovrà identificare e scrivono su un muro sette comandamenti ai quali tutti dovranno obbedire ciecamente. Tuttavia, proprio i maiali, che inizialmente dissero di non voler mai più avere a che fare con qualunque cosa riguardasse l'uomo, prendono l'abitudine di dormire nella casa di Jones, indossandone gli abiti e bevendo la sua birra; uccidono senza pietà chiunque non si pieghi ai loro voleri, e infine imparano a camminare su due zampe. Ogni comandamento viene in ogni occasione modificato a favore delle azioni della nuova casta dominante.

      I maiali non mancano di far notare a tutti gli altri animali come le loro condizioni fossero molto peggiori, ai tempi di Jones, in un periodo che ormai tutti hanno dimenticato. Il nome della fattoria torna a essere Fattoria Padronale.

      Finché, un giorno, le sembianze stesse dei maiali si confondono con quelle degli uomini, anch'essi accolti, per motivi d'affari, nella Fattoria.

     


     

      Un romanzo che ho iniziato con spirito d'allegria. L'idea rivoluzionaria che gli animali potessero diventare padroni di una fattoria mi attirava moltissimo. Ma la storia ha assunto fin da subito tinte cupe, a partire dalla misteriosa morte del Vecchio Maggiore.

      L'intero racconto è stato scritto da Orwell (all'anagrafe Eric Arthur Blair) come allegoria satirica del totalitarismo sovietico ai tempi della seconda guerra mondiale. Ogni evento e personaggio corrisponde a persone e avvenimenti reali, che scatenarono le ire dell'Unione Sovietica, alleata con l'Inghilterra, patria dello scrittore. Per questo motivo, trascorsero quindici anni prima che il romanzo venisse approvato e pubblicato. Non venivano accettate le idee sovversive e il fatto che la classe dominante venisse identificata con i maiali.

      L'inganno, ci illustra l'autore, viene diffuso attraverso la propaganda e il controllo, entrambi sotto la manipolazione dei maiali. Il cibo, l'educazione, le informazioni vengono divulgate sotto mentite spoglie, nel tentativo di piegare anche gli animi più ribelli. Coloro che non collaborano al 'bene della Fattoria', si presentano spontaneamente dai maiali, asserendo di essere traditori o criminali, e vengono giustiziati sul posto.

      Altri, invece, si fidano ciecamente dei dettami di Napoleon (il maiale capo); l'esempio lampante è il cavallo Gondrano, che lavora fino allo stremo delle forze per tutta la vita, fino a quando, ormai inutile, viene destinato al macello.

      L'utopia che gli animali si erano proposti di realizzare mediante la rivoluzione, dunque, fallisce miseramente e si trasforma in una distopia, in accordo con il messaggio di Orwell a proposito della corruzione originata dal potere.

      Tuttavia, agli animali viene offerta una sorta di ancora di salvezza: il corvo domestico Mosè (rappresentante la Chiesa ortodossa russa) rassicura gli animali, dicendogli che le loro fatiche verranno un giorno ricompensate, poiché dopo la morte li aspetta il monte Zuccherocandito – concetto in evidente collusione con il Paradiso cristiano – ove potranno finalmente riposare e godere i frutti del proprio lavoro. A rendere la situazione più ardua sono le pecore e i cani, che si sottomettono stolidamente ai voleri dei maiali, spingendo i compagni a fare altrettanto.

      Un romanzo breve ma oscuro, disperato e crudele.

      Buona lettura.

     

    10/1/2008

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    La morte a Venezia

    (Thomas Mann, Der Tod in Venedig, 1912)

     

     

      Monaco di Baviera, primi anni del Novecento.

      Gustav von Aschenbach è uno scrittore di successo. Riceve ambiti premi letterari, viene elogiato dai lettori e dalla critica più colta, è subissato da migliaia di apprezzate lettere di un pubblico in visibilio. Eppure, durante una passeggiata, riflettendo sulla sua vita e sul suo successo, Aschenbach pensa di non aver condotto una vita completa. Sì, probabilmente è molto più istruito di altri, sa parlare in modo dotto e comportarsi impeccabilmente secondo la più rigida etichetta, ma può dire di aver vissuto nel senso più stretto della parola? Può affermare con certezza di essere in grado di divertirsi, di gioire delle piccole cose, di provare sentimenti cui si è sempre volutamente sottratto? E la risposta arriva, indirettamente, dal suo inconscio: un misterioso, strano impulso che lo spinge a un cambiamento improvviso, magari temporaneo, ma pur sempre radicale. Decide di concedersi una vacanza. Smette di scrivere, di pensare ai suoi libri, di sviluppare concetti complessi da mettere per iscritto, e sceglie di allontanarsi dalla sua città, lasciandosi tutto quel che ha alle spalle. La destinazione gli appare subito evidente: Venezia.

      Già una volta aveva soggiornato nella Serenissima, e decide di tornarvi. Prenota una camera presso un prestigioso albergo e qui decide di trascorrere alcuni giorni in pace. Ma un giorno, durante l'ora di pranzo nell'elegante salone dell'albergo, Aschenbach si sofferma a guardare un gruppo di clienti polacchi seduti poco lontano, tra cui spicca "un ragazzo dai lunghi capelli […]. Con meraviglia Aschenbach vide che il ragazzo era di una bellezza perfetta."

      Eccezionalmente, vede incarnati in quel ragazzo tutti i canoni di bellezza che da sempre aveva immaginato; attorno a lui si respira un'aura quasi divina, che richiama alla mente le antiche sculture greche. Aschenbach decide senza accorgersene di seguire i suoi istinti e inizia a interessarsi al ragazzo. Scopre, dalle sue reminescenze di lingua polacca, che il suo nome è Tadzio; lo segue ovunque, lo osserva, gli sorride e si vede corrisposto, anche se da lontano. In breve tempo, se ne scopre innamorato.

      Di giorno in giorno, Aschenbach cerca disperatamente di attirare l'attenzione di Tadzio, sin quasi a coprirsi di ridicolo, fino al giorno in cui Venezia viene investita da un'ondata di colera. Ma neanche allora l'uomo desiste. È deciso a restare nel luogo dove si trova anche Tadzio, rischiando la sua stessa vita e sfidando il letale contagio...

     


     

      La morte a Venezia fu ispirato da esperienze dirette che Thomas Mann ebbe a proprio nel capoluogo veneto, durante una vacanza in compagnia di sua moglie. Quest'ultima si affrettò a dire che l'opera del consorte non era un diario.

      "Il primissimo giorno nella sala da pranzo, vedemmo la famiglia polacca, che appariva esattamente nel modo in cui la descrisse mio marito: le ragazze erano vestite in modo abbastanza convenzionale ed austero, e il bellissimo e affascinante ragazzino di tredici anni indossava un vestito alla marinara con colletto aperto e merletti molto graziosi. Attirò immediatamente l'attenzione di mio marito. Quel ragazzo era straordinariamente attraente, e mio marito lo osservava in continuazione con i suoi compagni sulla spiaggia. Non lo inseguì per tutta Venezia – questo non lo fece – ma il ragazzo lo affascinò […]."

      Una delle cose che possono immediatamente balzare all'occhio del lettore è che l'argomento trattato nel romanzo sia l'innamoramento omosessuale oppure la pedofilia. Leggendo, non si ha questa impressione. Certo, Aschenbach si innamora di un ragazzo (Tadzio ha infatti quattordici anni), ma questo non ha a che vedere con i moderni concetti di omosessualità o pederastia. Aschenbach si innamora dei canoni di bellezza espressi dalla figura di Tadzio. È importante sottolineare come i due non si parlino mai nel corso dell'intero romanzo e come, verosimilmente, il ragazzo non ricambi affatto i sentimenti dell'uomo (sentimenti, peraltro, non espressi chiaramente in alcun contesto); forse ricambia gli sguardi e i sorrisi per mera educazione. Viene infatti illustrato come il giovane e le sue sorelle si comportino garbatamente e in rispetto della buona creanza in qualunque occasione. È certamente possibile il classico colpo di fulmine, ma non saprei con quale sicurezza si possa dire che sia amore e non una semplice infatuazione, concetto ingigantito dallo status di libertà che pervade il protagonista. Lo scrittore si trova infatti in vacanza, è al di fuori di ogni vincolo che poteva comprometterlo in patria, si trova in una città rinomata per lo spirito di festa e per le bizzarrie introvabili altrove (le sfilate di maschere, le gondole...). Ma ovviamente il giudizio va al singolo lettore.

      A livello di scrittura, La morte a Venezia è piuttosto scorrevole, e non contiene nulla di peccaminoso, eretico o cose del genere. Il dipinto che Mann ci dà della Venezia di quell'epoca ha un che di romantico, di tranquillizzante, al fine di permettere al lettore di entrare nella rilassata situazione di Aschenbach e comprendere meglio i suoi sentimenti.

      Il sopraggiungere del colera ribalta del tutto la narrazione. Venezia appare sporca, sordida, pericolosa e ingannevole. Ma forse ingannevole lo era sin dall'inizio; il vecchio che irrita il protagonista durante il viaggio verso la città potrebbe essere un avvertimento che il fato vuole dare, ma che non viene raccolto, se non con estremo disgusto.

      Il secondo capitolo è semplicemente sgradevole. Che Aschenbach sia un bravo scrittore lo si era compreso nel primo capitolo, ma qui viene ripetuto all'inverosimile, con insistenza, oserei dire con arroganza.

      L'ultimo capitolo, invece, offre la scena più potente del libro. Lo scrittore si trova in una piazzetta buia che "pareva stregata e abbandonata", e siede sui gradini di un pozzo oscuro, mentre intorno a lui l'intera città si ammala e muore.

      Buona lettura.