Marco's profile• LA CITTÀ DEL RE (terre...PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
|
10/22/2007 Editto reale numero XXXIX – Banco di tonni a babordo, signor capitano! Salve a tutti!
Chiariamo subito che i tonni in questione sono i miei professori.
Dal nostro inviato in facoltà.
Soggetto uno. La prima vittima della mia spietata penna è il docente di Dominio Linguistico. Ammettiamolo, non prometteva bene; Vladimir Luxuria e Platinette, insieme, gesticolano meno. Di grande impatto emotivo è stata la parodia della lingua gallo-romanza, ma non conta, perché è una mia creazione. Questo piccolo esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens (?) ce l'ha sempre con qualcuno; durante la sua prima lezione prese di mira la scuola italiana, incolpandola di non insegnare ai giovani virgulti i dialetti d'Italia. Si commenta da sé. Poi ha deciso di andare sul pesante, prendendosela con le nostre madri. Sissignori, ecco le sue testuali parole:"È per questo motivo che non conoscete i vostri stessi dialetti, per colpa delle vostre madri, mai abbastanza maledette!" Stupendo, non si è neanche accorto del silenzio glaciale che è seguito. Il patuà, poi, ha fatto scuola: nessuno ha capito di cosa potesse trattarsi. A parte questo, il figuro si è esibito in alcuni clamorosi errori grammaticali, quali 'scambi marittici' o 'c'è una fatto ancora più importante'. Ma il pezzo forte è arrivato pochi giorni fa, quando ha affermato che Verecundus è un nome assai diffuso nell'Italia settentrionale. Voltiamo pagina.
Soggetto due. L'odiato. L'idiota. Il falso iberico. Trattasi del professore di Lingua Spagnola, persona sommamente stupida. A parte l'ovvio fatto che è incapace di insegnare alcunché, costui osa spacciarsi per spagnolo d'origine (senza preoccuparsi di fingere un qualunque accento: sospetto sia calabrese), nonostante il suo nome e il suo cognome siano palesemente italiani. La conferma l'abbiamo avuta direttamente dal sito web della facoltà. Comunque sia, che il tipo in questione fosse uno spostato febbricitante lo si sospettava fin dal suo ingresso in aula:"Spegnete tutti il telefonino! Io lo tengo acceso, voi lo spegnete!" Splendido. Neanche all'asilo. E chiaramente si è interrotto tre o quattro volte per rispondere, lamentandosi di tutte le chiamate che interrompevano la sua inestimabile spiegazione. Durante la successiva lezione, ci è stato chiarito l'uso degli articoli, dopodiché ha pensato bene di assegnarci una traduzione per casa. Ora, le cose sono due: primo, i compitini a casa si danno solo fino al termine della scuola superiore, non oltre; secondo, caro stipendiato, se hai appena spiegato gli articoli, ti pare logico farci fare una traduzione? E pensare che mi fece pena, dicendo "Ah, bene, oggi siete quartantadue. Ma perché preoccuparmi? Diminuirete, come ogni anno." E io pensai con tristezza "Oh, povero. Non si abbatta così." Mi rimangio tutto. Chissà perché, ora gli studenti che lo seguono con regolarità sono nove.
Soggetto tre. La mitica professoressa di Sociologia (sì, la sto seguendo di nuovo). Ogni lezione si trasforma magicamente in un resoconto dettagliato del suo fidanzamento, delle sue amicizie e della sua famiglia. Questo all'inizio. Ora ci sta istruendo su come montare i mobili componibili dell'Ikea. Davvero.
Soggetto quattro. Il professore di Elementi di Logica, detto affettuosamente zio. Sembra uscito da un cartone animato, con quei capelli che vanno in tutte le direzioni, quella silhouette longilinea e ondeggiante e quegli acuti da soprano. Il suo soddisfatto "Fantaaastico!" echeggierà a lungo nei i corridoi.
Soggetto cinque. Lo conoscete. Il prof di Organizzazione Aziendale, quello con il maglione color canarino delle Hawaii. Altezza puffo, cranio nudo, voce oltretombale e piede inciampante. Credevamo che le sue stranezze si limitassero a questo, e invece abbiamo scoperto che può fare di peggio. Certo, anche lui fa piccoli errori come "Noi percepiamo l'equità percepita", ma sono nulla a confronto dell'ormai leggendaria frase "Ma io voglio andare a fare l'astronauta a quel paese!"
Vai, vai.
Alla prossima!
10/1/2007 Editto reale numero XXXVIII – Diario di bordo, giorno 1 La cosa non è fattibile. Sono state queste le parole che il giovane Marco pensò stamane, alle prime luci dell'alba (ore 09.00), mentre attendeva l'arrivo del prof.
La giornata non prometteva bene sin dall'inizio: la sveglia segnava ancora le ore piccole, il gelo della notte stava decidendo se dileguarsi o meno e, soprattutto, era il primo giorno del primo bimestre del mio secondo anno accademico. La lezione in cima alla lista era organizzazione aziendale, e potete immaginare quanto questo potesse esaltarmi. In dieci minuti spaccati il sottoscritto ha completato le fasi di vestizione, lavaggio ed entrata in automobile. La fase-prendere-conoscenza era ben lungi dall'arrivare. Sono giunto in centro e mi sono diretto verso il tetro palazzo giallognolo della facoltà. Deserto. Tutti gli studenti avevano preso posto nelle aule già da un buon quarto d'ora, ragion per cui il mio cervello si è arreso all'evidenza della fine delle vacanze. L'aula che mi attendeva si trova nel sottosuolo, tanto per rendere il tutto più piacevole, qualcosa di molto somigliante alle segrete del castello di Dracula; una lunga stanza in discesa, con lunghi tavoli bianchi, improbabili radiatori rosa e una brumosa, fredda, immobile, umida atmosfera autunnale. Il sottopagato di turno (anche detto 'professore') è arrivato tranquillamente dopo venti gioiosi minuti di ritardo, ha poggiato la sua borsa sulla cattedra e ha dato fiato alle trombe: l'onda d'urto prodotta dal suo baritonale buon giorno ha spaventato ogni forma di vita umana e felina che gironzolava nei pressi della facoltà, si è propagata per alcune decine di chilometri e si è dispersa nel vuoto. L'ho squadrato con attenzione durante le seguenti due ore, facendo peraltro un grande sforzo, poiché tentavo ancora di riavermi dallo stato comatoso in cui versavo. Indossava un dubbio golfino color giallo canarino di cui lui stesso si vergognava, dal momento che ha subito ammesso essere stato un regalo (certamente della nonna); i pochi capelli che ancora gli colonizzavano la zona cranica parlavano da soli; non stava fermo neanche un attimo, camminava avanti e indietro, ha inciampato cinque o sei volte e poi ha capito che doveva sedersi; la materia fa già pena di per sé, e lui non l'ha migliorata di una virgola. Però c'è stato anche un pro: dopo alcuni minuti abbiamo tutti scoperto che il suo tono di voce conciliava deliziosamente il sonno.
Immediatamente dopo c'è stata una seconda lezione, lingua spagnola. Siccome anche questo prof. se la prendeva comoda, abbiamo tutti pascolato davanti alla porta dell'aula per un po'. Nessuno sapeva più di dieci parole della suddetta lingua, il che è stato interpretato come un segno non proprio buono, ma tant'è. Una volta iniziata la lezione, ognuno guardava l'altro con sommaria disperazione: gli strani accenti e i gargarismi prodotti dall'essere denominato docente hanno provocato in noi strane reazioni: c'era chi si buttava sul banco sbellicandosi dal ridere, chi tentava di nascondere larghi e contagiosissimi sbadigli e chi sgranava gli occhi orripilato. Il fatto che nessun pazzo scatenato si era ancora fatto vivo nella mia giornata mi sembrava anche troppo strano: è arrivato comunque, alla fine. Un folle, un rottame. All'apparenza un simpatico ragazzo sui vent'anni, ma in realtà un sotterraneo commentatore di qualunque cosa vedesse attorno a sé, e che naturalmente non mancava di riferirmi. Ma questo è nulla; su due ore di lezione, questo nuovo figuro ha trascorso un'ora a tossire, tossire, tossire! Stavamo per chiedere lo stato nazionale di quarantena. Trovo superfluo aggiungere che si era seduto accanto a me, con una trentina di posti vuoti.
E a partire dalle ore 16.00 mi attendono altre quattro ore delle stesse materie.
Olé!
|
|
|