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7/4/2009 Ieri la nostra famiglia ha subito una nuova, enorme perdita. Nonna Eva aveva un curioso rapporto con i telefoni fissi: non ha mai detto 'Pronto?', ma usava una sorta di rauco "Ohé!". Rimpiango solo di non essere mai riuscito a dirle che sì, ero sempre io che alzavo la cornetta, possibile che in quasi ventidue anni non se ne fosse mai accorta e chiedesse ogni volta con chi stesse parlando? È sempre stata là. Tutti la ricordiamo da sempre, come fosse nata con la crosta terrestre. Mai conosciuto un mondo senza nonna Eva. Una pilastra, un colonno, una monumenta. Ciao, nonna.
5/31/2009
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Dracula
(Bram Stoker, Dracula, 1897)
Il signor Jonathan Harker, legale, si reca per
affari in Romania, regione della Transilvania. A convocarlo è stato
il conte Dracula, un nobiluomo dalla fama oscura, che intende
cambiare il proprio domicilio. Stanco di castel Dracula e dei troppo
frequenti problemi con gli autoctoni, egli desidera trasferirsi a
Londra, nella vecchia Inghilterra. Per fare questo, si avvale del
signor Harker, che si occuperà della burocrazia del caso mostrando
al conte le planimetrie e i progetti richiesti. In cambio di questo
disturbo, a Harker viene offerto un soggiorno nel castello. Presto, però, Harker si
avvede di come ci siano incredibili stranezze, nella vita del conte:
il castello appare completamente deserto, a eccezione del
proprietario; non ci sono specchi; il conte stesso non sembra avvezzo
a mangiare e rifugge il calore del sole; i contadini vengono a
bussare ai cancelli rivendicando la vita dei propri bambini e
infamando il conte con il termine "mostro". E infine,
l'incredibile diviene reale. Harker vede con i propri occhi il conte
uscire da una finestra, camminando sulle mura come una lucertola. Così, la
sera successiva, lo segue avventatamente lungo lo stesso percorso, calandosi, ed entra in una stanza che dall'esterno è
sempre stata chiusa. Qui, Harker vede tre splendide donne dai canini
aguzzi. Nonostante il suo cuore fosse già promesso, Harker sembra
cedere alle lusinghe che gli vengono sottoposte, e non desidera altro
che le labbra di quelle donne; tuttavia, perde i sensi, e nel
riprenderli finge di essere ancora svenuto. Vede il conte, anch'egli
giunto nella stanza, che sgrida aspramente le tre, sottolineando come
l'ospite sia a tutti gli effetti "suo", e dà loro un
fagotto d'abiti contenente un bambino. Harker distoglie lo sguardo,
ma il suono non è fraintendibile: le donne si stanno cibando del
piccolo. Il conte decide di affrettare la
partenza per Londra, ma Harker lo segue con intenzioni ben diverse da
ciò che erano inizialmente: ora vuole impedire al conte di mietere
altre vittime in Inghilterra, anche se questo significherà
certamente ucciderlo...
Tutto ciò soltanto fino a pagina ottantatré.
Questo per far capire come Bram Stoker possa riuscire con estrema
facilità a ingannare (in senso positivo) il lettore. Leggendo fin qui, potrebbero nascere dei fraintendimenti.
-
Il conte è il cattivo,
dunque è uno dei personaggi più importanti. Ci si aspetta di
vederlo sempre in azione, perennemente in agguato; -
Harker,
una delle voci narranti, è il buono,
quello in cui il lettore si identifica. È intelligente e audace, il
modello ideale di virtù e bontà d'animo. Nulla
di più lontano da quel che in realtà si riscontra più avanti nel romanzo. Ciò
che sconvolge, già dopo pagina cento, è che quello che dovrebbe il
personaggio più importante, vale a dire proprio Dracula, sparisce.
Apparirà brevemente in pochissimi momenti della narrazione,
sotto forma di nebbia, di pipistrello, di cane. È estremamente
inconsueto costruire un romanzo su un protagonista che non
c'è, e Bram Stoker lo sapeva bene.
In effetti, non è improponibile pensare che il conte non
sia affatto il protagonista,
quando nei fatti appare come null'altro che un mero pretesto. Il
romanzo è costruito su stralci di diari, promemoria e registrazioni
fonografiche degli altri personaggi, che, come chiarito, quasi mai
hanno a che fare direttamente con il loro nemico. Alessandro Baricco,
che ha curato la postfazione a questa particolare edizione del
romanzo, pone con forza l'accento su questo versante, paragonando
Dracula al Don
Giovanni di Mozart. Anche lì il
protagonista è quasi del tutto assente. Questo perché il pretesto
di fondo non può essere, in questo caso, elevato a padrone della
scena. Per
questo motivo, ci si chiede chi allora sia il protagonista, e la
risposta potrebbe tranquillamente essere Abraham Van Helsing. Se
Dracula è il pretesto, allora Van Helsing è la spiegazione. Come
sottolinea Baricco, non ci si può "fidare" dei resoconti
degli altri personaggi, né di Harker, né di Lucy, né di Mina, poiché si
tratta di narrazioni estremamente soggettive (ovvio, essendo l'intero
romanzo costruito sotto forma di estratti di diari), e questo è
senz'altro un punto di cui Stoker era perfettamente cosciente.
Nessuno di loro è in grado di essere obiettivo, nessuno adduce
giustificazioni che non siano strettamente personali. Ogni singolo
protagonista viene colpito negli affetti, e l'unica ragione della
caccia – se non si vuole usare la scusa della divina ispirazione –
è la vendetta. Il
lettore, a causa della suddetta assenza del 'cattivo', può arrivare
a domandarsi quale possa essere il punto di vista di Dracula. Non è
insensato, è addirittura un diritto. Cosa conosce il lettore del
conte, l'imputato muto? Probabilmente è il più antico vampiro (nel romanzo si usa
quasi sempre il termine "Non-morto"), che per vivere ha
bisogno di bere sangue umano, in salute o morente che esso sia, ma
soprattutto che un tempo era un essere umano. Un vampiro è
una creatura che può essere creata tramite un morso e relativa
trasmissione di quella che appare come una – si potrebbe definire –
manifestazione della malvagità. Uno spirito maligno, per così dire.
Questo appare evidente nei momenti in cui le tre donne di castel
Dracula e il conte vengono 'liberati'. Come ben si sa, i modi per
estinguere la vita di un vampiro non sono molti: taglio della
testa, paletto nel cuore, aglio, acqua santa, eccetera. Ogni volta che
questo avviene, Stoker ci mostra in che modo sui volti dei vampiri si
dipingano espressioni di sollievo, di pace, derivanti dalla
consapevolezza di un'imminente morte serena. Si può persino
auspicare un perdono che arrivi direttamente dall'alto, un ingresso
in paradiso. E
tuttavia, sebbene si possa giustamente definire quest'opera di
Stoker come un assoluto capolavoro della narrativa di tutti i tempi,
bisogna anche essere corretti, specie in una recensione che vuole
essere obiettiva. Non
tutto viene spiegato, e lo sbigottimento arriva inevitabile quando ci
si rende conto che, a ben guardare, la risposta potrebbe essere il
solito, triste 'perché sì'. Mai e
poi mai si potrebbe giustificare l'incredibile leggerezza di Jonathan
Harker nel recarsi a castel Dracula. Durante il tragitto, egli si
ferma in una locanda. Lì gli viene chiesto qual è la sua
destinazione. Nel rispondere, si vede offrire croci, corone
d'aglio e pietose suppliche fatte in ginocchio, tra lacrime copiose e
tremiti incontrollabili. Ora. Qualche dubbio dovrebbe sorgere. Un minimo di preoccupazione. Di apprensione.
E invece no, Harker (perché sì!) prende i doni con gentilezza e poi
va dritto a castel Dracula. Prima di arrivarci, cambia carrozza; il
nuovo cocchiere è incredibilmente forte, non si mostra in volto,
riesce a fermare un branco di lupi solo sollevando le mani verso di
loro. Niente, Harker vuole proprio andare dal conte. Un gran
lavoratore, si potrebbe pensare, se ha così voglia di svolgere il
proprio lavoro di legale, sfidando di tutto pur di accontentare il
cliente. Proseguiamo. Una volta a castello, Harker viene (con
cortesia) imprigionato. Non potrà uscire finché il conte non
deciderà diversamente. Questi non mangia mai, ha denti appuntiti
bene in vista, è pallido come un cadavere, il castello è deserto e
il padrone di casa non si riflette nell'unico specchio a
disposizione, che poi infrange senza pensarci due volte, con grande
scorno di Harker. Quest'ultimo, però, non si abbatte. Decide di
spiare meglio il conte, quando un normale, intelligente essere umano
sarebbe fuggito di corsa annodando le lenzuola. Lo vede passeggiare
in tutta tranquillità su una parete, ma in fondo cosa importa? Baldo
e forzuto, Harker lo insegue e vede le tre donne che si dividono un
pasto con suoni gutturali. Macché? Non va via. Aspetta prima che il conte lo minacci con dei lupi
famelici. Eppure... ma no, perché andare di fretta? Chi va piano, va
sano e va lontano. Scende nei sotterranei e vede le tombe con
relativi occupanti. Ecco, a questo punto scappa. Altro
punto non proprio chiaro. D'accordo, il conte vuole cibarsi del mondo
intero o popolarlo di propri simili, non si capisce bene. Ma la domanda fondamentale è: da dove
cominciare? Annosa domanda, che Stoker dovette necessariamente porsi.
Risposta: diamine, bisogna scrivere un romanzo, con chi il conte
potrebbe cominciare a banchettare, con tutta Londra a disposizione?
Naturalmente, da tutte le conoscenze femminili di Harker. Perché sì,
altrimenti uno che racconta nel diario, se non ha nulla di cui
lamentarsi? Bah. Contrariamente
agli stereotipi cui tutti siamo abituati, il conte non è un anonimo
signore di mezz'età, tutt'altro. Non fa nulla per celare il proprio
pallore e veste interamente in nero (alla lunga è una cosa inquietante); i suoi canini sono visibilissimi, come pure le inaspettate orecchie a punta, e porta lunghi baffi;
viene fin subito descritto come anziano. Quindi è
comprensibile la scelta di Christopher Lee per il ruolo del conte in
moltissimi film ispirati a questo romanzo. Una
nota di merito a Van Helsing, senza dubbio il più carismatico tra
tutti i personaggi. Non solo il suo stesso aspetto suscita uno
spontaneo rispetto, ma anche le sue parole e le sue azioni. Saggio,
coraggioso, gotico. A pieno titolo si può affermare che nulla
avrebbe impedito a Bram Stoker di intitolare il suo romanzo Van
Helsing. L'autore dà prova di avere la capacità di mostrare
quel che scrive; la potenza – a tutti gli effetti – visiva di
alcune scene riesce a togliere il respiro, e questo è un dono raro
che merita tutto l'apprezzamento possibile. Infine,
c'è da dire che, fin troppo spesso, la narrazione risente di una
terribile lentezza; non tutto ciò che i protagonisti ci dicono è
indispensabile, alcune scene avrebbero potuto essere tagliate via e
ciò sarebbe andato senz'altro a favore di una maggiore leggerezza e
scorrevolezza, giovando all'interesse e all'attenzione del lettore.
Al contrario, gli ultimi paragrafi sono anche troppo veloci, una sequenza
di eventi presentati in rapida concatenazione, sfociando in un finale
tutto sommato prevedibile. Credo che questa prevedibilità dipenda
dalle celebrità e longevità del romanzo, che purtroppo agiscono in
maniera negativa, causando una conoscenza della trama antecedente l'effettiva
lettura. È possibile, in questo senso, un'analogia con un altro
celebre romanzo dell'epoca, Lo strano caso del dottor
Jekyll e del signor Hyde, di
Robert Louis Stevenson, precedente Dracula di circa undici anni. Un romanzo eccellente, una trama rapinosa e
perfetta, ma... resa quasi inutile dal fatto che chiunque sa come va
a finire. È tutto incentrato sulla progressiva scoperta e
consapevolezza che il dottor Jekyll è
il signor Hyde, ma se questo si conosce già dall'inizio, allora la
lettura non diventa più scoperta, ma resta imprigionata nella sfera
del semplice piacere – anche se questo non è mai poco. Buona lettura.
| 5/18/2009
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Un ponte per Terabithia
(Katherine Paterson, Bridge to Terabithia, 1977)
Jess Aarons non è un ragazzino come tutti quelli che vivono a Lark Creek. La sua famiglia è piuttosto povera, i suoi genitori devono affrontare le spese per cinque figli, e ognuno, in casa, deve darsi da fare. A scuola, la situazione non è migliore. Jess è vittima dei bulli e trascorre le ore di lezione a fantasticare e disegnare animali e luoghi che non esistono, e questo non è d'aiuto in nessuna delle tante faccende domestiche.
In una sola cosa eccelle: la corsa. Ogni mattina, Jess si sveglia molto prima dei suoi genitori e delle sue sorelle e si allena fino allo sfinimento per poter battere i suoi compagni di scuola. Per questo Jess resta sorpreso dall'arrivo della sua nuova compagna di classe e vicina di casa, Leslie Burke. La ragazza desta sgomento fin da subito a Lark Creek: indossa pantaloni, non possiede una televisione, non va a messa, legge moltissimo e scrive realisticamente di cose che non le sono mai accadute. Ma soprattutto, batte Jess in una delle sue gare.
Ciò nonostante, Leslie riesce a catturare l'attenzione di Jess, mostrandogli come ciò che lo circonda non lo rappresenti per come è dentro. Lo conduce nel bosco e, insieme, attraversano il fiume e fanno di quel luogo il loro posto magico, che chiameranno Terabithia. Grazie alla loro fantasia, i due regneranno su quella terra incantata popolata da creature fatate, difendendone la roccaforte dall'assedio di temibili nemici.
La vita di Jess subisce una svolta: non permette più ai compagni di scuola di prendersi gioco di lui, è più paziente con le sorelle, cerca di rinsaldare i rapporti con suo padre. E forse, nel suo cuore, iniziano ad affiorare sentimenti sconosciuti nei confronti della regina Leslie.
Ma un brutto giorno, mentre la ragazza cercava di entrare a Terabithia...
Onirico. Certo si tratta di un racconto illuminante.
Come mio solito, smentisco alcune delle voci che circolano in merito.
Non è un libro per bambini. Per bambini idioti, intendo dire, perché può obiettivamente essere letto a qualunque età, e chiunque ne trarrebbe beneficio.
Non è fantasy. Neanche lontanamente ha a che fare con quello che tradizionalmente (ma anche innovativamente) viene definito fantasy. Terabithia non esiste, è un prodotto della fantasia di Jess e Leslie.
La trama è scorrevole, non dico avvincente, ma scorrevole.
È confortante, non fosse che si tratta di un romanzo, vedere che esistono bambini intelligenti, qualità che va scemando tanto sulla carta quanto nella realtà. I protagonisti – innegabile che lo siano entrambi – non hanno nulla di speciale. Non sono ricchi sfondati, non hanno super poteri, non vengono baciati dalla dea bendata; al contrario, sono ragazzi normalissimi, ognuno alle prese con i propri dilemmi di adolescente. Leslie viene dalla città, deve ricominciare una nuova vita a Lark Creek, farsi accettare dai nuovi compagni di scuola, tollerare il fatto che i genitori sono entrambi scrittori sempre troppo indaffarati per lei. Jess vive in una famiglia molto povera, con delle sorelle maggiori insopportabili, a scuola non ha amici.
Tuttavia, non si abbattono. Non solo per il fatto di essere bambini, ma perché la loro mentalità è molto, molto diversa da quella che normalmente si riscontra negli adolescenti. Coltivano interessi che vanno oltre il semplice hobby, oltre il banale piacere di coltivarli. Jess ama disegnare; durante le interminabili ore di lezione, sul suo quaderno prendono forma esseri e luoghi del suo immaginario. Nulla di stereotipato, non disegna elfi o stregoni, ma cose che solo lui riesce a inventare. Un mondo tutto suo, le cui regole vengono dettate dal bisogno di credere che ci sia dell'altro, al di là della propria, noiosa vita. Ma questa sua passione non viene alimentata da nessuno, così cerca rifugio nella corsa. Allo stesso modo, Leslie ama leggere. Anche se non povera quanto quella di Jess, la sua famiglia può permettersi una bella automobile, una casa grande, le spese di un trasloco e moltissimi libri. Questo non fa di Leslie una ragazzina viziata. Non possiede una televisione o dei videogiochi, e riempie il proprio tempo libero leggendo, studiando e inventando, come Jess, un mondo alternativo.
Quando i due si incontrano, stringono amicizia quasi immediatamente. Sarà giocando insieme nel bosco che scopriranno ciò che già da tempo era maturato nelle loro menti e a cui Leslie dà un nome, quasi a volerlo inserire così nella realtà: Terabithia.
Non solo, c'è qualcos'altro che li accomuna, vale a dire l'amore per la musica. La scuola di Lark Creek viene descritta come si può facilmente immaginare: noiosa, statica, con insegnanti rigidi che pretendono disciplina. La signorina Edmunds, però, è molto diversa. Anche lei viene dalla città e veste in maniere appariscente, ma è l'unica in grado di portare la vita nelle classi. Con la sua chitarra, riesce a trasportare tutti gli studenti fuori dal grigiore. Durante l'ora di musica, non ci sono bulli, non ci sono figli di papà, ma solo ragazzi che cantano in coro, sorridendo insieme alla loro insegnante.
Eppure, perfino tutto questo può apparire semplice rispetto a ciò che mi ha davvero colpito di questo libro. Come si intuisce facilmente, Lark Creek somiglia molto ai nostri attuali paesi di campagna. Tutto un po' grigio, stinto, triste. Una chiesa, naturalmente, e un gran numero di devoti. Anche per questo la famiglia di Leslie non viene vista di buon occhio: i Burke non sono religiosi. Questa è una cosa che crea diffidenza, forse addirittura paura, nella cittadina. Gli stessi genitori di Jess descrivono i nuovi vicini come degli "hippie".
Vorrei spostare l'attenzione sulla data della prima pubblicazione: 1977.
Già nel 1977, Katherine Paterson ci descrive come non fosse inconsueto non aderire a un credo religioso. Anzi, si percepisce immediatamente la grande normalità che questo doveva costituire in città, a differenza della più arretrata campagna. Appare come un elemento di grande importanza, ma non perché crei un divario tra Jess e Leslie, bensì perché, sorprendentemente, crea l'esatto opposto. Incuriosita, Leslie vorrà andare in chiesa con la famiglia di Jess, e qui ci viene mostrata la grande semplicità di questa ragazzina. Ritiene che quella di Gesù sia una gran bella storia, ma che lei continua a non crederci. Sbigottita, la sorellina di Jess le dice che è scritto nella Bibbia, e che si deve credere in quel testo, pena l'inferno. Proseguendo con fluidità, Leslie risponde che non crede "che Dio vada in giro a mandare la gente all'inferno."
Ecco, è semplice. Ragionamenti semplici, a volte anche profondi, ma semplici, come può essere la mente di una bambina intelligente.
Buona lettura.
| 5/11/2009
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L'occhio del lupo
(Daniel Pennac, L'Œil du loup, 1984)
Si potrebbe iniziare dicendo che Lupo Azzurro veniva dalle Barren Lands, Alaska del nord, ma sarebbe inesatto. Lupo Azzurro è stato portato dalle Barren Lands. Sfidato, combattuto, catturato e portato in uno zoo. In quello scontro, perse un occhio, che tiene chiuso. Si ripromise di non occuparsi mai più dell'uomo in vita sua: non un pensiero, "non uno sguardo. Non per i bambini che fanno i pagliacci davanti alla sua gabbia, né per l'inserviente che gli getta la carne da lontano, né per i pittori della domenica che vengono a ritrarlo, né per quelle mamme idiote che lo indicano sbraitando ai loro bambini: «Ecco, quello è il lupo, se non fai il bravo te la vedrai con lui!». Niente di niente." Tuttavia, non per questo all'uomo non è dato d'occuparsi di lui. Il ragazzo viene ogni giorno, fermandosi di fronte al suo recinto, e lo osserva. Con ostinazione, quasi con tenacia. Apparentemente senza amici, senza famiglia, senza impegni di sorta. Non cerca di fare nulla, non è come gli altri visitatori, lui non cerca di stabilire un contatto con Lupo Azzurro. Finché lo stesso lupo non realizza che lo sguardo del ragazzo lo infastidisce; allora decide di sfidarlo. Siede, e inizia a osservarlo a sua volta, ma "Non quello sguardo che vi passa attraverso, no: il vero sguardo, lo sguardo fisso." Ma anche allora, qualcosa irrita il lupo. Non sa in quale occhio del ragazzo guardare. "Allora il ragazzo fa una cosa curiosa, che calma il lupo, lo mette a suo agio. Il ragazzo chiude un occhio." Sarà attraverso questa osservazione che i due si caleranno ognuno nella vita dell'altro, imparando segreti, storia, sofferenza. Grazie al fluire di quelle immagini, verrà raggiunta la rasserenante pace dell'amicizia e della confidenza.
Nel caso di una recensione, occorre imporsi un limite, e non solo perché altrimenti si rischierebbe di superare la lunghezza del racconto stesso, ma anche perché non c'è il benché minimo bisogno di parole. Chi commenterebbe, per citare un esempio, la raccolta degli aforismi di Wilde? Chi recensirebbe il Galateo di Della Casa? Ancor più di questo, cosa direbbe? "Ah, sì, L'occhio del lupo, quello di Pennac… Bella storiella, semplice, con le illustrazioni…" (E qui si rischia di cadere per l'ennesima volta nel luogo comune secondo cui un libro illustrato è un libro per bambini – che torto!) La prima cosa che verrebbe voglia di far notare – e non dipende dal fatto che si trovano entrambi nella stessa collana editoriale – è che lo stile narrativo di Pennac somiglia moltissimo a quello dell'altrettanto celebre Roald Dahl. ("Forse vi ricorderete di me per alcuni romanzi come La fabbrica di cioccolato e Le streghe"… vogliate scusare la parentesi ironica). Ecco, si ha però l'occasione di parlare un po' dell'autore. Oh, che amarezza, persino lui non ha bisogno di essere introdotto! Daniel Pennac è francese, docente della sua lingua madre da oltre trent'anni a Parigi, amante delle amache e autore di celebri romanzi come quelli del ciclo dedicato alla figura del signor Malaussène, serie attualmente composta di sei titoli (Il paradiso degli orchi, La fata carabina, La prosivendola, Signor Malaussène, Ultime notizie dalla famiglia e La passione secondo Thérèse), oppure del saggio Come un romanzo, o ancora di Diario di scuola. L'occhio del lupo è, a detta dello stesso Pennac, la sua opera preferita, che è stata peraltro vincitrice del prestigioso Premio Andersen nel 1993. Concludo, per non venir meno al limite impostomi, dicendo che sono deluso. Deluso di vedere ancora una volta un indebito profitto per mano dell'editore. La Salani, che guarda caso ha pubblicato e pubblica anche tutti i libri di J. K. Rowling, continua a dar prova di 'avere le ali' – di un avvoltoio. Quella in mio possesso è un'edizione del 2000, e già allora il prezzo era un tantino troppo alto: € 6,71. Tenendo in considerazione il numero di pagine, 108 più quattro righe, le illustrazioni tanto patetiche quanto inutili, e la grandezza del carattere utilizzato (da orbi, a dir poco), si arriva facilmente, no, palesemente alla conclusione che ci si trova in presenza di un'esagerazione. Se proprio si voleva venderlo come un racconto a sé stante, si sarebbe dovuto abbassare considerevolmente il prezzo (almeno fino a € 5,00, ricordando come, essendo la Salani una casa editrice che stampa in quantità industriale, il guadagno sarebbe arrivato comunque); diversamente, si sarebbe potuto allegare a una qualunque delle altre opere di Pennac, in appendice o simile. Buona lettura.
| 5/7/2009
Ora, il problema è dei più facili: può la vita da terremotato influire (in modo evidentemente negativo) sulla psiche di una persona notoriamente sana e con le rotelle a posto?
Andiamo a verificare.
Trattasi di un sogno fatto dal sottoscritto – ed è un sogno che ha del bizzarro. Tutto ebbe inizio dopo aver chiuso gli occhi (ma va'?); dalla branda, mi ritrovai inspiegabilmente proiettato nella mia preferita tra le biblioteche cittadine. Ora avevo la consapevolezza di trovarmi in un sogno; ciò mi ha consolato, perché suddetta libreria è crollata nel corso del famoso sisma. Bene, andiamo avanti. Faccio la fila per la cassa, poiché devo amabilmente chiedere alla gentile cassiera se si dispone di un libro che io cerco. Nel sogno, non conosco il titolo del libro, ma so che ne avevo assolutamente, indispensabilmente, morbosamente bisogno. Arrivo alla cassa, dopo lunga attesa.
Qui il punto di vista cambia. Non si tratta più di un sogno in prima persona, bensì io mi trovo accanto a me stesso, e osservo la scena, pur rimanendo all'oscuro del futuro. Vedo che non riesco a parlare con la signorina: mia sorella si trova accanto a me, e ha iniziato, senza alcuna ragione plausibile, a darmi degli schiaffetti sulla guancia, velocemente, insistentemente. Irritabilmente. Cerco di ignorarla e continuo a parlare alla signorina, che guarda la scena col sopracciglio inarcato. Il brusio degli altri clienti rende impossibile l'ascolto, e non so cosa sto chiedendo. Nel frattempo, mia sorella continua.
«Basta.» le dico, ma lei continua.
«Piantala.» Nada.
«Smettila!» Macché? Quella prosegue imperterrita. Sicché, mi risolvo all'unica decisione che in quel momento mi appariva plausibile e assolutamente giustificata dalle circostanze. Mi giro con rabbia, con vigore (con innegabile soddisfazione) e le do un solenne ceffone.
Sgomento tra la clientela. C'è chi difende mia sorella, povera, piccola creaturina imbecilloide, e c'è chi mi dà ragione, sostenendo la mia inconfutabile tesi. Risultato dopo molto discutere: ho fatto bene, nessuno può negarlo.
Finita la parentesi violenta, c'è un piccolo salto temporale. Mi accorgo di aver già terminato la conversazione con la cassiera, che mi indirizza alla ricerca autonoma del volume. E inizio a vagare nella libreria, apparentemente senza meta. Finché lo trovo.
È lui! Finalmente. Dopo aver atteso così tanto! Non ci sono dubbi, ora è tra le mie bramose mani: il celeberrimo Gargamella di Voltaire.
E qui mi sveglio. È molto grave...?
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